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TIBET. L’ULTIMO VIAGGIO DA KATHMANDU A LHASA  (2)

di Marta Forzan

 

Continua il viaggio in una delle terre più inospitali del pianeta, per questo una delle più affascinanti.  Gyantze, fusa nella roccia. Schigatze e il Tashilumpo, residenza del Panchen Lama. Sakya, sede monastica “dei Berretti Rossi” e Ganden, distrutta da potenti cariche di dinamite.

 

Gioco di luce e ombra colora i primi momenti dell’alba nella vallata tibetana. Gli yak tornano al pascolo coi campanelli che riempiono l’aria di musica. Animali forti, vitali nella semplice economia tibetana. Lana e pelle per gli abiti caldi dei nomadi. Latte per il burro da bruciare nei templi e condire la “tsampa”, escrementi per scaldare le case.

 

Seguiamo le strade dei pellegrini, percorse dai musulmani del Turchestan, dagli induisti verso le sacre montagne del Kailas, dai buddisti d’Oriente per raggiungere i monasteri di Kum Bum, Tashilumpo fino a quelli di Lhasa. Sulle orme dei primi esploratori europei, spinti dall’avventura o in cerca di un rifugio per lo spirito.

 

Non c’è l’uomo negli immensi spazi aperti e vuoti. In lontananza chiazze scure, accampamenti di nomadi sulla via del niente. In totale libertà, loro. Lontani dalle città, dai commerci. Inseguiti dall’eco di quella voce che scuote le coscienze in nome di una spiritualità senza uguali che resiste alle pressioni della cultura cinese.

 

Muggito profondo di trombe. Proviene dal ventre del monastero di Sakya. Con le sue mura grigio-rosate che si allungano sul fianco della montagna è l'unico centro sacro rimasto intatto della “setta dei berretti rossi”, i lama che nel Duecento, con l’appoggio dei Khan mongoli, per primi presero il potere temporale e spirituale, in Tibet.

 

Un’anziana donna prega facendo ruotare i cilindri devozionali, alla base della grande parete. All’interno statue di Buddha, divinità tantriche e un gruppo di giovani monaci che salmodiano preghiere. Il tempo incombe su una realtà chiusa e segreta.

 

Violenti temporali di fine estate ingrossano i corsi d’acqua e la pista diventa melmosa. L’aria rarefatta, lo sforzo nel tirar fuori le ruote dal fango, la comparsa della nebbia, lunghe ombre della sera. Tutto offusca la mente e fiacca il corpo.

 

C’è sempre un premio al disagio e alla fatica. E’ fierezza quella che si legge nelle rovine e nei bastioni di Gyantze, sul crinale della montagna a 4000 metri. Mura fuse nella rugosità del terreno. Pallido distacco dalle vicende del mondo moderno.

 

Kum Bum domina la lunga distesa dei piatti tetti sulle basse case. Allineate una accanto all’altra come un’interminabile deposito d’ auto. Orli d’oro del grande “Stupa” brillano alla luce del sole. Sul lungo viale sterrato, calessi e qualche bicicletta. Unici mezzi di trasporto.

 

Qui la vita è un mistero, nascosto nei grandi occhi del Buddha alto 25 metri, e nel labirinto del monastero, tra le oscure stanzette stracolme di effigi drappeggiate di rosso porpora. Storia di intere generazioni, racchiusa tra le migliaia di opere ordinate e disposte nella preziosa biblioteca.

 

Verso sera l’aria fredda non impedisce la salita al castello di Gyantze. Si accendono luci simili a fiammelle sulla cittadina e il tramonto sfuma sulla vallata. Silenzio interrotto solo dal latrare dei cani e dal sibilo del vento che sfiora i bastioni per perdersi nei labirinti dell’emozione.

 

Una piccola strada sale a serpentina nel silenzioso sottobosco fino all’immenso monastero di Schigatze. Il Tashilumpo, fondato dal primo Dalai Lama nel 1447 e sede storica del Panchen Lama, massima autorità del buddismo tibetano dopo il Dalai Lama. Fortunatamente scampato alla dinamite, tutto complesso è ricco di inestimabili tesori.

 

Non resta che osservare i pellegrini che arrivano da ogni dove assemblati davanti all’ingresso e poi seguirli sulla ripida scalinata fino alla luce fioca di una grande sala
dove inizia la Puja. Un monaco soffia sulla tromba appoggiata al pavimento. Ai lati della sala, grandi pilastri ricoperti di stoffe sgargianti.
 

Profonde e ripetitive litanie accompagnano il salmodiare dei monaci. L'odore di burro di yak di centinaia di lumini, cattura l'aria. Offerte votive, bigliettini, ciotole di orzo e frutta per i Buddha e Dalai Lama, testimoni dell'eclettica capacità espressiva dell'arte tibetana.

 

Un vecchio chorten corroso dal vento, invaso dai licheni e con le preghiere sbiadite dal sole, segna la strada per Ganden, il più grande gruppo di monasteri del Tibet, distrutto dalla dinamite. Dall’alto del crinale tra le montagne lunari e la verde vallata di Lhasa, solo ruderi. Un monaco appare dal nulla. Uno click l’ha fissato per sempre.

 

Nell’unico monastero si insegnano pratiche esoteriche, contemplazione e meditazione. Un mondo ovattato, protetto che affonda le radici nell’armonia tra uomo e universo. Stupore quando gli occhi si abituano alla penombra. La sala delle preghiere è deserta, silenziosa. Sulle lunghe panche solo pepli rigidi, imbalsamati. Vuoti.

 

Un altro sacro guardiano del fondovalle indica la via per Lhasa tra fazzoletti di fiori gialli che si perdono nel bruno della terra. Fino al passo Karo-la, a 5045 metri. In basso incastonato tra magnifiche vette lo Yamdrok-Tzo, il lago Turchese. Un’oasi fuori dal tempo. Dentro l’immaterialità dell’emozione.    (continua)

 

 

Tag: Tibet, Sakya, Schigatze, Gyantze, Kum Bum, Tashilumpo

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TIBET. L’ULTIMO VIAGGIO DA KATHMANDU A LHASA (1)

 © Marta Forzan

 

TIBET. TASHI DELE’      

 

Mentre il Tibet vive il suo dramma, la Cina apre e chiude i passaggi frontalieri.  Racconto di un ultimo viaggio via terra da Kathmandu  a Lhasa, la frontiera più vicina alla cima del mondo.

 

Universo con leggi e segreti. Sospeso a 4000 metri, circondato dalle montagne più alte della terra. Tremila monasteri. Pastori e monaci in una regione impervia, isolata per secoli e protetta da una natura matrigna. Un mondo fuori del mondo. Oggi, ferita aperta di un Occidente ambiguo.

 

 

La pioggia spazza via il languore della notte nella vallata di Kathmandu mentre una nebbia umida sale lungo la strada stretta che rincorre la montagna. Circa centodieci chilometri separano la capitale nepalese dalla frontiera tibetana.

 

Verdissime risaie aperte a ventaglio e l'intricarsi confuso delle foreste, sbiadiscono man mano che si sale. Dall’alto, la strada segue il fiume che si snoda come un grosso serpente. Cascate d’acqua precipitano dalla parete rocciosa invadendo quella che oramai è solo una pista corrosa da frane.

 

Il sentiero taglia il paesaggio e attraversa leggende. Il posto di frontiera appare quando

le colline terrazzate, assorbite da basse nuvole, sfumano in montagne appena ricoperte di vegetazione e la strada sospesa sul burrone s’infila in una stretta gola.

 

Quattro baracche in legno mangiate dall'umidità e un brulicare frenetico di sherpa , segnano il confine tra Nepal e Tibet. Kodari (1773 m/h), come tutti i punti di confine è fermento d’umanità. Uomini e bambini coperti di vecchie giacche, caricano gli zaini in eccitato trambusto. Sul viso burro di yak. Resistenza fisica, astuzia e velocità. Gli sherpa.

 

Oltre il ponte, superati due cheeckpoint c’è il Tibet ( Xizang, per i cinesi) sospeso a 4.000 metri, portato su a metà cielo. Abitato dagli spiriti dell'acqua, dell'aria, della natura e da sei milioni di persone tra monaci e pastori, e nove milioni di cinesi per lo più di etnia HAN.


In alto, sopra l'estremo villaggio strozzato dalle montagne, Zagmu (Khasa) a 2.300 mt. di altitudine. E' il primo impatto col Tibet. E’ scontro con la burocrazia cinese.  Inutile pianificare movimenti. Ricerca dei mezzi di trasporto, cambio di programmi, frane delle piste. Adattamento all’altitudine. E’ tempo di abbandonarsi al proprio destino e lasciare alle spalle spazi e tempi d’Occidente.

 

La strada conclude i morbidi saliscendi per iniziare un’incalzante scalata versoi 4000 metri dell’altopiano, inquadrato dalla catena dell’Himalaya. Vicino alla strada qualche rettangolo di campi coltivati poi sassi, rocce, ciuffi di vegetazione. Abbracci verdi e carezze di vento.

 

Nyalam ( 3.750 mt. di alt.), l’Everest, Chomolungma in tibetano, veglia immobile. Il Tibet  si accende dei suoi toni duri, le montagne s’ innalzano come grossi pugni scuri e il vento freddo costringe gli abitanti a rinchiudersi nelle case in attesa della clemenza del sole. Un sole che brucia e non scalda.

 

Tibet favoleggiato, mistico e misterioso, dall'impenetrabilità naturale. “Peu yul” in tibetano, rifugio di una spiritualità senza uguali, paradiso di purezza visto con la nostalgia di chi è soffocato dal trambusto del mondo occidentale. Natura e uomo. Anima e vento. Emozioni sottili e violente.


Sul passo di Lalung, che supera i 5000 metri di altitudine l’aria è tersa. Affanno. Si alza un vento freddo e pungente che penetra nella pelle. Un “chorten”, ricettacolo di offerte. Centinaia di bandierine colorate garriscono al vento. Immagini e parole su quadratini di stoffa scolorite dal tempo. “Riempiono l’aria di bene” le preghiere tibetane. Più vicine al cielo che in qualsiasi altra parte del mondo.

 

La pista scende pericolosamente nell’infinito orizzonte. Un piccolo villaggio. Sterco di yak essiccato sulla parete delle casa di fango. Grappoli di bambini: “cusci, cusci”, per favore. Chiedono solo un regalo, un ricordo, una penna, una foto del Dalai Lama. Mai denaro. Baciano la foto, la posano con rispetto sulla testa e scappano via.

 

Agricoltori e pastori. Uomini alti, forti, con la zimarra ricadente sui fianchi. Copricapo in pelliccia di volpe. Chiassosi e curiosi. Le donne indossano lunghe gonne nere, una sopra l’altra, stinte dall’uso e da strati di polvere. Rigidi corpetti colorati e lunghe trecce lucide di sebo e burro.

 

Offrono il “chà”, té con burro acido di yak. Raggi di luce filtrano dalla porta a sfiorare volti segnati dal sole e dalla fatica. “Tashi delé”, ciao-arrivederci. Fuori tutto è maestoso, la luce accecante. La natura è padrona. Si accendono i verdi dei campi di “gingke” (orzo), il rosso delle rocce, il giallo dei fiori di rapa. Sotto un cielo blu cobalto, la strada prosegue per Tingri (Xegar).

 

Staticità serena a Tingri, platea naturale di uno scenario inquietante. Immagine eterna e sontuosa. Montiamo le tende nella radura. In mezzo al nulla e al tutto. Un muto grido si strozza in gola. Le cime dell’Olimpo himalayano. Chomolungma (l’Everest) e il Chowowuyag (il Cho Oyu).

 

E’ una bella giornata di fine agosto. Le correnti da nord soffiano via la bianca foschia che ci separa dai picchi. Le nuvole ingarbugliate si dissolvono e l’azzurro si apre da un orizzonte all’altro, ingentilito dalla morbida luce del pomeriggio. Senso di pace, immensità e libertà per questi spazi enormi. E di potenza per le mitiche montagne.

 

Arriva la sera nella vallata, e il freddo ferisce. Una bottiglia di “chang” e  la “tsampa” (farina con orzo) temprano il corpo. L’ anima è rapita dal silenzio denso, interrotto solo dal passo felpato delle mandrie di yak che tornano al piccolo villaggio fumante. Sopra la notte il resto del mondo scruta l’abisso dei sentimenti.          (continua)                                                                                                                                                            

 

Tag: Asia Everest Kodari Nepal Nyalam Tibet Tingri Zagmu

 

 

Foto apertura: Tibet. Ganden distrutta da cariche di dinamite © Marta Forzan

 

NEPAL la valle di Khatmandu

NEPAL

 

Nel XVII° secolo, i re Malla costruirono tre capitali così vicine da poter passeggiare a cavallo o in carrozza da Kathmandu a Patan e Bhadgaon fino a Pashupatinath. La valle di Kathmandu, regno di preziose città che ingioiellano i campi rubati alla montagna. Nel XXI° immagini colte al volo, emozioni in libertà in sella alla nera Railegh godendosi il paesaggio e scoprire angoli di vita.

 

                      Durbar Square.

 

Biciclette sulla rastrelliera. Tintinnano i campanelli della pagoda, sfugge dalle botteghe odore di chapati, cuoio e hashish. Gli Sherpa calpestano i rossi mattoni a spina di pesce dei vicoli sotto un peso di ottanta chili. Centinaia di thangka arruffati da una brezza giocosa. Mercati di frutta, verdura, tessuti disposti con naturalezza accanto a sapone, blocchi di sale e vasi, tra la povere delle strade coi barbieri e sarti accucciati su sgabelli sgangherati. Tappeti di peperoncini rossi tra palazzi in legno e affollate fontane dove sguazzano bimbi. Nera, freni a bacchetta. Pesante e robusta. Enorme campanello. La vecchia inglese Raleigh. Subito in sella per sgusciare nel traffico urlante, poi il silenzio della campagna. Forza di gambe su sentieri per ridiscendere a valle lungo fiumi mitici. Kathmandu, nostalgica e viva a 1400 metri, in mezzo al confluire dei fiumi Bagmati e Vishnumati. In armonia con la natura i templi dai tetti sovrapposti, sculture di porte, finestre e balconi. Passaggi angusti che guizzano tra graziosi altari ricoperti di fiori e cibo.

Ritorno a Kathmandu

Stesso sguardo dei nepalesi di anni fa. Simpatia e curiosità. Le città non sono molto cambiate. Sempre un po’decadenti nei loro abiti principeschi, superbe e magiche dalle suggestioni nascoste e dai segreti preziosi. Durbar Square, cuore della “Città di Legno”, Kathmandu. Pedalare nel centro storico, tra le belle piazze e pagode dall’aspetto sobrio. Poco importa la prima reazione davanti ai rifiuti, cani, vacche e capre. Gimcana tra vasai, incisori, donne che sbattono i panni nel fiume, artigiani che cesellano oro e argento. Sfiori l’antico palazzo reale, il tempio di Vishnu Narayan e, nelle vicinanze, il palazzo della Kumari, un edificio del XVIII secolo a tre piani ornato da stupende finestre scolpite dove serpenti, demoni, spiriti e uccelli s’affacciano da una foresta di rododendri e fiori di loto. Seduzioni della capitale nepalese. Colori, odori, febbrile animazione dei bazar. Incanto di monasteri e templi. Gente cortese che vive accanto ai propri dei e prega Buddha. Case dai tetti di paglia e dai muri di terra battuta dipinti d’ocra e di bianco.

Patan, sull’altra sponda del Bagmati

Pedalare immersi in una distesa verde. Vento dolce e profumo di mille fiori ancora freschi di rugiada nella valle di Kathmandu adagiata alle pendici dell’Himalaya. In lontananza banani, papaia e mango illuminati da coni di sole con in testa fiocchi di nuvole. Squillo dopo squillo dell’ardito campanello per scansare piccole mandrie di yak. Sguardo dopo sguardo, sfrenatezza di suoni e silenzi, presenza seducente dei campi di riso, eccesso di luce che lambisce le cime innevate. Sei chilometri di saliscendi e libertà fino a Patan, fondata dal re Ashoka nel 2500 a.C. Nell’antichissima Laliptur “Città della Bellezza”, le bici scivolano tra i bassorilievi di santuari e stupa. Ad ogni angolo piccoli templi dove si pregano gli Dei, il profumo d’incenso è “l’odore” della città, di misticismo e magia che non t’abbandona più. Patan, sull’altra sponda del fiume Bagmati trabocca d’architettura “newari”, antica etnia che popola tutta la vallata. Le bici a terra nella più bella piazza di tutto il Nepal dove s’affacciano il Palazzo Reale e il Jagannarayan Temple.

Intreccio di visioni dal Jagannarayan temple

Nuvole minacciose annunciano il monsone. La piazza si oscura, l’ombra penetra nel labirinto di stradine piene di negozi di oggetti di ottone e botteghe di fabbri. Gli ultimi guizzi di sole s’infrangono sulle figure in posizioni erotiche del grande tempio. Sotto il tetto in cima alla scalinata incantano le forme di quei corpi intrecciati che il chiaroscuro della luce sembra far muovere in un sinuoso ondulare. Schiaffi di pioggia improvvisa interrompono la magia dei sensi. Fremiti di pensieri e di freddo mentre centinaia di donne pazientemente in fila aspettano di affidare alla divina benedizione il loro desiderio di maternità. E’ la Festa della Fertilità. Giovinette col sari rosso. Donne con gioielli al collo, alle caviglie. Una a ridosso dell’altra in un lungo serpentone controllato da poliziotti. Sulla collina tra gli inganni d’acqua si apre il Golden Temple, monastero buddhista sorvegliato da tartarughe sacre che si aggirano nel cortile. E il Kumbeshawar, forse il più antico di Patan.

 

 

SINGAPORE

GALLERY

 

 Singapore, puzzle di armonie.

 

Highways, grattaceli che s’infiammano di notte. Il quartiere cinese, malese, arabo e indiano. Little India, Chinatown, Arab Street. Serangooon road. Cimeli del passato coloniale protetti da gioielli di parchi e giardini. L'oriente che non ti aspetti, quello dei contrasti con angoli d’occidente e modernità. Il fiume Singapore con le sampan che scivolano silenziose e i traghetti che muggiscono. Il Cavenagh Bridge punta ardito nel cuore della vita economica di una città dall’aspetto pacifico e multiculturale. Al tramonto s’accendono anche i rami delle piante nei Gardens e l’atmosfera diventa  magica. A Singapore il buio ha più luci del giorno.

 

 

 

SIR RAFFLES E L’ISOLA P’u LUOCHUNG

di Marta Forzan

 

 

Seicento chilometri quadrati. Infestata dai ratti, paludosa e inospitale. Grappoli di cinesi a sud. Un pugno di pirati malesi, a nord. Malaria, zanzare e tigri. La storia di Sir Raffles e del suo sogno. Tra l’Indonesia e il Brunei,  oggi quell’isola è Singapore.

 

Quando Sir Thomas Stamford Raffles, giovane funzionario della Compagnia inglese delle Indie Orientali e governatore di Giava, nel 1817 mise piede su P'u Luonchung (isola alla fine della penisola), certo non immaginava che quel piccolo fazzoletto di terra, seicento chilometri quadrati, sarebbe diventato una Città-Stato indipendente.

 

Selvaggia, misteriosa, paludosa, infestata da ratti, abitata da una pugno di pirati malesi, a nord, da un gruppo di contadini cinesi, a sud e da un centinaio di tigri (l'ultima, uccisa nel 1932). Circondata da un rosario di isole, isolotti e scogliere stretti tra l'Indonesia e il Brunei.

 

Uomo di pochi indugi, l'inglese fu da subito una seccatura, una mina vagante per gli olandesi della Compagnia delle Indie. La sfera d’influenza tra i due paesi pareva sovrapporsi dovunque. Ma in patria, i due governi  desideravano mantenere buoni rapporti. E così non scoppiò.

 

Dotato di forte talento amministrativo, Raffles cercò strategiche alleanze coi pascià locali. Fece accordi con il Temenggong Abdul Rahaman e col sultano Hussein di Jahore. Ne sortì un trattato che dava alla Corona diritto ad avviare sull'isola una sede commerciale. I patti: profitti suddivisi tra il sultano e autorità britanniche di Java. Aiuto da parte degli inglesi.

 

Antropologo, zoologo, botanico. Di stanza a Penang, Raffles studiò culture e riti della Malesia. Ma era più attratto dal Borneo, ricco di popoli diversi. Anche la Corte inglese della Regina Vittoria, mirava al Borneo, ricco d'oro e diamanti.

 

Si accontentò di ‘Singa-Pura’ (Città del Leone) l’altro nome coniato dal principe di Sumatra che sognò quella macchia di terra e un leone, simbolo di buon auspicio. P'u Luochung, Singa-Pura,  Singapore. Forse staterello nell’ombra senza l'intervento di Sir Raffles.

 

Con la testa piena di idee, attento alla realtà Raffles conquisterà un posto nella storia.  Amor di patria, per la cronaca dei tempi. In verità agì attratto dagli indigeni di cui sapeva tutto e per i quali nutriva rispetto. Strano ma vero. Lo conferma il fatto che nel 1821 comprò l'isola di Nias per porre fine al commercio degli schiavi.

 

Sull'isola di Singapore, il giovane diplomatico lasciò il primo residente William Farquhar che rapidamente organizzò una stazione commerciale attirando i mercanti della Malacca tanto che nel 1860 la popolazione contava già  81.000 abitanti.

 

Le entrate erano frutto del gioco d'azzardo, dell'oppio e dell'arak. Potente cocktail che offusca la mente. Mentre la città oscillava tra successi e fallimenti, molti vi si stabilirono. Arabi, indiani, cinesi e giovani avventurieri europei.

 

Apertura del canale di Suez, nel 1869 e commercio della “gomma”. Il successo. Alla fine del secolo la colonia inglese naviga sulla cresta dell'onda della prosperità, e la gente parla della propria vita con toni da leggenda. Emporio redditizio, il sogno dell'Impero Britannico. Città cosmopolita, il sogno di Raffles.

Singapore diventa a tutti gli effetti un nodo di scambio commerciale del sud est asiatico. Le navi fanno la fila per attraccare lungo i moli di Tajong Pagar. Anche se l’isola risente ancora della malaria, c'è posto per chi è incline all'avventura e ha salute da vendere per resistere al clima tropicale con sole ardente e piogge torrenziali.

Leggendari tempi in cui l'esplorazione e il commercio erano legati alle fatiche, alle sofferenze e alle disavventure. Ma Singapore era un polo d'attrazione anche se c'erano tutte le ragioni per non insediarsi in quest’isola dove bande di pirati erano pronti a tagliarti il collo per una moneta.

 

Il caldo poteva causare la pazzia, le tigri divoravano gli uomini e il prurito insopportabile era accentuato dagli indumenti pesanti e inadatti, ma Singapore era una calamita che attirava chiunque avesse sangue nelle vene e spirito d'avventura.

 

Vestiti di flanella, gli inglesi passeggiavano nel Pedang, il quartiere coloniale. Sulla piazza dedicata al fondatore, una collina che lui stesso fece spianare lungo le rive del fiume, giocavano a Cricket sotto un sole inclemente.

 

Nel 1887 viene inaugurato il Raffles Hotel. Giardini con padiglioni ricchi di voliere e fontane. Ospiti negli anni Venti il fior fiore dell'èlite internazionale. Da allora personaggi come Kipling, Conrad, Cowardn, Mangham andavano a scrivere d'Oriente.

 

Nel 1933 Singapore contava 525.000 abitanti. Oltre al commercio si diffuse la cultura diventando il principale centro di pensiero e di studio del Sud-est asiatico. Anche il passaggio degli “Hajj” diretti alla Mecca contribuì al fiorire della filosofia islamica.

 

Sulla riva del fiume dove mise piede nel lontano 1817, Sir Thomas Stamford Raffles vestito di marmo bianco, osserva il suo sogno cosmopolita. Le braccia incrociate e il volto serio girato verso una giungla di cemento e prati in fiore. Vede l’Asia e l’Occidente. Vede oltre. 

 

Tag: Asia,  Singapore, Sir Thomas Stamford Raffles

Foto apert. : Singapore vista dalla bianca scultura di Sir Raffles © Marta Forzan

 

 

SINGAPORE, ISOLA D'ECCEZIONE

di Marta Forzan

 

Singa-Pura (città del leone), duecento anni fa isola selvaggia. Stretta fra Indonesia, Malaysia e Borneo, è oggi  un’immensa città-paradosso dove pesanti ombre oscurano il presente. Giunche cinesi, vessilli indiani e arabi, navi portoghesi attraccarono sulle sue coste a 138 chilometri a nord dell’equatore.

 

Duecento anni fa infestata dalla malaria e dai pirati quell’isolotto paludoso appassionò Sir Raffles. Oggi Singapore è un grosso transatlantico luminescente ancorato alla punta estrema della penisola malese.

 

E’ città di passaggio e puoi non accorgerti di essere in Oriente. Ci vuole occhio attento e curioso. Tempo e resistenza al caldo per cogliere i dettagli, senza cedere alle lusinghe delle ghiacciaie dei centri commerciali. Difficile capire la lingua locale. Molti singaporiani si esprimono in “Singlish”, mescolanza tra inglese e altre lingue parlate.

Un’ immensa città-paradosso. Al primo impatto, Singapore è società cosmopolita, dove persone di più svariate razze e religioni, riescono ad interagire. Anche paranoica. Tutti rincorrono il tempo come se non bastasse mai. Colori su colori. Suoni su suoni. Perfettamente sincronizzati.

 

Con stabilità dittatoriale batte tutti i record. Niente scioperi, ordine e disciplina, multe salate per i trasgressori. Niente cicche per terra. Vietato mangiare e bere nella metropolitana, la Mass Rapid Transit. Vietato sputare per terra, e per convincere i cinesi a non farlo c'è voluta una campagna anti-sputo durata per anni.

 

Tra un acquazzone e l’altro, Singapore può sedurre. Nostalgie coloniali, vertigini di metallo, odori e sapori, splendide spiagge. Vecchio e nuovo sono complementari in una scenografia proiettata con piglio verso un futuro senza tralasciare i segni del passato.

 

Stravagante concerto di architetture ed etnie. Dalla languida zona in stile coloniale ai rigogliosi giardini che beneficiano del clima e dell’attenta cura. Dai moderni grattacieli ai rumorosi e affollati quartieri dove vive la tradizione.

 

Diversità che fa parte della culturale di Singapore. Nei secoli, ondate di immigrati malesi, cinesi, indiani, europei hanno influenzato paesaggi, stile di vita, storia ed economia. Tuttavia se le cerchi, dietro la moderna facciata dove tutto tende a mescolarsi, le differenze etniche, culturali e religiose, sono evidenti. Ma questa è un’altra storia.

 

Davvero ti stupisce con i suoi stravaganti autobus. Regni mobili della pubblicità senza limiti di fantasie. Vetro e acciaio a soddisfare gli appetiti di affari, commercio e turismo. Iconografica, fotogenica da qualsiasi lato tu lo prenda. Orchard Road, una fila di shopping-center dove si vende di tutto dal “made in Italy”e “made in France” al “made in Taiwan”.

 

Nella Beach Road regna il leggendario Raffless Hotel, irrimediabilmente caro. Ma si può sempre bere un Daiquiri nel salone centrale e ammirare la tappezzeria, i luccicanti lampadari, il magnifico orologio a pendola, vanto dell'hotel.

 

Dalla fine dell'800 è simbolo di lusso e raffinatezza. Fasti del servizio, cibi ricercati, vini esclusivi. Il suo nome risuonò non solo in Asia, ma in tutto il mondo occidentale. Incontri d'affari, cronache mondane, leggende, pettegolezzi, non fecero che accrescerne la fama.

 

Un must per la cinematografia hollywoodiana. Set ideale di numerosi film. Molte celebrità e miti americani hanno passato almeno una notte nelle numerose suite. Incredibili anni ‘50. Nel 1987 in occasione del centenario l'hotel viene decretato monumento nazionale.

 

Reliquie d’epoca coloniale a nord del fiume. Empress Place, vecchia zona pedonale della città. Victoria Memorial Hall & Theatre costruito nel 1862 dove ha sede l'orchestra sinfonica di Singapore. Il Parlament House, il più vecchio edificio governativo della città.

 

Seguo i sensi per non farmi ingannare, dove l’Asia esplode in un turbine di colori e fragranze. In  Telok Ayer, chinatown, a sud del fiume, ultimo rifugio di un vecchio modo di vivere degli immigrati cinesi per i quali violare le frontiere non costituì mai un delitto, ma un'avventura animata da senso di giustizia. Non tutti l’hanno trovata.

 

In Serangoon Road, nella Little India. Profumo inebriante. Basta seguire l'odore delle spezie per arrivare ai mercatini dove puoi gustare Panir Batter Masala e Tanduri. Donne in sari vanno nel tempio Srinivasa Perumal, del 1855, punto d’incontro hindu.  

 

In Arab Street, il centro musulmano. Nella Moschea del Sultano si concentra l'Islam di tutta Singapore. Costruita nel 1825 a spese della Compagnia inglese delle Indie Orientali e della generosità di Sir Thomas Raffles, per onorare il patto col sultano di Johore.

In Geylang Seraj, comunità malese. Girovagando tra le sue vie si torna indietro nel tempo, alla scoperta dei tradizionali “kampung” villaggi in parte immutati dagli anni Cinquanta con le “attap” tipiche case e gli uomini in sarong.

La notte Singapore cambia abito. Miriadi di lucciole colorate illuminano il centro. Nei parchi giapponesi, concerti di musica classica. Sulla Marina Bay stereo a tutto volume. Occidente, alcool e tabacco. Le ferree regole trasgredite.

 

Singapore è divisa in quartieri, come voleva di Sir Raffles. Ognuno col proprio folclore considerato patrimonio storico della Città-Stato. Se sei di passaggio ti può conquistare. Se scavi negli eventi come la recente legalizzazione dell’espianto degli organi sui vivi in cambio di soldi, allora vuoi tornare a casa.

 

 

VIETMAN

 

Vietnam, nel ventre di Saigon

di Marta Forzan

 

Perla francese dal fascino coloniale. Saigon, oggi Ho Chi Minh Villeé una dinamica metropoli col chiassoso mercato cinese Cholon, le anguste pagode che si affacciano su vie in cui esplode la voglia di vivere. E sul fiume, la vita nelle houseboats.

 

Fumi di navi, groviglio di sampan, fragori di motori e lamiere sbattute, stormi di uccelli. Su ponti, palazzi e scafi, acrobati sospesi nel nulla. Saigon river,un’officina dove si costruisce il nuovo Vietnam.

 

Ho Chi Minh Ville s’allunga sul delta del Mekong col chiasso di motorini, camion e sorde sirene di battelli sotto un cielo velato dall’afa.Sull'acqua sfilano chiatte stracolme di riso e galleggiano houseboats dovesi cucina e si fa il bucato. Si vive.

 

Sono centinaia lungo le rive melmose. Pura follia, penetrare nel ventre liquido di Saigon con una piccola barca lungo il Song Sai Gon. Ti affidi all’uomo senza età che pagaia in piedi sotto il cappello a cono. Caronte con occhi a mandorla.

 

Voragini di luce e ombre. Là, dove l’acqua del fiume respira con la folla di volti assonnati nei primi segni di un’alba pigra, priva d’aria. Case su palafitte e case galleggianti che ospitano chi non trova posto sotto un tetto di cemento a Ho Chi Minh Ville.

 

Sorrisi e cenni del capo tra i canali di barche ingentilite con piante e voliere. Tende colorate, amache, balconi dai quali vedere il fiume. Perchè il fiume è degno di rispetto e dona vita. Annusi l’aria alla ricerca di odori, ascolti le voci, avverti l’umido calore che t’avvolge.

 

E’ il popolo che vive sull’acqua. Nelle sampan, puzzle di storie, ritagli di vita quotidiana. Immagini. Il risveglio, bimbi sull’amaca, abiti appesi, sguardi curiosi e rassicuranti. Donne in cerca di molluschi immerse fino al collo, altre sfilano sui ponti cariche di merce.

 

Cholon, l’altro ventre di Saigon, si snoda lungo tre vie parallele, boulevard Hung Vuong, boulevard Nguven Trai e boulevard Tran Hung Dao. Il cuore della comunità cinese nascosto nelle kashba dei mercati in perpetuo movimento.

 

Un quartiere ancora oggi chiuso e inquietante. Binh Thai, chiassoso e maleodorante. Gazzarra di colori e babele di chiacchiere. Era in queste vie che si trovavano la garçonnières degli anni ’30, i bordelli degli anni ’70, le fumerie d’oppio.

 

Restano tracce di quegli anni in fatiscenti case a due piani, morse dall’umidità, coi marcapiani rotti, balconi in ferro battuto, ragnatele di fili della luce in vista tra le parabole delle tv satellitari che celano strutture coloniali.

 

Milioni di biciclette starnazzano con quelle dei risciò che scivolano lungo le viuzze, nei minimi angoli della città dove gridano i bottegai con gaia insistenza, o lungo gli splendidi boulevards costruiti dai francesi.

 

A nord di Dong Khoi c’è il salotto buono di Saigon. Nguyen Huè il viale a due corsie strapiena di persone, hotels, cafè e fiorai. Qui domina la basilica di Notre Dame in mattoni rossi su un basamento di granito, con la bianca statua della Vergine.

 

E’ lì dalla fine dell'Ottocento, quando i francesi con il panama bianco s'incontravano nella pasticceria dell’ hotel Rex. Ed era sempre lì a veder sfilare i carri armati delle truppe nordvietnamite che entravano a Saigon, il 30 aprile del 1975.

 

Sotto una pioggia tutta rabbuffi e ventate trovi riparo e quiete nel tempio di Thien Hau enella pagoda di Giac Lam, la più antica di Saigon, un tempo frequentata dai letterati per trarre ispirazione.

 

Anche Ton Duc Tang, la promenade che costeggia il fiume, un tempo offriva scorci letterari di traffici fluviali. Saigon, un’esperienza di vita. Tanti, coloro che sono andati a cercarsi in quest’angolo di mondo in cui l’asiaticità ti fa guardare dentro.

 

Savoir faire innato, disarmante cortesia vietnamita con gli occidentali, mai offuscata da tracce di rancore per il passato. E quella grazia delle donne col“ao-dai” bianco, tradizionale abito femminile che non contrasta con le icone della moda occidentale.

 

E’ il tramonto. Al 23° piano sul roof-garden del Caravelle, lo storico hotel degli inviati di guerra, momenti e luoghi scompaiono sotto il fuoco delle ultime ombre scarlatte del sole mentre inizia la danza di luci e lumi di Saigon. Le stelle si riflettono sui canali in un brulicare di scintille. E di vita.

 

 


tags   Vietnam, Ho Chi Minh Ville, Saigon, Binh Thai, Cholon, Mekong,Asia

 

 

Vietnam, languida e vitale Saigon

 

di Tonj Lardani

 

 

 

Stupenda e dinamica metropoli già nel futuro. Architettura che sale verso il cielo offuscando d’ombra misteriosi templi taoisti. Popolo indaffarato e dinamico in sella al motorino che galleggia sull’asfalto stradale come il moto perpetuo di un fiume. Se rue Catinat resta il volto elegante e coloniale di Saigon, Cholon è sempre il ventre nell’umido calore che avvolge tutto di mistero.

 

Tonj Lardani

 

 

VIETNAM. HUE’, IL CUORE DEL DRAGO

di Marta Forzan

 

Danang, My Son, Dong-Ho. Nel ’68, anfiteatro di sangue al 17° parallelo, strappo di un Vietnam diviso in due. Nord vietnamiti, vietcong, ARNV, Americani. Bersaglio conteso il cuore del drago, Huè. Distrutta e saccheggiata, l’antica capitale riporta alla luce il fascino dell’epoca di Gia Long.

 

Vo Thi Thu Nguyet, 59 anni. Unica donna, su 50.000 uomini, che guidava i risciò a Ho Chi Minh Ville. E’ tornata nella casa dell’ infanzia, alla periferia di Hue’. Viso aperto e sguardo intenso. La sua salvezza. Ottimo inglese. Era infermiera negli ospedali militari americani da campo, a Saigon. Ha pagato, senza sconto.

 

Due piccole stanze, un armadietto chiuso a chiave. Due bottiglie di acqua minerale offerte come fossero champagne. Beviamo così, come se lo fosse davvero. “Cambierà, sta già cambiando. Possiamo farcela da soli. L’abbiamo sempre fatto. Vi porterò dove è morta mia nonna, onoreremo insieme i miei antenati”.

 

Nguyet è il Vietnam, è il popolo che sull’onda del “doi moi”(cambiamento), fatica senza un lamento per una società nuova, per ricostruire un paese ricco d’arte e storia. Per dimenticare. Per ridar vita a quel “drago” ferito da schegge di ferro e lampi d’orrore.

 

A nord, la testa di demone si disseta nella baia di Ha Long con Hanoi, l’occhio adirato verso la Cina. A sud, la coda scuote il Mekong e sguazza con Saigon nel Mar Cinese Meridionale. Il corpo allungato, si assottiglia dove batte il suo cuore, l’antica Huè. Al centro, quasi all’altezza del 17° parallelo. La linea che divideva in due il Vietnam.

 

Dong-Ho, Danang, My Son, Da Krong. Nomi che rievocano cieli forati di caccia, bombardieri, elicotteri. Bombe al fosforo, napalm. Villaggi distrutti. Bruciata quasi tutta la foresta che cingeva il petto del drago. Un cuore diviso a metà com’era quello Nguyet e di Huè, antica capitale dell’imperatore Gia Long.

 

Il cielo dove schizzavano le bombe è azzurro intenso, tratti di nuvole rosa sfiorano le Montagne di Marmo, vicino a Danang. Rocce forate da grotte e cunicoli. Rifugio di centinaia di Vietcong durante la guerra. Luogo sacro buddista. Tomba di madri e figlie.

 

In una di queste grotte furono “scovate” e uccise 168 donne. Bloccate senza via di scampo, bombardate dall'alto aprendo enormi cavità che lasciano filtrare la luce del sole. Un raggio trafigge l’umile lapide che ricorda la tragedia. Sul volto di Nguyet gocce di memoria.

 

Odore muscoso e scaglie di tristezza nell’anima. Nella grotta Hoang Hiem, scolpita sulla roccia quasi azzurra, “la Signora che Porta Fortuna”. Di fronte all’immagine, Nguyet vestita nel suo “ao dai” di seta, congiunge le mani e sussurra “donami il futuro. Per mio figlio”.

 

Sul Colle delle Nuvole, una pioggia estiva tutta rabbuffi e ventate dà vigore. La strada per Huè, sale su tornanti ripidi zizzagando negli spazi dell'orizzonte. A sud si distende la baia di Danang, a nord si scorge la laguna di Vung Dam.

 

Adagiata a dodici chilometri dal mare, Huè, la bella capitale al tempo della dinastia Nguyen. Per secoli impreziosita da templi, ponti, monumenti e giardini. Per mesi bombardata dal mare, dalle montagne e dagli skyraiders a bassa quota. Distrutti ponti, i tetti d’oro dei templi, spazzati via i palazzi di porpora.

Nord vietnamiti, vietcong, truppe governative, americani. Fuochi incrociati sull’unico bersaglio, il cuore del drago.Nguyet ricordai primi colpi di mortaio, le grida, i lampi, e il fuoco avvolgere e risucchiare tutto. E poi la pioggia, tanta pioggia e fango.

 

Quelle immagini scivolano via con le ultime gocce del monsone. Il cielo si apre facendo brillare le foglie dei giardini sul Fiume dei Profumi. L’aria diventa calda e pesante, si alza la polvere e profumo di rose. Passeggiare per Hue'riporta ai fasti della seta, alle porte laccate di rosso, ai bastioni rivestiti di legno decorato.

 

Oltre i colori del mercato e gli ampi viali, si alzano le mura della Cittadella che proteggono la Città Purpurea, residenza privata dell'imperatore. Padiglioni, cortili, scalinate, portici, piattaforme, palazzi per dignitari locali e stranieri. Così volle Gia Longagli albori dell’Ottocento per ospitare artisti, scienziati, poeti e scrittori. Huè, la Firenze dell'Asia.

 

Quattro quartieri concentrici, separati tra loro da mura. La porta Ngo Mon sotto il belvedere “delle cinque fenici” dove soleva affacciarsi l'imperatore durante le parate e le feste ufficiali. Il portico e le due piattaforme sulle quali stavano i mandarini. Di fronte, il palazzo Thai Hoa o “dell'armonia assoluta”col trono poggiato su gradini in lacca e oro.

Nella pagoda di Ung Mieu, riposano tutti i re nelle loro urne funerarie.

 

Una corte poco chiassosa come sono d'indole i vietnamiti. Ariosa, senza debolezze, con il gusto estetico che si allunga in mezzo alla ricca vegetazione. Si sente, si respira quell’atmosfera dietro la calma estiva dove tutto sembra stagnare sulle rive del Fiume dei Profumi. Templi e pagode suggeriscono una vita ascetica e di pace.

 

Marzo 1968: ''stiamo lasciando una città devastata e prostrata. L'ottanta per cento degli edifici sono ridotti a macerie e tra le rovine giacciono 2000 civili morti”. Parole di Townsend Hoopes, sottosegretario all’ Air Force. Cronaca dell'assalto a Huè.

 

“I tetti porpora e oro sembravano sorretti dal vento, come immense vele calme”. M.M.

 

 

Tag: Asia, Città Imperiale, Fiume dei Profumi, Huè, Vietcong, Vietnam

 

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HUE’, CITTA’ PURPUREA

di Tonj Lardani

 

Tragico bersaglio del conflitto vietnamita degli anni Sessanta, Huè e tutta l’area che la circonda, spinta da un vento nuovo “doi moi”, al passo con la nazione si apre al progresso e, con prudenza asiatica, mostra i primi risvegli dell’epoca imperiale.

Vietnam. Hanoi, sapore d’Indocina

di Marta Forzan

 

Bella signora degli anni ‘30 con gli abiti di seta sdruciti dagli scossoni della storia, Hanoi si distende sul Fiume Rosso. Nella placida nebbia degli eventi quotidiani evoca un’epoca passata con quel che resta di palazzi, larghi viali e parchi.

 

Nell'ombra della casa, sulla riva infuocata del Fiume Rosso, il rumore delle pale del ventilatore sul soffitto ricorda quello cupo degli elicotteri. Fuori, sotto un'afa immobile, un sole velato, umido e prepotente, si sveglia Hanoi.

 

Pensieri fuggono sulle pianure deserte, sentieri serpeggianti che si snodano all'infinito tra montagne nere, fiumi, boscaglie e l'argentea costa per arrivare alla città “Al di qua del fiume”.Odore della campagna, tenerezza della terra, abbracci verdi delle piantine di riso.

 

Suono di gong, rintocco di campane, tramestio di biciclette, un vocio di folla in un crescendo stridulo. Tra polvere e schegge di sole, il pacato scompiglio d’una città asiatica dallo charme francese che bisbiglia una lingua chioccia.

 

Scampata alle bombema oltraggiata dal tempo. Fatiscenti armonie parigine. Finestre, balconi, stucchi, terrazze sui portici, scalinate ricoperte da esplosioni di bouganville, palazzotti d'epoca e ville d'altri secoli separati da giardini in fiore.

 

Sospeso aspetto coloniale, edifici in stile europeo squartati dalla vegetazione, boulevard alberati, cafè all’aperto da vecchia Europa degli anni ’30. Quinte sceniche di un teatro dove pulsa una vita spossata dall’afa che non permette fragori eccessivi e fiacca il corpo.

 

Eppur tutto si muove. Gente, un bagno di folla. Già dall’alba le strade, i bordi dei laghi, i parchi e persino il prato di fronte al mausoleo di Ho Chi Minh pullulano di persone di ogni età. Camminano, meditano, si muovono come in una danza del thai chin.

 

Gradevole e pungente, la fragranza di spezie nella zona del mercato. Niente può frenare il commercio che si distende sui larghi marciapiedi dove s’ammucchia di tutto. Donne coi cappelli a cono, con passo saltellante portano bilance in vimini piene di frutta.

 

Sulla via, rotoli di seta e lanterne di carta colorata. Nell'aria aleggia il profumo della cucina vietnamita. Bettole all'aperto con granchi bolliti, gamberetti fritti, fegato in salsa agrodolce, pesche secche e uva passa, “cha ca” spiedini di pesce, “com pho”, zuppa di riso.

 

Nel primo pomeriggio rasenti gialle mura d’epoca strisciando i passi sull’asfalto vuoto e rovente. Tutto è silenzio, hai il tempo di vedere, capire. Hanoi è assopita. Lo sguardo scruta una finestra, si ferma sui risciò, sui sacchi di riso. E’ l’ora della siesta.

 

T’accasci al suolo. Tempo tiranno, cerchi riparo in luoghi d’ombra. Laghi, parchi, corsi d'acqua e pagode. Nell'isola della tartaruga, in mezzo al lago “della spada restituita”, Hoan Kiem Ho. All’Opera House e nell’ex Palazzo del Governatore.

 

 

 

Nel tempio Ngoc Son (montagna di Giada) o nel Palazzo confuciano della letteratura, testimone del millenario rispetto dei vietnamiti per la cultura. Sulle rive del Fiume Rosso, il Song Hong, dove s’onorano gli eroi che vinsero i primi invasori, i cinesi.

 

La vita riprende nel dedalo di viuzze del quartiere vecchio. Il vicolo delle sete, degli argenti, quello dei ventagli, dei fabbri, dei medicinali. L’erboristeria coi serpenti e i funghi d’ogni forma. Calzolai, sarti, venditori di fiori e di pesce.

 

Senti il cigolio di carretti con tavole di legno fissate ai due lati per il trasporto di animali e merce. Ancora commercio che non finisce neppure al tramonto quando le prime sbavature violacee rivelano una notte afosa quanto il giorno.

 

Allora si ha il tempo di fare i conti, sdraiarsi sui letti di paglia lungo il marciapiede dove in gruppo, con un occhio si vede la TV sventagliandosi per mitigare il caldo umido della notte, e con l'altro si è pronti a servire un’acquirente.

 

I contadini dai larghi cappelli a cono coi bilancieri vuoti di frutta e riso cotto svaniscono nel buio delle campagne. Nell’altro Vietnam, quello che ancora ha i segni delle guerre e della fatica. Quello dei bufali nelle risaie. Dei sorrisi sdentati e del fiero orgoglio.

 

La sera cade improvvisa. L’aria odore di notte, di zuppa, di fiori e d’incenso bruciato per gli avi. Velocemente, il sole s’è nascosto dietro l’orizzonte e il giorno è fuggito. Hanoi è una magia, uno stato d’animo. Un angolo d’Indocina dall’antico charme.

 

 

 

Tags       Asia, Vietnam, Hanoi, Fiume Rosso, Hoan Kiem Ho, Song Hong

 



                                                        
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Vietnam, passaggio ad Hanoi

di Tonj Lardani

 

Splendori sfuggenti, misteri cinesi e francesi consumati all’ombra di tamarindi dove cent’anni di storia, quasi tutti di guerra, sono impressi tra le mura squarciate da vegetazione ribelle. Nelle buie stanze tra le stuoie dei ricordi. Nel sudore dei mercati. Nell’Asia del passato cheunisce la grazie parigina ai ritmi orientali.

 

INDIA CALCUTTA KOLCATA

CALCUTTA, KOLCATA NEL VENTRE DEGLI SLUM

Marta Forzan

Un universo di segreti avvolti da ombre. Monumenti fastosi dell’epoca coloniale e slum di povertà vivono fianco a fianco. Nel suo eterno delirio, la città miraggio per milioni di diseredati, offesa dalla miseria e dal degrado manifesta tolleranza e solidarietà. Nel ventre degli slum dove si sopravvive, si ama e si muore. Un pianeta che non finisce mai di stupire e straziare. Oltre un miliardo di esseri umani vivono in India e tredici milioni solo a Calcutta.

Notte fonda. Aereoporto Internazionale Netaji Subhash Chandra Bose, 35° di temperatura e 95 per cento di umidità. Sulla strada che porta in Down Town, centinaia di stracci fatiscenti, neri per il sudicio, polvere e smog, ricoprono uomini, donne e bambini ammassati sui marciapiedi. Intere famiglie, nell’abbraccio “ristoratore” della notte trovano riparo in Sudder Street fino all’ingresso del Lytton Hotel. La domenica mattina sullo stesso marciapiede si allunga una fila di esseri umani seminudi, ammalati, affamati. Serrati, silenziosi in attesa di un pasto gratuito distribuito da un ordine di missionari. Una ciotola di riso con rape. Calcutta è la culla intellettuale dell’India, oltre che la più grande metropoli dell’impero britannico dopo Londra. Ha partecipato con impeto agli scossoni della storia sin dal 1690, anno della sua fondazione a opera di una manciata di inglesi della Compagnia delle Indie.

MAIDAN, LO SPAZIO VERDE

La perla del golfo del Bengala, città di poeti come Radidranath Tagore e di scienziati, è circondata da una delle regioni più fertili dell’India ma anche la più toccata da cataclismi annientatori. Il clima sembra essere il padrone della città e della campagna che la circonda. In un anno si possono avere migliaia di morti per la siccità e in quello successivo si può essere inghiottiti dalle acque dei fiumi ingrossate dai monsoni. Il Maidan, parola che in hindi significa “spazio aperto, ventilato, verde” racchiude il Victoria Memorial, il Forte William, la Cattedrale di San Paolo e l’Eden Garden. E’ il volto bello, antico e trasudante di storia. Ma i più sono di passaggio e scappano via in fretta. Commercianti, imprenditori, turisti restano chiusi nei grandi alberghi, senza sentire e guardare. Lontano dagli odori, dalle scene strazianti, dagli ingorghi da incubo. Lontano dai gath delle cremazioni, dal misterioso tempio della dea Kalì, dal lazzaretto della Casa del Cuore Puro, Nirmal Hriday.

ANAND NAGAR, IL VOLTO DEGLI SLUM

L’altro volto è al di là dell’Howrah Bridge che attraversa per 655 metri il fiume Hoogly . Costruito nel 1943, il ponte ha un’unica arcata sostenuta da due torri di 85 metri d’altezza poste sulle due rive del fiume. Ogni giorno più di 2 milioni di persone e centinaia di migliaia di veicoli lo attraversano. Il traffico è tanto intenso da farlo vibrare in modo impressionante. Dal fiume e dai canali salgono effluvi nauseabondi, l’aria è irrespirabile e rovente. La stessa che si respira negli slum dove si muore per dissenteria, febbri virali, malaria e fame, tra scorribande di scarafaggi e topi. Isole di miseria e nobiltà. Di slum a Calcutta ce ne sono molti, circa 3000. Uno, per assurdo, si chiama Anand Nagar, “città della gioia”. Senza una goccia d’acqua potabile, in mezzo al fetore, al fango, alla morte sempre in agguato, vivono induisti, buddisti, musulmani e cristiani. Qui la religione non divide ma unisce. Arrivano da sperduti villaggi con negli occhi il miraggio della grande città. Fuggono dai monsoni, dalle carestie. Prima tappa i marciapiedi della città. Seconda, le baracche lungo la ferrovia abbandonata, sulle rive dell’Hoogly.

GLI UOMINI CAVALLO”, ORGOGLIO E UMILTA’

“Lasciano la campagna dove c’è il pane e scelgono la città dove trovano una rupia”, dicono di loro a Calcutta. Attirati dall’utopia urbana, in questo esilio molti di loro non sopravvivono, pochi trovano “fortuna”. E la fortuna può essere un risciò. I rikshaw pullers, gli uomini cavallo erano il simbolo della città, come la marea di ambulanti allontanati dal centro per ripulirne l’immagine. Ne restano seimila più o meno autorizzati. Tutti gli altri hanno perso il loro unico mezzo di sostentamento. Gli uomini-risciò aspettano in fila. Normale portare l’avvocato in tribunale, la signora dal parrucchiere. Inforcate le due aste s’infiltrano a piedi nudi nel traffico tra il ruggito degli autobus che non si fermano mai, taxi gialli e neri, frastuono di clacson, ingorghi. Namastè piccolo uomo dagli occhi liquidi e dall’orgoglio intatto. Mi affido a te. Portami dove vivi. “Don’t worry. Dammi la mano. Sali sul mio risciò”. E’ il suo lavoro, unica fonte di guadagno, lo fa’ con orgoglio e umiltà. Solo qui le due parole, che altrove sono agli opposti, si fondono sino a diventare una cosa sola. Bambini e cani frugano e annusano nei bidoni straripanti di spazzatura. Con un sacco di iuta sulle spalle e un uncino, ragazzi scandagliano tra le rotaie delle tramvie cercando qualcosa che possa essere utile.Chiodi, tappi, brandelli di stoffa, monetine.

KOLKATA NAMASTE

Un giovane sdraiato sul selciato, ha la testa sotterrata. Di fronte, con ordine perfetto, ha steso un telo giallo fermato da sei sassi. Sul telo, 2 rupie. La giornata è ancora lunga. Ogni mattina tutti escono dagli slum in cerca di un lavoro, di un respiro, di una speranza. E ognuno lo fa’ come può. Qui si giunge al centro del dramma dell’India contemporanea. Le strade dissestate sono ammassi di rifiuti e fogne agonizzanti che richiamano centinaia di varietà di insetti: la malaria e la lebbra minano ancora la salute di questa città che incarnava “il sogno imperiale della dominazione del mondo dell’occidente”. A Calcutta non c’è niente di intimo e personale. Si vive in piena trasparenza anche la morte nel lazzaretto di Madre Teresa vicino al Kalìghat, il tempio della dea Kalì, patrona della città. Assetata di sangue, la dea nera è venerata in un grande tempio a sud di Calcutta, vicino ai ghat delle cremazioni. Folle di fedeli e mendicanti brulicano attorno e dentro il tempio circondato da venditori di ghirlande di fiori, incenso, mucchietti di riso. Si fanno sacrifici di caprette. La dea si sazia. La gente ha fame.

NIRMAL HRIDAY, LA “CASA DEL CUORE PURO”

Una coltre di fumo grigio avvolge tutto. Sul fiume si bruciano i corpi di chi può permettersi un po’ di legna. Dal Kalìghat si allunga una costruzione con un cancello, un’immagine della Madonna e una scritta: Nirmal Hriday “Casa del cuore puro”. E’ l’ospizio di Madre Teresa di Calcutta. Nel “lazzaretto” delle Missionarie della Carità, su gradoni di cemento, 50 brandine numerate, ricoperte da sottili materassi verdi, accolgono 50 uomini. Nella vicina stanza altri 50 posti sono destinate alle donne. Non un pianto, non un lamento. Tutto è silenzio, pulito come i sari orlati d’azzurro delle tre Suore della Carità. Gambe fratturate (numerosi gli incidenti stradali), epatosplenomegalie ( aumento del volume della milza e del fegato), sospette tubercolosi, possibili tumori. Mancano guanti sterili per le visite mediche, medicinali, bende. Non tutti sono destinati alla morte. Qui, La aspettano. Alle due il cancello si chiude e tutto si ferma. E’ l’ora della preghiera. Riaprirà alle quattro. Nella Nirmal Hriday si attende la morte con dignità. E’vero. Ma fuori si tenta di vivere ininterrottamente. Sulle strade, negli slum, nelle moschee, nei ghat, negli ospedali, la gente lotta per un pugno di riso, una rupia nella speranza di un mondo senza malattie e sudore. L’Howrah Bridge unisce le due sponde del fiume Hoogly. Due città gemelle, due volti, due realtà. Una Kolkata.

 

AFGHANISTAN

 

 

 

Afghanistan.
I laghi di Band-I-Amir
© Tonj Lardani

 

AFGHANISTAN. NEL CUORE E NELLA MENTE (1)

di Marta Forzan

 

Da Kabul ai laghi Band-I-Amir lungo la pista centrale diretta a nord. La terra fertile degli hazari, popolo fiero dai tratti mongoli. Valichi, valli, villaggi. Chilometri di polvere che offusca mente e vista. Ma negli occhi, ancora vivi nella roccia, i Buddha di Bamiyan.

 

Ha l’istinto del nomade Ismail, il nostro autista. Occhi bistrati, sorriso fresco. Ostenta tenacia e slancio per domare i timori della sua giovane età. E’ di origine Kuci, gente del deserto dal fascino innato.

 

E’ già alla guida. Prima con timidezza, poi con allegria parliamo in “farsi”. Sorride del mio farfugliare. E’ subito complicità. Kabul è ormai lontana dietro la striscia di asfalto cocente. Strada e città tenuta in piedi con filo di ferro, argilla e preghiere ad Allah.

 

Kabul. Randagi sentimenti fissi nella mente. Per cinque volte, il muezzin con voce bellicosa chiama i fedeli alla preghiera e il sole cala dietro la città. Un altro giorno finisce. Attraverso strade affollate, seguendo la musica che incanta, triste ed esaltata delle terre di frontiera, sbuchi nel cuore pulsante, il bazar. Perimetro di un’esistenza normale.

 

Vasi di rame e piramidi di frutta, karbusi (meloni), melograni, cetrioli, pomodori riempiono le bancarelle. Fascino di colori, incroci di fragranze. Dall’antica via principale si stringono ad imbuto pastori, montoni, asini e muli. Il sole gioca tra le stoffe.

 

A Kabul arrivano da tutte le province. Tuniche e camicie, turbanti, berretti di lana, kulas di astrakan, pakul, burka nere e azzurre. Gente di varie tribù. L’abito e il copricapo li distingue. Tagichi, pashtuni, hazari, kuci, beluci. Popoli nomadi legati a clan chiusi, senza uno spirito comunitario. Solo l’Islam li unisce.

 

La Strada Centrale punta a nord. Un gruppo di donne. Osservano i nostri capelli al vento e, con le mani, trattengono azzurre burka che veleggiano scintillanti di bagliori riflessi. Si corre, col camioncino russo Vaz, e i pioppi acerbi sfilano veloci inclinandosi come tanti soldatini.

 

Settanta chilometri di asfalto fino a Charikar. La sosta. Sotto le volte di un antico caravanserraglio, una “chai-khunè”, casa del tè. Sulla strada, giovani dall’aspetto risoluto e discreto colkalashnikov a tracolla scherzano sotto una cascata di capelli neri tenuti a stento dal pakul. Mujaheddin.

 

Sulla porta due vecchi asciutti giocano a “Takhte”. I dadi rotolano, nodose mani si incrociano. Un gesto, una parola, il valore di un contratto. Gli occhi si abituano all’oscurità della chai-khunè. Accovacciati su tappeti colorati gruppi di uomini sorseggiano tè, fumano, mangiano, parlano fitto, schioccano le dita sulle gambe. Gesti antichi.

 

Un musicista cieco accorda il “setar” mentre arrivano i bambini. Dignitosi e composti puntano dritto negli occhi, cercando di indovinare la vita, i sogni e le avventure di un gruppo che stravolge lo scenario quotidiano.

 

Ismail rallenta per evitare buche e scossoni. Di lato scorre un piccolo ruscello e i campi coltivati sbiadiscono su radure secche. La prima via per Bamiyan è interrotta. E’ già buio. Si sale verso il Salang Pass. Tornanti, curve che si susseguono vicinissime e strette, a ridosso di speroni rocciosi. La luna piena illumina burroni, monti, asini carichi di legna e un gruppo di soldati carichi di armi.

 

L’alba colora di ocra l’altopiano a 3500 metri di altitudine, e la vallata stringe oasi di pioppi dove luccicano ruscelli. La pista svolta a Doshi per lasciare la Strada Centrale. Siamo nella fertile terra degli hazari, discendenti dei soldati di Gengis-Khan. Una fuga di colline, poi lo sguardo fissa una parete forata da nicchie, celle, gallerie.

 

Qui, sulla “Via della Seta” dal III° d.C., immensi, scolpiti nella roccia viva i due Buddha di Bamiyan. 35 e 53 metri. Sakyamuni e Maitrey. Pilastri tra cielo e terra. Le teste, un tempo ricche di ornamenti, prive dei volti, gli arti forati dall’ignoranza della storia.

Fatali le mine del fanatismo esplose nel 2001.

 

In 0ttanta chilometri il paesaggio cambia e si distende nella sabbia fino a Band-I-Amir. L’aria è pungente mentre il sole si tuffa nei laghi a terrazze, nascosti da alti costoni di roccia. Turchese e onice, teorema di colori liquidi. Grotte, cascate, anfratti.

Attimi di stupore da inchiodare al muro e guardarli per sempre.

 

A Kabul ho incontrato un giovane uomo con l’espressione antica negli occhi. Mi ha regalato frammenti d’ingenuità e poesia. Voleva cambiare il mondo con la ragione di un sogno. Voleva dare voce a chi vive nella periferia dell’umanità. Un sogno non si distrugge.

 

Afghanistan, Asia, Bamiyan, Band-i-Amir, Kabul, Charikar, Islam, Allah

 

 

 

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                                           PUZZLE AFGHANO

 

Immagini di una terra che punta dritta al cuore, isolata dal mondo,
ferita da guerre. Paese della burka e di forti etnie legate a clan chiusi.

I
bazar, le vie di polvere. Bamiyan e i Buddha scolpiti nella roccia. Band-I-Amir e i laghi color lapislazzolo stretti dalle montagne di Gengis-Khan.

 

 

 



 

 

 

 

Afghanistan. Mazar-I-Sharif Moschea Azrat © Marta Forzan

 

AFGHANISTAN. NEL CUORE E NELLA MENTE (2)

di Marta Forzan

 

Un viaggio nella memoria ai confini del mondo abitato. Paesaggi arcaici. L’incontro con “predoni afghani” e l’ospitalità dei nomadi. Sulla “rotta del nord” per Mazar-I-Sharif vicino al confine dell’ Uzbekistan fino a Balkh, antico borgo di cultura.

 

Il tempo sembra avere il ritmo delle nostre emozioni. Un’intera giornata sulla via del nord, verso il confine uzbeko. Kholm, crocevia di strade e commerci, è alle spalle. Sale la brezza sul far della sera e sgomento sul volto di Ismail. L’autista kuci.

 

Non è la pista per Mazar-I-Sharif. L’improvvisa notte costringe ad accamparci nel bosco.

Il fiume scorre con lo stesso quieto bisbigliare delle fronde dei pioppi. Piatto, fresco e senza inquietudini. Poi, il silenzio assoluto.

 

Due, alti come minareti. Sciabole in vita, coperti da tuniche nere e dal chadri che lascia intravede una pelle arsa dal sole e tracce d’avventura. “Predoni afgani”, sussurra Ismail. Poi tace. Non può, non deve più parlare.

 

In certi casi il pericolo tratta con l’emozione e aguzza l’ingegno. Ma italiai hastam, mirim Mazar-I-Sharif, ma mehmane shoma hasmm (Siamo italiani e andiamo a Mazar-I-Sharif, siamo vostri ospiti e vorremmo essere protetti).

 

Solenni parole di profeti e deserti anche per uomini dal pensiero senza eco e dalle inutili glorie. Sacro e profano per non ferire il cuore e ingannare l'orgoglio. Una manciata di dollari in cambio di protezione.

 

Magici effetti intorno al falò in un bosco afgano. Una notte di sguardi in compagnia di briganti. Esmeto ci e (qual è il tuo nome), non mi risponde. Un solo gesto della mano dal petto alla fronte in segno di rispetto. Non voleva darmi l'anima, quella non si compra.

 

Lasciamo il bosco, il fiume e quegli uomini usciti da una fiaba. Entriamo nella Battriana, provincia a nord dell’Afghanistan. Un deserto senza orizzonti battuto da un vento caldo e sabbioso, villaggi d’argilla fino a Mazar-I-Sharif.

 

La città, a 50 chilometri da Termiz confine uzbeko è un fermento di colori, mercanti e mestieriche gravitano attorno alla moschea Hazrat dove è sepolto Alì, cognato di Maometto.Mura, cupole e minareti dolcemente irregolari e rotondeggianti.

 

Per secoli, Mazar-I-Sharif ha vissuto all’ombra dell’antica Balkh. Da anonimo villaggio a città frenetica dove convivono etnie fuggite dall’est del paese. Gente indoeuropea mescolata con stirpe mongola. Crogiolo unico e trambusto di vita cittadina.

 

Fuori le mura, un rosario di villaggi. Grezze, imperfette geometrie di mattoni di sabbia. Sulla rotta di grandi conquiste, di condottieri ed eserciti, lungo le linee impalpabili della Via della seta, si snodala pista di sabbia per Balkh.

 

Un accampamento di nomadi. Donne senza il velo, lunghi vestiti e pantaloni colorati. Al collo vistose gol, collane a più fili. Denti bianchissimi nel viso bruciato. Svagate e un po’ indolenti, affascinanti come regine, ci invitano nella tenda.

 

Ospitalità, dono afgano. Nella iurta fumo dal narghilé. Al centro del consunto tappeto, il chiai, una ciotola colma di mast e dugh, yogurt fermentato ricco di spezie e riso pilaf.

Mi addormento sulla sabbia col corpo a croce e un piccolo levriero accucciato sulla spalla.

 

Al mattino la carovana si muove lenta. Cammelli distratti e svogliati ruminano nella loro lingua grottesca. Resta odore di montone bollito. Il capo, un ventaglio di rughe, saluta con la mano sul petto. Khodafez, arrivederci. Bactres nazdik ast, Balkh è vicina.

 

Ai bordi del deserto affiora un grosso villaggio perso tra rovine e strani scogli argillosi.

Testi letterari classici, cinesi, arabi e persiani ne parlano come di “Balac la bella, madre di tutte le città.. grande e nobile che gli tartari l’hanno guasta e fatto gran danno”.

 

Balkh-Battra, teatro di antica storia e cultura. Achemenidi, greci, persiani, mongoli. Vivace centro islamico di poeti e sufi. Qui, nel VI° a.C, nacque Zoroastro. Qui, Alessandro Magno sposò Rossane. Templi, palazzi, giardini e moschee. Quando arrivò Marco Polo, nel 1270, trovò ombre e morte. Gengis Khan non lasciava che cenere.

 

Quel che vediamo sono tracce di gloria. Nascosta tra le dune, No Gombad, la moschea più antica dell’Afghanistan. Al centro della città il “santuario” Khoja Parsa del 1460. Di lato, la tomba di Rabia Balkhi poetessa medievale, murata viva per i suoi scritti mistici ed erotici.

 

Ho portato con me profumo di spezie, gli azzurri smaltati delle moschee, il rosso dei tulipani, il turchese dei laghi e l’oblio dell’ “erba di Balkh”. Villaggi e volti. Senza voltarmi. Ho lasciato una terra di frontiera stretta nella morsa di guerre altrui.

 

Tag: Afghanistan, Asia, Balkh, Gengis Khan, Mazar-I-Sharif, Zoroastro.

 

INDIA

Donne in sari © Marta Forzan

 

DONNE IN SARI

 

di Marta Forzan

 

C’è magia nel sari. Quasi per incanto sotto i suoi drappeggi armoniosi il corpo non si nasconde ma prende forma e il fascino delle donne indiane sboccia con affinate mosse dai sgargianti colori in seta o in cristallini e vaporosi cotoni.

 

Più che un abito, il sari sottolinea il garbo, esalta la bellezza, evidenzia la grazia. Seducenti ed eleganti sia che lavorino nei campi o riparino le strade in una dura fatica senza tempo, sia che sorseggino il tè sulla veranda ombrosa di una villa.

 

Hermès si prepara alla danza e srotola il suo sari. È lungo 5,5 metri e largo 1,25. Lo indossa sulla sottogonna che scende fino alle caviglie e sul “choli”, corpetto a maniche corte lasciando scoperto l’addome d’ambra. Tono su tono, nuance su nuance.

 

Avvolge il lungo tessuto intorno alla vita dopo aver formato otto larghe pieghe e le fissa sul davanti, al centro. Gesti lenti e precisi. Un rito antico che ha nel sangue. Di generazione in generazione, di donna in donna. Fa passare la seta sul fianco sinistro poi sulla spalla destra fino a coprirsi la cascata d’ebano di lunghi capelli. Riservatezza e leggiadria.

 

Dolci gesti e raffinate movenze. Accordi vivi e accesi intarsiati da motivi geometrici. Verde, rosso, fucsia, arancione. Blu e oro. Ogni regione dell’India ha sari con nomi, disegni e trame diversi. “Ikat” del Gujarat, annebbiati fino alle punte fiammanti o i “patola” dai grandi disegni centrali.

 

In Orissa il "vichitrapuri" ha orditi di seta che s'intrecciano col cotone. Pesci, leoni, elefanti e fiori di loto disegnano tessute in lode al sol

 

 

 

 

Nella penombra delle capanne, accoccolati su stuoie di palma, corpi magri e lucidi di sudore battono i telai a mano con l’abilità dei maestri artigiani di un tempo. Si ispirano a farina di riso, alla polvere di quarzo, al luccichio delle stelle. Linee geometriche, astratte espressione di gioia di vivere, gusto del colore.

 

Ovunque signore in sari dai toni pastello a quelli sgargianti. Per esorcizzare la terra dura e secca del deserto del Tahar o mitigare il rigoglio della giungla. Esaltare le perle di schiuma del mare. Gonne rubate ai colori dell’arcobaleno con specchietti e perline.

 

Gioielli attorno al collo e ai fianchi, tintinnanti cavigliere ai piedi, fermagli e anelli al naso o pendagli sulla fronte e il volto arrossato dal “sidnur”. Le trovi lungo le rive dei fiumi, ai bordi dei laghi, nei mercati. Nelle grandi città come in sperduti villaggi, sui ghat a fare le abluzioni, nei templi o a spaccar sassi.

 

Donne protagoniste della grande festa del dio Brama a Pushkar. Vaporose e leggere di fronte al Tajmahal di Agra. Oro e argento delle danzatrici del “Kathak”nelle antiche dimore moghul. Rosso fiammante alla fonte, alle porte del nulla.

 

Donne del ventunesimo secolo. Contadine, studentesse, stradine, donne di Stato e donne di penna nell’immenso mosaico indiano. Da nord a sud, da est a ovest diversi colori di pelle, differenti culture. Stesso portamento nel conversare e nel contestare. Col sari.

 

L’India cambia e anche rapidamente. La società è in movimento e il destino un’incognita.
Mentre in Parlamento si discute ancora dei pari diritti della donna e crescono le associazioni femministe del Paese, in sperduti villaggi s’inneggia ancora a Rani Sati, la dea che simboleggia il sacrificio della vedova nella pira funebre del marito. Vietato dal 1829.

 

La donna è ancora “pati-vrata” (dedicata al marito). Miti e leggende indù hanno idealizzato la docile e sottomessa moglie indiana. Troppi deserti, troppe ferite, troppe violenze accumulate nei grandi spazi della vita.

 

Mi sono fermata sulle strade di polvere dove la povertà è fastosa, negli slum dove il sari dona luce su volti di fame. Sulla riva di mari e fiumi ad osservare i ritmi dei corpi snelli sotto veli d’acqua avvinghiati alla pelle ambrata. Nello scroscio d’un temporale, nella risata del veno che fa eco tra i capelli.

 

Ho visto donne sol sari e il destino incompiuto.

 

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                                           Signore in Sari

                                              di Tonj Lardani

 

Attingere l’acqua è un obbligo ma anche un pretesto per incontrarsi con le donne del villaggio. Sfoggiano gioielli e ornamenti in occasione delle grandi feste rituali indiane. Manifestano in fila, serrate e corali per i diritti umani in Nepal. Fanno la spesa e colmano di colori i mercati. Ogni particolare ha contorni di incantesimi. Veli vaporosi come soffi e movenze sinuose. Ogni donna è una magia.

INDIA

GLI SCALPELLINI DI JAISALMER

di Marta Forzan

 

Nel deserto del Thar, ai confini tra India e Pakistan, Jaisalmer città intarsiata. Protagonisti “gli scalpellini”. Sin dai tempi antichi hanno modellato l’architettura priva d’aria della “Roccia di Jasal”. Venivano dalle vallate afghane. Scolpivano la pietra agli incroci delle strade e sulle case.

 

Il distacco tra l'India braminica e quella islamica si fa più intenso via via che la strada
lascia le leggere colline del Rajasthan, per squarci piatti. Grossi sassi e qualche acacia sostituiscono campi verdi appena coltivati.

 

l'Islam predilige terre desolate, deserti e steppe. Là, dove cessa il privilegio dei monsoni
domina una magra vegetazione mentre il gracchiare dei corvi e l'aerea immobilità degli avvoltoi annunciano l'avvicinarsi del deserto del Thar, ai confini tra India e Pakistan.

 

Vegetazione rada e stepposa. Soffi carichi di polvere, sabbia, bruschi cambi di temperatura. Villaggi sul punto di arrendersi alla tenacia del deserto. Casupole in legno, e tende di
nomadi fermate a terra da grossi sassi. Vite semplici ridotte al minimo.

 

Soli lussi, un po’ di tabacco tirato dalle “hukka” che migliora l'umore ma rovina i polmoni, e
un amichevole e fraternizzante scambio di oppio. Un canto e una danza accompagnate
dal suono di un tamburo o di un flauto, il maggior divertimento. Capre, pecore e qualche cammello, il sostentamento.

 

All'improvviso, lontano sulla destra, un miraggio, affascinante, misterioso, eccitante,
dilatato e tremolante per il calore che emana la terra. Scenario sospeso, quasi irreale, appena materializzato dal vento del deserto. Le pietre dorate di Jaisalmer che sembrano nascere spontanee dalla sabbia, nascoste dalle “dharna”, dune.

 

Il sole esce come una palla di fuoco dietro alle dune incandescenti e illumina mirabilmente cupole dorate e guglie scintillanti dai volumi morbidi e dai colori rinascimentali, caldi. Bella di
tutte le eleganze e raffinatezze ereditate da Bagdad, Isfhan, Persepoli.

 

Fortezza contro il deserto. Vie rette e razionali, disposte a barriera capaci di tagliare e
arrestare il vento e la polvere del deserto. Case fresche. Sia quelle umili sia i palazzi. Mille finestrelle intarsiate dove l’aria è mossa da correnti create da innumerevoli fessure aperte alla luce e all’ombra.

 

Qui tutto è traforato. Balconi, finestre, portoni e balaustre. Fazzoletti riccamente e delicatamente
ricamati. E ’la terra degli scalpellini più abili di tutto l'Oriente. Ci sono piccoli cantieri in ogni angolo della città e, dall'alba al tramonto, si sente un continuo picchiettare con punte e scalpello su enormi lastroni.

 

Gli artigiani si tramandano quest'arte di padre in figlio. L’arte d’esistere in un paese di
pietre. Il calcare di Jaisalmer, molto usato per i lavori di un mestiere antico. Le cave si trovano a Amarsagar, Moolsagar e vicino alla città dorata. Marmo giallo d'eccellente qualità, facile da scolpire, il principale componente delle fondamenta sulle quali si posa la città.

    

Nonostante la difficoltà divivere in questa zona arida, gli scalpellini di Jaisalmer sembrano sempre felici. Anche quando vengono a mancare cibo e acqua, nelle annate di carestia, questa non pare essere una ragione sufficiente ad abbattere il loro spirito allegro.

 

Abili artigiani, attenti e scrupolosi nel loro prezioso lavoro. Puntuali e silenziosi tranne il
ticchettio del mazzolo. Vivezza e fantasia di colori. Accovacciati su stuoie di palma, nelle pause e al tramonto, appena fanno capannello, si leva un fitto cinguettio simile al suono di pifferi tanto da incantare i serpenti.

 

E’ gente del nord con ardito miscuglio di sangue nelle vene. Uomini asciutti e fieri, di
pelle molto scura irradiata da solchi. Turbanti che si inalberano in testa, abilmente confezionati con stoffe rosse, gialle, verdi. Lunghi baffi imbionditi dall’hennè. Larghe brache e orecchini
dorati.

 

Sono i discendenti di quei scalpellini artefici delle decorazioni sulle porte e balconi del forte di Jaisalmer aggrappato alla collina Gorhara. E dei palazzi ricchi di finestrelle ad ogiva difese da grate di marmo sottile, lavorate a giorno, aperte ai deboli venti, al sole e alla luna.

 

Fra i tetti geometrici della città bassa, spiccano e Havelis, abitazioni dei ricchi commercianti. Cinque, bellissime, ideate dai fratelli Patva nell’800. I mercanti facevano a gara per costruirle sempre più belle, ricamate in arenaria gialla. Uomini d'affari, banchieri, esportatori d'oppio e gli immancabili scalpellini, spesso personali e ben pagati.

 

La Haveli di Seth Patva, ha facciate finemente scolpite, che sembrano costruite con legno di sandalo piuttosto che in pietra. E il pensiero corre alle abili mani, a quei gesti precisi nel ricavar dalla pietra delicati trafori di alberi, frutta, danzatrici e pavoni.

 

Intarsi diversi, originali. Non una finestra uguale all'altra, non un richiamo pittorico simile
all’altro. All'interno affreschi, soffitti dorati, pietre mirabilmente scolpite. Balconi, nicchie e fontanelle negli angoli più nascosti. Maestria nell'arte dell'incisione. Trionfo della fantasia umana e della sua infinita capacità di creare, inventare, immaginare.

 

Tag :India, Jaisalmer, Havelis, Rajasthan, Pakistan, Amarsagar, Moolsagar

 

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                     SCULTORI DI PIETRA

 

                                                                        di Tonj Lardani

 

Scalpellini maestri di un’antica arte che risale al periodo del re Ashoka. Palazzi,
fortezze e le Havelis, residenze di commercianti, banchieri e uomini d’affari.
Tutto intarsiato per abbellire e far circolare l’aria.

 

 

 

 

 

 

  Srinagar, la perla kashmira 

          marta forzan



Tra il colosso indiano e i silenzi del Ladakh, il gioiello del Kashmir, Srinagar. Il mercato galleggiante. Fluido puzzle nel Dal Lake. La verdissima vallata è oggi contesa tra India, Cina e Pakistan, mentre si agita al suo interno una forte spinta indipendentista.

 

A pelo d’acqua, accovacciato a prua della shikara, Kadir pagaia dolcemente nel Dal Lake. Alle spalle le vecchie case ammonticchiate le une sulle altre di Srinagar, la perla del Kashmir. Lontani i rumori della città coi suoi mercati, le vecchie auto, i boulevard coi doppi filari di platani fin sulle sponde del lago.

 

Venticinque ore di corriera per lasciare il caldo opprimente e il caos di Delhi fino alla galleria di Jawarhar. Oltre il tunnel si spalanca la verdissima vallata kashmira con le
imponenti catene montuose himalayane del Ladakh, il Piccolo Tibet.

 

“Città della bellezza e della conoscenza”, Srinagar per secoli uno dei centri culturali e
filosofici dell’Asia. Lo racconta la Moschea del Venerdì, la Moschea di Shah Hamdan e Roza Bal. I giardini Moghul, balconi persiani sulle rive del lago, tra i più belli d’Oriente.

 

Alberi secolari, maestosi come cattedrali stretti tra acqua e montagne. L’aria fresca di Srinagar, ti sveglia dal torpore d’un lungo viaggio per gettarti in una fiaba racchiusa come una conchiglia nello specchio d’acqua color giada alimentato dai ghiacciai del Pir Panjal che circonda la valle.

 

Occhi vispi come grani di pepe, corpo snello e asciutto, chioma folta e bruna, il giovane gondoliere della Venezia himalayana raccoglie dall’acqua un fiore di loto e lo dona con grazia suggellando una tenera complicità senza prezzo.

 

Dai fondali emergono sinuose alghe simili a sirene che danzano tra le verdi foglie di loto e lilium. L’ultimo sole spande tutto il suo oro sul lago. Un mare di seta che ondeggia in mille sfumature. La brezza soffia tra le foglie di salici e betulle che frastagliano il cielo con movimenti leggeri e argentei. E tutto appare nitido come
un’incisione antica.

 

Lungo la riva sciabordar di onde, sbatacchiar di panni e l’ultima nenia serotina del muezzin. Si sente l’Islam nelle vie, nel bazar sulla terraferma di Srinagar. Sui vecchi poster scollati dai muri con l’immagine di Khomeini. Sulle burka che copron le donne.
Mentre al suo interno si agita una forte spinta indipendentista, la regione più
a nord dell’India, è oggi contesa tra India, Cina e Pakistan.

 

Sul lago tutto cambia. L’atmosfera è pacata, rilassante, quieta come la pagaia che sfiora l’acqua mentre la striscia gialla scompare inghiottita dal grigio delle prime gocce di pioggia che chiudono il giorno. La shikara attracca sui gradini della houseboat nel Dal Gate, ed è già profumo di sandalo.

 

Interni intarsiati in legno, tappeti kashmiri, tavoli in noce e arredi in stile
coloniale. Verande come merletti veneziani da cui contemplar luna e stelle,
tanto vicine da poterle toccare. Qui non c’è posto per ansia, stanchezza. Solo
scintillio dell’acqua, nuance di colori d’artista ignoto. Solo lieve timore di
veder fuggir via quell’istante infinito.

 

Chapati appena sfornato, ciai allo zafferano e cardamomo, un cesto di
mele, arance, corbezzoli e cetrioli. Fragranze di karbusi (melone), burro e
uova. Sulla bianca tovaglia dell’alba, petali di rosa sparsi. Gialli, rossi,
viola tra bricchi d’argento, porcellane e incenso.

 

Quasi le cinque del mattino. Dalle finestrelle ornate s’intravede una nuvola viaggiare per l’aria come una vela. Lo sguardo scivola sui gradini in legno fino ad incontrare gli occhi di Kadir in bilico sulla sua shikara piena di fiori e cuscini.

 

Partiamo alla volta del mercato galleggiante. Ogni giorno, dalle quattro alle sette, si radunano venditori e acquirenti di ortaggi d’ogni tipo. Solo uomini con le loro "gondole" Le più, usurate dal tempo, altre ricoperte da disegni accesi e cariche di fiori.

 

Il chiarore del primo albore penetra tra i salici che abbracciano i canali, vivi e sonori. Lance di sole accendono l’acqua con diagonali di fuoco in un silenzio assoluto pettinato da sterminate distese di fiori di loto.

 

Poi voci fresche e cantanti del suk galleggiate. L’arrembaggio dei contadini che si muovono per dar vita al più antico mercato del mondo, il baratto. Scambi essenziali, strette di mano. Chiacchiere a suon di pesi e bilance. Zucche, verdure e melanzane in vendita coi rimi lenti della contrattazione.

 

Le shikare sono le une a ridosso delle altre. Molte si svuotano e tante si riempiono scompigliando la compattezza d’un puzzle fluido che intesse grovigli e nodi difficili da
sciogliere se non fosse per l’abilità di questi gondolieri asiatici dai gesti
antichi.

 

C’è chi vende semi di garofani, biscotti, dolci e tè khasmiro sotto un cielo che si riversa sul lago come un consenso di gioia mattutina. Una poesia, un dipinto. Una miniatura seicentesca, confine tra spirito e natura di un rapporto che da secoli lega
l’uomo di Srinagar al lago di loto. 

Alle sette è tutto finito. Le barche si allontano. Risuona l’Asham, la preghiera del mattino che scandisce la giornata. A Srinagar è iniziato un altro giorno.

 

Tag India Kashmir Srinagar Dal Lake 
Pin Panjal

 

 

 

 GALLERY

 

Kashmir. Srinagar, tra acqua e terra

di TONJ LARDANI

 

“Shikare” come gondole che scivolano nel Dal Lake, il cuore di Srinagar. Incontri, accordi, scambi, giochi e preghiere. Dolce melodia delle pagaie a

forma di cuore. Secco sbatter di panni sulle rive. Houseboats dal profumo di sandalo. Vita tra acqua e terra d’una città che pulsa sulle sponde del lago.
Tuttavia non sembra avere fine l’escalation di violenze che ha travolto il Kashmir indiano.

 

Copertina articolo Kashmir.
Srinagar Dal Lake © Tonj Lardani

 

 

 

 

 

INDONESIA

 

GLI OCCHI DEI TAU TAU TORAJA

 

di Marta Forzan

 

 

Viaggio nella terra dei Toraja sull’altopiano centrale di Sulawesi, in Indonesia. Un trekking tra montagne, colline e valli alla ricerca di miti e leggende sul popolo contadino venuto dal mare. Case su palafitte a forma di nave. Teorie di villaggi dall’arcaica vita gestita dal potere dei defunti.

 

Gorgogliare continuo dei suoni della foresta. Rapsodia che seduce come per magia col suo variare dal giorno alla notte. Scricchiolio dei tronchi, uccelli che gridano con voce di bimbi. Ruscelli bisbigliano litanie con voci chiocce di madri. E poi quel silenzio mortale prima di ogni acquazzone.

 

L’occhio scorre tranquillo sulla cartina dell’arcipelago indonesiano e sembra che qualcuno abbia buttato lì un rosario di isole e isolotti. A forma di draghi, coccodrilli, tartarughe. Quasi un puzzle da comporre, le isole della Sonda da Sumatra a Giava, da Bali a Sulawesi.

 

Sulawesi, terra quasi sconosciuta che si getta coi tentacoli nel mare tra il Borneo e le Molucche. Brevi fiumi, laghi a macchia, infinite vallate dove il sole si getta sulle terrazze dei campi di riso. Rocce altissime nascoste dall’ingorda giungla. Coni vulcanici, lagune incantate e montagne con aureole di nebbie dove si celano popoli magici.

 

Dall’altopiano centrale di Sulawesi passa l'equatore. Il clima caldo umido stordisce fiaccando gli animi e tormentando il corpo. Zaffate d’aria rovente impediscono il respiro. Rantepao è lontana, due giorni di cammino su e giù per sentieri appena tracciati fino al primo villaggio nella terra dei Toraja, “Tanah Toraja”.

 

Qualcuno ci osserva, sentiamo gli sguardi addosso. Alziamo la testa. Allineati su balconate di legno incastonate nelle rocce a strapiombo, centinaia di pupazzi, i Tau Tau spiriti dei defunti controllano tutto ciò che si muove nei confini del loro regno.

 

Nel sacro luogo sono sepolti i morti dei villaggi Toraja ognuno con un sosia in legno. Sentinelle poste a guardia della morte, antenati che assorbono ed emanano lo spirito dell’Aldilà. Simbologie del bene per scacciare il male. Custodi dell’intimo passato.

 

Al villaggio ci accoglie il muggito di bufali che scartano l’aria con la coda. Poi il silenzio di un mondo magico che accompagna il freddo tremore della sera. Le abitazioni Toraja, coi tetti arcuati rivolti verso il cielo, sono disposte su due file allineate una di fronte all’altra. Simili ad imbarcazioni, sembrano ancorate in un porto, al riparo dalla folta vegetazione che le circonda, dalla foschia e dalle grevità del mondo.

 

Prua e poppa delle case su palafitte, allungate oltre misura sfidano l’immaginario e le facciate rivolte a nord, con le corna di bufalo infilzante una sull’altra, donano un aspetto sinistro. Nanggala è solo il primo di una teoria di villaggi in un paesaggio metafisico. Lemo, Ke'te, Palewa, Sangalla, Londa, Bori, Siguntu, Tondon, Palatokke, si sfiorano tra loro attraverso miti, leggende, riti e sacrifici.

 

Contadini e abili scultori, "gli uomini degli altipiani" in realtà vengono dal mare. Si favoleggia di mitici antenati arrivati a Sulawesi tremila anni fa a bordo di otto imbarcazioni dette “lembang”. Partiti dalla lontana isola di Pongko nel sud-est si sono stabiliti nel cuore di Sulawesi. Qui coltivano riso e cereali, cafè e chiodi di garofano.

 

Qui, stupiscono il mondo con la loro cultura ancestrale che resiste a ogni tentazione di modernità, nonostante i tentativi dei missionari cristiani dell'Ottocento e gli incanti consumistici delle vicine coste di Bali e Giava spesso violate da sciagure naturali.

 

Per i Toraja la terra è simile ad un “essere” con la faccia rivolta a nord e la coda rivolta a sud. Il fianco destro legato all'alba e quello sinistro legato al tramonto. Così il nord e l’est sono la vita, mentre il sud e l’ovest la morte. Il nord è il regno degli déi che possono entrare dalla porta principale delle “tongkonang”, tipiche case a barca.

 

Attraverso il villaggio come una scena sospesa nel silenzio mentre osservo le pareti della tongkonang dello “sciamano” che ci ospita. Disegni intagliati a forme di cerchi, animali e piante. Nero, giallo, bianco, rosso. I colori dei Toraja. Non solo decorazioni ma simboli della morte, degli déi, della purezza e della vita.

 

La notte ci coglie all’improvviso sulle stuoie della tongkonang. Tutti dormono nell’attesa di un giorno importante. Il villaggio è stanco per i lunghi preparativi della cerimonia che si svolgerà domani, un rito funebre organizzato da molti mesi e in linea con la tradizione.

 

Non riesco a dormire e con la torcia rileggo appunti, ascolto voci accalcate nella mente, i sussulti del cuore e il viavai dei topi. Fulcro di questa civiltà lontana è la cerimonia che accompagna la morte di un membro della comunità. Il defunto è considerato “malato” fino a quando la famiglia può permettersi l’estremo saluto.

 

Il corpo viene imbalsamato e tenuto in una stanza, visitato e omaggiato da tutti i parenti. Dopo vari mesi, raccolti i fondi per acquistare i bufali da sacrificare e radunati i parenti lontani, si procedere al funerale vero e proprio.

 

Mattanza di bufali. La frase letta, scritta, ripetuta, ascoltata, mi ossessiona, m’opprime.

 

Avverrà di fronte alla casa del cerimoniere che gestisce “Aluk To Dolo”, “il rito del popolo passato”. Per i Toraja sono gli antenati che provvedono alla fertilità dei campi e al benessere della comunità. Così l’evento deve essere grandioso, scandito da musiche, danze e sacrificio di bufali.

 

Fuori, tutto è pronto. Ieri ho contato circa venti bufali che la famiglia del defunto ha radunato dietro gli steccati. Al centro dello spiazzo la torre funeraria attende la salma. Arriveranno gli abitanti del villaggio con gli abiti più belli, con cibo e bevande. Preghiere e litanie sfioreranno l’aria mentre il sangue degli animali sgozzati righerà la terra.

 

Ma io non ci sarò. Conosco i rituali del mondo, comprendo l’atavico svolgersi di eventi e tradizioni, ma questa volta non posso riferirli. Rifuggo da quell’intimo, segreto, strano fascino della violenza che un “occidentale” ha per fatti che non gli appartengono.

 

Aspetterò l’alba, e prima che tutto si compia andrò là, dove si chiude il cerchio della vita dei Toraja. Dai Tau Tau, sul sentiero aggrappato alla collina, in un’altra dimensione dove le bare a forma di barca navigano su mari tranquilli. Cercherò poesia e mistero negli occhi fissi di marionette, mute sentinelle di un paesaggio altro. Fuori dalla brutalità estrema.

 

 

Tag :   Indonesia, Sulawesi, Tanah Toraja, Tau Tau, Tongkonang

 

foto copertina. Indonesia Sulawesi. Particolare di un villaggio Toraja © Tonj Lardani

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INDIA. KERALA. IL MARE DENTRO

di Tonj Lardani

 

Magie delle backwaters. Dallo sferragliare dei treni ai silenzi delle vie d’acqua che penetrano il Kerala. Il Mar Arabico incontra i fiumi dei monti Ghati fino a formare lagune, canali e laghi. La vita scorre lenta come le “kettuwalom”, barche fatte a mano. Simili a grossi animali, scivolano lungo lingue di sabbia. Il vento di brezza sfiora le palme e gonfia le vele mentre il sole rotola nell’oceano.

 

 

Foto Kerala. Backwaters © Tonj Lardani

 

INDIA

KERALA. IL SILENZIO DELLE BACKWATERS

di Marta Forzan

 

Viaggio lungo le backwaters, vie d’acqua interne usate dalle popolazioni del Kerala. Dolce navigazione sulle “kettuwalom”, tra villaggi lontani dal clamore delle città. Un reticolo silenzioso e vergine in un’India che muore soffocata dai fumi di scarico.

 

Le acque dei canali sono calme. Ci si lascia andare a filo d’acqua tra profonde insenature dove il mare accoglie fiumi e disegna lagune. Il silenzio è rotto solo dal rumore dei remi che battono nell’acqua delle “backwaters”, arterie d’acqua interne del Kerala.

 

Scivolano come silenziosi gusci tra i canali ritagliati nella vegetazione di piante tropicali. Senza bulloni e chiodi, le kettuwalom, barche costruite tutte a mano con legno e canne, trasportano riso, stoffe, spezie e uomini.

 

Dalle boscose alture dei Ghati Occidentali i fiumi scendono in ripida corsa sulle coste del Malabar, protese verso le Laccadive, sul Mar Arabico. Tra il verde delle palme e i riflessi dell’acqua che tutto invade, le basse terre formano un reticolo silenzioso e vergine in un’India che agonizza sotto i fumi di scarico dell’ irrefrenabile crescita industriale.

 

Il Kerala profuma di spezie e quiete. Lunga striscia fertile e sottile all’estremo della costa sud-occidentale. Lussureggiante e verde. Palmeti e risaie stretti tra i monti e il mare. Qui, le backwaters, nell’eterno oscillare di fango e sabbia, creano più 800 chilometri di canali salmastri navigabili.

 

Da Trivandrum ad Alleppey. Interminabili ore di scossoni, rumori, folli corse sgangherate su treni stracolmi e bus arrancanti. Viaggio di incontri, scomodità e timidi sguardi fino al di là di una meravigliosa cortina di palme, verdissima e ordinata, placida e immobile che allontana drasticamente il caos.

 

Arrivi nella “Venezia d’Oriente”, così chiamata da poeti e navigatori per i numerosi canali che s’intrecciano nella città delle spezie, del legno di sandalo e dei gamberi. Un intricato labirinto di corsi d’acqua e stagni, di ponti e specchi d’acqua navigabili. Ecosistema complesso dalla flora rigogliosa di banani, piante di cacao e pepe.

 

Nelle viuzze liquide scorrono le bislunghe gondole indiane, cariche di gente e di merci come fossero biciclette e barroccini in un surreale mondo acquatico. Intrecci di cocco e bambù simili a grosse tartarughe che vanno e vengono lungo lingue di sabbia dove sonnecchiano palme da cocco, una accanto all’altra. Su un paesaggio quieto.

 

Filano via sul pelo dell’acqua in silenzio. Quasi ti manca il trambusto di suoni e colori lasciati alle spalle. Il cicaleccio della folla, l’aria colma di fragranze, lo sferragliare dei treni, il sudore sulla pelle, i clacson che suonano incessantemente. Tutto svanisce con le ultime note della musica del Kathakali, la tipica danza del Kerala.

Ascolti solo lo sciabordio e senti la quiete della brezza. Leggera, una barca carica di merci lascia pigramente gonfiare al vento la vela di sacchi cuciti alla rinfusa. Una zattera di noci di cocco discende il canale. Un traghetto sussurra la sua quotidiana fatica mentre riaccompagna i ragazzi con le loro divise bianche e blu, di ritorno dalla scuola.

 

In lontananza le luci dei villaggi danzano nei canali al ritmo del vento e delle onde lasciate dalla kettuwalom. I pescatori tirano le reti. In sottofondo il rumore del mare ha il ritmo cadenzato dei remi che cullano. Sulla terraferma un tripudio di palme si specchia nelle backwaters che accolgono i verdi riflessi.

 

La terra è a pochi centimetri dal pelo dell’acqua. Quasi galleggia difesa da solidi muri di pietra e da spesse ragnatele di rami. Mentre il sole rotola sull’orizzonte, un vecchio con gesto lento rema verso un cortile. Alcune donne sciacquano stoviglie tra grappoli di bimbi, ranocchi scherzosi che balzano in acqua. Giochi di spruzzi e sorrisi.

 

Fragranza di mare riempie l’aria. Sequenze di un film muto. La pellicola scorre al ralenti. Movenze calme nella secolare danza di donne intente a filar la corda ricavata dall’albero della vita. Abilità femminile che trasforma la materia grezza. Una tiene la matassa attorcigliata alla vita e la passa all’altra che aziona l’arcolaio.

 

A Cochin s’infuoca il tramonto sulle grandi reti da pesca. Enormi ragni di telai in tek con pesi e carrucole a pelo d’acqua. Le “cantilever” usate dai pescatori locali, eredità dei mercanti della corte di Kublai Khan. Emblema visivo di questa città lagunare.

 

Un porto naturale creato dai banchi di fango-malabarese che tengono il mare al di fuori delle acque tranquille dell'interno. Hanno fatto la storia umana di questa bella città insulare i marinai che, nei tempi antichi, provenivano dall’Arabia, dalla Cina, dall’Olanda, dalla Gran Bretagna e dal Portogallo, lasciando in eredità comunità musulmane, ebree e cristiane.

 

Inghiottite da una prepotente vegetazione, una fila di case coloniali portoghesi del cinquecento costeggiano le strade  fino al Palazzo di Mattancherry. Al centro la chiesa più antica dell’India costruita nel 1503 dai frati francescani. E la sinagoga del 1568 gelosamente custodita dalla comunità ebraica.

 

Lungo i canali profumo di cardamomo, noce moscata e curry. Nel lento navigare dentro il ventre di Chocin, risuonano le ultime voci sempre più flebili. Presto la luna prenderà possesso del cielo. Fuori, nel mare luccicano le sagome dei delfini nell’infinita danza acquatica.

Tag. India Kerala Alleppey Backwaters Chocin

 

Foto copertina

INDIA Kerala, backwaters © Tonj Lardani

 

BIRMANIA

BIRMANIA©TONJ LARDANI

 

 

                                                   BIRMANIA

                                                   Myanmar. Sul treno birmano (1)

di MARTA FORZAN

 

Da Yangon (Rangoon) alla Città dell’Anima, Mandalay l’antica capitale, cuore del buddismo. Gente, pagode, strade e villaggi. Verde smeraldo delle risaie lungo le acque limacciose dell’Irrawaddy alla scoperta di vita e templi.

 

L’aria è profumata d’incenso nella limpida sera a Rangoon. L’oro della Shwedagon pagoda irradia dall’alto
tutto il suo fulgore. Sotto, immobili quasi nell’ombra le statue dei Nat dal volto umano e il corpo d’animale si confondono col lento dondolarsi di sagome che s’aggirano in senso orario secondo le regole di Theravada.

 

Pellegrini buddisti, variopinta folla di fedeli a piedi nudi. Sul volto luminosa dignità e mitezza. Colori e
suoni armoniosi. Una lentezza magica invade il corpo. Qui, i gesti e l’aria, le voci e le cose rallentano senza svanire subito perché hanno un valore intenso.

 

Centinaia di Buddha seduti, reclinati, in piedi, con le mani in diverse posizioni, ognuna delle quali con il suo preciso significato. Intere famiglie di fedeli seduti sul pavimento di un tempietto pregano, meditano, mangiano e bevono.

 

Birmania, terra di intense emozioni per i paesaggi arcaici, gente cortese segnata dalle sorti alterne
della vita umana. T’avvolge una muta ammirazione per questi fragili corpi. Per le montagne pizzute, per la forza ciclopica dei templi silenti e miti, divinità enigmatiche dietro un sorriso placido. Risaie verdi puntate da bianchi ibis.

 

Il crepuscolo è opaco, velato d’oro mentre il treno lascia Rangoon. E’ subito campagna, sull’acqua stagnante delle risaie si specchia la grigia calotta d’un cielo greve e gonfio mentre una sagoma d’ombra sotto un largo cappello di paglia a cono si muove lenta con la zappa in spalla.

 

La ferrovia taglia in due il vastissimo territorio alluvionato. Il fragore metallico del treno viola il silenzio con sbuffi sacrileghi e irriverenti. Dieci, undici, tredici ore di viaggio per Mandaly. Dipende dagli eventi.

 

Stridule note della speaker, in lingua birmana e inglese annunciano la partenza mentre piccoli ventilatori circolari lottano con l’umido e il sudore. Dal finestrino scorrono lenti banani frondosi. Di fronte alle ultime case di periferia nugoli di bambini scalzi fanno girare cerchi di metallo con grida mute.

 

I bufali sguazzano nelle pozzanghere per sfuggire al caldo e le donne snelle avvolte da “longyi” colorati raccolgono l’acqua. L’aratro segna le zolle nel magico tramonto che fa luccicare le piantine di riso appena spuntato in superficie.

 

Silente scorrere di villaggi d’argilla. Occhi bistrati di nero alle stazioni, eredi di sovrani scomparsi nel nulla. Tracce di dinastie cancellate con un colpo di spugna dai militari. I principi “Shan” che non hanno voluto scendere a patti col regime.

 

Lungo la ferrovia madri e figli riparati da ombrelli sdruciti raccolgono qualche “Kyat” vendendo ai passeggeri in transito qualcosa da mangiare. Spiedini di pollo, zuppe di verdure, riso bollito. E in bilico sulla testa una brocca di tè caldo. Proprio all’altezza del finestrino.

 

Voci tenere e delicate. Occhi curiosi e nobili. Arrangiati mercatini scarsi di merce e ricolmi di sorrisi e dignità. Volti pronti ad illuminarsi come girasoli che accolgono il giorno. Sussurri riservati e mai
aggressivi. “What’s your name?”. “where are you from?”. Regalano un fiore mentre il treno riparte. Hai donato solo un nome.

 

Scatto mancato alla stazione di Mandalay. Un giovane soldato dal baschetto bordeaux raccoglie l’ombrello ad
un vecchio monaco. Un inchino, un sorriso. Un fremito. Incredibile puzzle di scene, paesaggi, colori e minoranze etniche sotto una dittatura militare. E non te ne accorgi della repressione perché tra il giovane soldato e il monaco non c’è odio.

 

“Siamo tutti birmani e questa è la nostra terra”. Parole vere e non strappate da un’occidentale. Eppure i
signori del Palazzo fiaccano con la violenza le sorti d’un paese dove tutto, dall’incedere dei monaci a quello dalle donne avvolte dal longyi, porta il segno di pace ed eleganza.

 

L’unica speranza per il riscatto è lei, Aung San Suu Kyi. Premio Nobel per la Pace 1991. Piccola, esile. Lady Suu, la pasionaria d’Oriente combatte da anni la dittatura del paese dell’oro. Una lotta silenziosa e pacifica contro un isolamento surreale. La voce di un popolo oppresso. Ma non sconfitto.

“Non è il potere che corrompe, ma la paura: la paura di perdere il potere”. San Suu Kyi.

 

 

Myanmar, le mille e una pagoda

 

di Marta Forzan

 

Foreste di stupa bianchi a Pagan. Immagini che scivolano increspate sull’’Irrawaddy. Rintocchi di campane sul lago Inle. Strade di terra dietro lo schermo di fango e pioggia. Migliaia di guglie coi tetti dorati. Inni a Buddha.

 

Nel fantasma del mattino uno scampolo di cielo illumina la pianura che si mostra qua e là, sotto lunghe prospettive di nuvole magre e stracciate. Onde arricciate su se stesse del fiume Irrawaddy. Danza di braccia di pescatori che lanciano le reti.

 

Pigra atmosfera coloniale nello stato dello Shan agganciato al Laos. La grande pala del ventilatore spazza il vento caldo sull’altopiano di Taunggyi, un ex stazione britannica. La bianca terrazza della Guest house con le scislong di bamboo intrecciato, s’affaccia nel tempo e sulla vallata. Giù, oltre le foreste di pini, il lago Inle.

 

Ombre di vele sfrangiate sul magico miraggio. Groviglio di limo e giacinti d’acqua. Boscaglie di tek e pyinkado, dove vivono gruppi etnici migrati dalla regione cino-tibetana, eredi dei gloriosi principi del feudalesimo birmano.

 

Mistico e magico. Incanto d’un paesaggio oltraggiosamente pittoresco controllato da occhi vigili di soldati armati. Lungo la strada una fila di donne a piedi coi loro bimbi dal sorriso d’avorio. Portano in testa il turbante “pa-o” d’un rosso vivace. E’ giorno di festa.

 

Un angolo di Birmania popolato da svariate etnie. Shan, Pa-o, Intha, Taungyo e Palaung si spartiscono questo territorio“off limits”. Oggi i mitra tacciono in questa terra dolce, per anni controllata dalle armi dei Pa-o contro la dittatura e per i diritti negati alle minoranze.

 

Case di legno costruite su palafitte, orti galleggianti “kyunpaw” navigati da piroghe di bamboo. Gente antica e dall’ abilità unica, remano con una gamba per tenere le braccia libere. La pace d’un monastero al centro del lago. Monaci col peplo amaranto aspettano l’ora della preghiera scandita da tamburi, cembali, fiori e riso.

 

Foreste di stupa, guglie d’oro dei templi. Non è vento di guerra quello che fa tintinnare le campanelle degli “hti” a corona delle pagode. E’ una musica soave, evanescente che fa stormire quei batacchi come fronde nell’alba di Kakku.

 

5.700 stupa, uno a fianco all’altro come birilli alti quattro metri fino a quello centrale che s’impenna più alto. Sito archeologico e luogo di culto. Scalzi, tra sassi e pietre, i pellegrini sfiorano briglie e selle di due cavalli in pietra, un rituale contro le sofferenze fisiche.

 

Musica di cembali, tamburi e turbinio di colori. E’ giorno di mercato sul lago Inle. Un labirinto di canali segnati da rive incerte per le onde lasciate dalle canoe che scivolano veloci tra i pali. Incroci di incontri a pelo d’acqua degli Intha.

 

Pescatori e artigiani che producono i “cheroot”, grossi sigari. Tessono la seta e filano il loto. Dal gambo del sacro fiore estraggono un sottile filamento con cui realizzano le vesti color zafferano dei monaci.

 

Una palafitta dietro l’altra fino al monastero Nga Phe Kyaung. A sfida del tempo, del fango e delle correnti resiste da metà dell’Ottocento per onorare i “nat”, gli spiriti che governano la vita dei birmani.

 

Settemila pagode simili ad un miraggio nel deserto. T’invade una serenità tutta buddista a Pagan, l’antico borgo acciambellato sull’Irrawaddy. Templi, stupa e monasteri che risalgono al nono e tredicesimo secolo.

 

Disseminati in una pianura impolverata tra ciuffi di cespugli, cupole piene, “zedi” in mattoni rossi o di gesso. Bassorilievi, stucchi, decori, pitture murali e tegole smaltate.Arriva il tramonto sulla “città morta” e l’atmosfera si fa magica sul tempio di Ananda.

 

Da lassù il mondo si ferma nella piana dipinta dal luccicare argenteo dell’ Irrawaddy.Sagome chiare e scure di pagode affiorano leggere, eleganti dalla terra polverosa come un delicato inno a Buddha. Eternità di magia e silenzio mentre cala il sole dietro monte Popa.

 

Poi lo scalpicciare dei cavalli sui sentieri di terra invasi dalle buganvillee e il suono d’un arpa birmana. Il pensiero va alla bella figlia del re di Pagan che non conosceva l’amore fino a quel giorno in cui una nota simile alle vibrazioni dell’anima, la rapì.

 

Un giovane contadino, un’arpa e una principessa. Magica e melodiosa musica che li unì per sempre. Amore impossibile per differenza sociale. Incontri segreti e vietati. Poi la scoperta. Dovere d’un Re separarli e di un suddito obbedire.

 

La principessa si stringe all’amato nell’eterno abbraccio. Sofferta scelta da sovrano quella di costruire un muro attorno alla coppia. I corpi sono ormai circondati da pietre quando il Re ordina di chiudere la pagoda.

 

Così, da qualche parte a Pagan, c’è ancora una costruzione, uno zedi al cui interno riposano, per sempre abbracciati, i corpi della principessa e del contadino con l’arpa birmana. E nella vallata il pianto d’un padre.

 

“Questa è la Birmania; e sarà diversa da ogni altra terra che tu possa aver conosciuto”. Rudyard Klipling (Letters from the East-1898).

 

 

Tag       Asia, Myanmar (Birmania), Irrawaddy, Lago Inle, Pagan

 

 

 

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       Myanmar magico

 

                                    di Tonj Lardani

 

Un sogno ad occhi aperti. Yangon, Mandalay. L’antica Amarapura. Vita sulle rive dell’Irrawaddy e del lago Inle. Pagode dalle guglie tintinnanti e templi d’oro.
Pagan dagli stupa bianchi. In Birmania la gentilezza è un dono innato che il
regime non è riuscito a soffocare. Come la voce di Aung San Suu Kyi, la pasionaria d’Oriente.

 

    

 




 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

INDIA

 

IL TEMPIO JAIN CAUMUK.

L’INNO ALLA NON VIOLENZA

di Marta Forzan

 

A Ranakpur, nel Rajastan, l’India jainista innalza un inno marmoreo alla non violenza e al rispetto di tutte creature viventi. Ispirandosi alla filosofia Ahinsa, Mahatma Gandhi sconfisse il dominio inglese.

 

La strada serpeggia e sale sulle colline lasciando nuvole di polvere. Il cielo si apre.
Anche fiori e alberi sono più nitidi. La terra è verde, l’aria più fresca. Il bosco sulla collina Aravalli rinfranca lo spirito e i cinguettii degli uccelli sono abbracci in volo.

 

A Ranakpur, 90 km da Udaipur, le ultime ombre del deserto. Poi campi, piantagioni di mango e profondi burroni fino alla sinfonia di marmi bianchi: il santuario “dei Perfetti”. Il tempio Caumuk (delle Quattro Facce) affiora come un’oasi di bellezza che si adagia in un luogo isolato dove si respira silenzio e pace.

 

Una figura esile, vestita di bianco cammina a piedi nudi. Passi leggeri sfiorano appena il
suolo. Un bastone per spostare i serpenti, una ciotola di zucca per conservare zuppe vegetali che pilucca come un uccellino. Nella cinta di corda, filamenti di canapa. Sulla bocca, una garza bianca per non inghiottire insetti, degni di vita.

 

Un saddhi, asceta errante. L’abito che indossa, la calebasse (ciotola), l’ogha (scopa) e il bastone sono i suoi unici beni materiali. Non ha nome, non ha passato, non ha dimora. Per questo la gente
lo chiama “nigrantha”. Quell’esile figura è un jaina, seguace della più antica “filosofia” dell’India, il Jainismo.

 

Mahavira, meglio conosciuto come Jina (Vincitore), fondò la dottrina Jaina nel ‘500 a.C. sulle
tracce lasciate dai maestri Tirthankara, esseri trascendenti, purificati da ogni temporalità. Dopo una spensierata e piacevole giovinezza, abbandona ricchezze e lussi per una vita ascetica. Scelta frequente dell’India gangetica di quell’epoca.

 

Contro gli eccessi dei brahmani che sacrificano animali, predica il rispetto per ogni
essere vivente, tolleranza e uguaglianza. Disconosce divinità e rifiuta il sistema delle caste. Nega politica e fede indicando la via della tolleranza con  “Ahinsa”, la non-violenza.

 

Colline e montagne sono santificate nell’antica dottrina Jain. Luoghi Isolati, tra le pieghe di burroni, sulle rive dei fiumi, nascosti dai boschi dove il silenzio è ingentilito da cascate d’acqua, dagli odori dei fiori, dalle carezze ripetute delle foglie che sfiorano il tintinnio di campanelli.

 

E proprio in un burrone, come un gioiello nello scrigno, si trova il grandioso tempio jain Caumuk o di Ranakpur. Una foresta di cupole e sikhara, linee curve e dritte, guglie e torri dove i raggi del sole disegnano spigoli curvilinei. Ombre riflesse, sagome in processione.

 

Un trionfo di marmo bianco, lucido quasi trasparente, dovuto ad un sogno. Dharma Shah, un ricco commerciante sognò un grande tempio, tanto grandioso che nessun architetto avrebbe potuto realizzare. Incontrò Depak, un artista che sognava un’opera sublime per non avvilire il proprio talento.

 

Se s’incontrano, i sogni s’avverano. Nel 1439, la perfezione jaina dedicata ad Adinath, il primo Tirthankara, s’innalza come un inno alla non violenza, alla vita e alla pace. Ventinove sale sorrette da 1444 colonne tutte diverse. Cento otto pilastri dove la luce crea un gioco di chiaroscuri continuo e mutevole anche per le ombre dei rami di un albero centenario cresciuto
all’interno.

 

Atri, corridoi, piccole corti, scale e terrazze. Cupole su cupole rifinite nei minimi particolari. Centinaia di sculture talmente plastiche da sembrare modellate nella cera. Attorno
al grande fiore di loto centrale, le immagini di personaggi del mondo visibile e invisibile cantato da Mahavira, Jina.

 

I fedeli accovacciati o in piedi congiungono le mani e le portano alla fronte, una-due-tre volte, in segno di rispetto. In India i Jaina sono tre milioni e mezzo. In maggioranza sono laici, pochi i saddhi o asceti.

 

Uno su tutti, ispirato dall’Ahinsa (non-violenza) liberò l’India dal dominio inglese. “L’uomo non
ha la capacità di conoscere la verità assoluta e perciò non può permettersi di punire”. Era il Mahatma Gandhi

 

Conflitti civili e razziali, guerre ideologiche e religiose segnano il nostro tempo. Il pensiero di Gandhi è sempre più utopia e la sua “figura”, troncata dalla pallottola di un fanatico indiano, è solo un mito incenerito da un’epoca fumosa senza dignità e priva d’umanità.

 

Tag: India Ranakpur Tempio Caumuk Jainismo Mahatma Gandhi.

 

Foto apertura: India Ranakpur tempio Jain
Caumuk
© Tonj Lardani

 

PHOTOGALLERY

 

 

RANAKPUR, SINFONIE DI MARMO BIANCO

di Tonj Lardani

 

 

Nell’altopiano Aravalli, a Ranakpur, in India, il più grande tempio Jain.
Caumuk o tempio delle Quattro Facce sorge in un burrone in mezzo ad un bosco
isolato e fin dal XV° secolo manifesta la perfezione dell’architettuta Jaina. Gigantesco insieme di cupole, guglie, torri, cortili, terrazze, colonne e
bassorilievi. Il santuario “Dei Perfetti” s’innalza come un inno alla non
violenza, alla tolleranza e alla pace.