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GIORDANIA WADI RUM

Giordania Wadi Rum ©Tonj Lardani

 

 

Giordania, un museo nel deserto Wadi Rum

 

di MARTA FORZAN

Tra la Giordania e l’Arabia Saudita, il deserto di Wadi Rum. Una splendida striscia di valli sabbiose e montagne di arenaria. Nelle “tende Nere” coi beduini, discendenti diretti dei nomadi cacciatori del Paleolitico

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Giordania meridionale, Rum, il posto di frontiera. Qualche tenda di beduini, un piccolo fortino e in lontananza Qā Disi. Intorno un paesaggio che vive seppur immobile. Le sei del pomeriggio, scende la sera sulla sabbia rosa nell’anticamera del deserto arabico.

Bolle l’acqua per il tè nella tenda beduina di lana scura. E’ territorio degli “Oweitat” i leggendari guerrieri che un secolo fa ebbero larga parte nei successi di Lawrence d'Arabia, oggi padroni del deserto.

Il vecchio accovacciato ha i gesti del passato e le parole solide come un contratto. Assicura la polizia giordana la sacra ospitalità di quattro reporters battendosi le mani sul petto. Fuori la tenda, le Toyota governative e il lento ruminare dei cammelli ancorati alla sabbia.

Un passaggio di consegna scandito da suoni gutturali, pacche sulle spalle e profumo di montone. Dentro la buca nel terreno riempita di braci è pronto il mansaf avvolto da drappi e ricoperto da sabbia. Con riso e pistacchi suggelliamo un patto e un viaggio.

Poi il silenzio nel grigioverde dei cespugli dove s’allungano le ombre delle rupi d’arenaria che sovrastano il deserto come antiche cattedrali dorate, incise da piogge dimenticate da millenni e lavorate dalla sabbia portata dal vento.

Il tramonto trasforma forme, colori e vita. Le gazzelle si rintanano negli anfratti sui monti, i serpenti scivolano nelle loro tane, dai “jebel” scendono le iene. Fruscii e movimenti furtivi nell’ultimo tepore della sabbia.

La famiglia di beduini s’addormenta mentre il mondo rotola in attesa della luna. L’esile levriero entra nel mio sacco a pelo per assorbire il calore del corpo. Fuori, tra le dune mulinelli di sabbia che poi svaniscono.

Sono chiamati “giin”, geni maligni e innocui dei beduini che vengono allontanati dal suono del “rababah”, violino arabo. Un’asta di legno, la cassa di pelle, crini di cammello e un archetto. La musica del vento che incanta la notte.

Se Allah è il dio dei deserti, il beduino è il più vero seguace. Questo popolo non conosce la sofferenza quotidiana del dubbio. Vede solo colori primari, contorni precisi e geometriche certezze. E’ la legge del deserto.

I nomadi di Wadi Rum sono i “puri”, discendenti dei cacciatori che dal lontano paleolitico s’aggiravano in questa valle senza essersi mai piegati al lavoro della terra. Fieri, avvezzi alla libertà degli spazi confinati, si prendono cura dello spettacolare Museo nel deserto della Giordania.

Coperti dalla kefiah lasciamo la tenda quando i bambini più grandi sono già lontani col gregge di capre. Solo punti neri che scompaiono tra le rocce dilatate in orizzonti più vasti dalle nuvole che indugiano a cumuli sopra di loro facendole sembrare pagode vermiglie.

I colori sfumati dell’alba sono ormai bruciati dal sole a picco, sbiaditi da un cielo sfolgorante. Sul rovente deserto ondulato sorgono come giganti cupole grigie e piramidi scintillanti di arenaria e basalto.

Il deserto non lascia scampo senza una guida. La Toyota accarezza la pista di sabbia fino ad una toccante sequenza di pilastri di pietra, alti mille metri. Puntiamo verso una parete rocciosa a canne d'organo, alla cui base si apre il canyon di Al-Khaazali.

Il fondo di sabbia impalpabile cede sotto passi incerti. Una spaccatura larga meno di due metri si restringe verso l'alto. Sulle pareti di falesia, generazioni di nomadi hanno inciso scene di vita , caccia, armenti. Incisioni rupestri, un libro di storia delle genti del deserto.

La luce obliqua fa risaltare la trama delle rocce, parole e disegni scolpiti dal vento nell’incomprensibile linguaggio della natura che modella contorni di guglie, archi e forme in un luogo strategico e ricco di sorgenti, un tempo presidio di mercanti nabatei.

“Vasto, echeggiante e divino”. “Dopo due giorni di viaggio nel pianoro, in valli come prigioni.. un paesaggio libero.. come una finestra nel mezzo della vita”. Thomas Edward Lawren, così descrisse il deserto di Wadi Ru. Dal 1998 riserva naturale protetta.

 

 

 

Tags  Asia , Giordania, Wadi Rum, Thomas Edward Lawrence

YEMEN

Yemen, San’a © Marta Forzan

 

 

Yemen, medioevo in Toyota 1

di Marta Forzan

 

Civiltà guerriera e contadina chiusa tra montagne inviolate. “Arabia Felice” degli antichi popoli e mitico paese della Regina di Saba a Marib, sommersa dalle dune. La medina di San’a e il magico ponte di Shaharah.

 

Un tè scuro, tonificante, nutriente, caldo nel bicchiere stracolmo. Dal tetto a terrazza, all’ottavo piano, decorato con pietre colorate, scene di piazza e di mercato. Immagini rubate di altri balconi. Donne velate in prigioni di sogni.

 

San’a coi vicoli scippati dai muri di pietra, terra e paglia pressata delle case ricamate. Alte dodici, quindici metri, una fuga di stanze sovrapposte, sfalsate intorno ad una ripidissima scala centrale. Finestre quadrate, tonde, ovali orlate di calce bianca.

 

Vetri colorati che diffondono all’interno della stanza degli ospiti una calda luce d’ambra e d’azzurro. Distesa nel “muffredge”, al terzo piano, su tappeti color porpora, ascolti l’alba. Non la vedi. Scoppia improvvisa alle sei del mattino, senza sfumature.

 

Silenzio brusco del latrare dei cani, padroni della notte. Ed è subito concerto di clacson. Alba e tramonto si danno il cambio esattamente ogni dodici ore. Scandiscono il tempo dello yemenita che segue i ritmi della natura.

 

Quasi indecifrabili, arrivano le donne col tè, il “khicer”, buccia di semi di caffè con zenzero e il narghilé. Arrivano dalle loro stanze separate da quelle degli uomini. Sopra la cucina che sta sopra la stalla e sulla corte d’ingresso. Piano su piano, con ordine logico.

 

Arrivano col loro triplice velo che copre volto e corpo. Un primo triangolo nero nasconde la bocca, svolazzando sul collo. Il secondo avvolge la testa celando i capelli e un terzo, grandissimo e colorato, avvolge l’intera figura fino a terra sollevando, leggero, il pulviscolo.

 

Tra donne, nessun mistero. Nelle loro stanze volano i veli, fasce, cinture, scialli. Mostrano gioielli d’oro e ambra, anelli, le braccia dipinte dall’hennè. Le labbra turgide, gli occhi bistrati, il corpo profumato d’essenza di rose. Padrone di se e dei loro segreti.

 

Fuori si muovono raramente, irriconoscibili, quasi invisibili. Misteriose in un mare di uomini. Eppure fanno la spesa nel suk, lavano, stendono, cucinano. Preparano il pane e masticano il “qat”, nelle loro stanze intrattenendo, parlottando, ridendo.

 

Segreti confessati di ore intime in quei palazzi della Medina decorati con stucchi e vetri opalescenti. Nell’antico centro fortificato di San’a, tra costruzioni fiabesche, fregi merlati, archi moreschi e legno scolpito, svettano candidi i minareti delle moschee.

 

È la bellezza della Medina nella parte orientale della città, al di là del sa’ila o wadi, il fiume che attraversa la città da nord a sud. All’interno delle case signorili, misteri sigillati in lussureggianti giardini annaffiati da antiche cigolanti carrucole.

 

Intanto il traffico s’infiltra nei meandri della città vecchia dove imperano cavi elettrici, pali della luce, antenne della televisione e fango. Suk Al-Baqr, mezzo chilometro di vivacità e chiasso. Il suk, cuore pulsante di San’a, sorvegliato dalla Grande Moschea.

 

Un “Sidi”, nonno saggio, sgrana il suo rosario, leggendo il Corano e ruminando il “qat”, la droga nazionale. Perché il Profeta non ha proibito il qat, soltanto il vino. Lo trovi lì tutto il giorno a godersi caldi raggi di sole. Sorride e chiede “aysk ismak”, come ti chiami? Marta.

 

Dal Capo dello stato all’ultimo cammelliere, gli yemeniti, uomini e donne, masticano per tante ore al giorno quest’erba stupefacente e stimolante, utile a 2.400 di altitudine. Non dà assuefazione ma euforia e serenità, ma soprattutto infonde lucidità negli affari.

 

Nei cafè o nei “funduq” del suk si discute del tempo, della politica e si contratta di fronte allo stufato d’agnello con cumino e coriandolo fresco. A San’a, si dice che “l’hulba (lo stufato) apra la strada al qat”, così a mezzogiorno tutti lo mangiano per affrontare la sera.

 

Uomini antichi e indecifrabili, austeri e infantili, che con fare di fanciulla sollevano la gonna, per il caldo.Uomini armati, più per vezzo, della “jiambiya”, immancabile pugnale ricurvo infilato al centro della cintura decorata, e di kalaschnikov.

 

“Bab el Yemen” (Porta dello Yemen), al centro della zona orientale racchiude colorati e odorosi suk, ricchi di mille mercanzie e sempre brulicanti di gente.Fagotti di stracci neri o variopinti nascondono donne che spariscono in portoni decorati da iscrizioni coraniche.

 

Vivono in questa città di strade asfaltate o vicoli di polvere. In palazzi che son tutti un merletto, con pizzi floreali che incorniciano le finestre. Dentro queste mura gigantesche. A San’a sospesa su una nuvola di arabeschi bianchi.Ci vivono e non parlano. (continua)

 

Medio Oriente, Yemen, San’a, Suk Al-Baqr, Qat, Jiambiya, Asia,

 

 

 

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Yemen, San’a, immagini rubate

di Marta Forzan

 

Vagare in solitudine, quasi invisibile, per la città yemenita sospesa su una nuvola di arabeschi bianchi, vetri colorati, strade di polvere. Conoscere bizzarri uomini armati fino ai denti. Sbirciare tra le colonne della Grande Moschea. Scoprire le donne senza voce per vederle in tutto il loro splendore. A San’a, a 2400 metri di altitudine, nell’esplosione del giorno. Nei misteri della notte.

 

 

 

 

Yemen © Marta Forzan

 

Yemen, Medioevo in Toyota 2

 

di Marta Forzan

 

Bello come un miraggio, carico di silenzi misteriosi alle porte di città turrite. Le dune di Rab el Khali, regno della regina di Saba. Luoghi quasi inaccessibili, Manakha e Shahare. Patrimonio del mondo.

 

Sul sedile anteriore della Toyota, una fascina di foglie verdi divide lo spazio tra Nut e me. E’ ancora buio quando partiamo da San’a verso est per Maarib, il regno della regina di Saba. L’autista col tipico kefti, ha già fatto scorta di qat.

 

Il latrare dei cani ha lasciato il posto al mattutino strombazzare dei clacson in un paese di fuoristrada che suonano in continuazione. In città, nel vuoto del deserto, nelle piste di montagna, in bilico sui dirupi.

 

Lasciamo i grattacieli islamici di San’a per raggiungere l'antica capitale dell'Arabia Felix. Un susseguirsi di altopiani, terrazze digradanti, stretti canyon. Saliscendi di passi che si gettano in profonde gole per aprirsi in pianure estese.

 

Magia di una terra che cambia colore. Solo ciuffi d’erba su pietre nere d’origine lavica fino alle curve morbide delle dune. Mulinelli di sabbia rossa. Nonostante la kefiah, entra in bocca e fa bruciare gli occhi. Respiri il deserto di Rab el Khali.

 

Tredici ore di pista sull’antica via che univa Dhofar con Petra e Alessandria. Carovane di cammelli carichi d’incenso, oro, spezie e pietre preziose. Ma il tempo s’è fermato da secoli alle porte di Maarib, tra le case costruite d’argilla. Guglie corrose dal vento, solitarie, mute.

 

Poche tracce nella città per svelare il mistero che circonda la regina di Saba. Dal nulla spuntano le rovine dei templi sabei della Luna e del Sole. Le pietre parlano coi volti di donna incisi con scalpelli. Affiorano lastre con iscrizioni nel tipico fitto alfabeto sabeo.

 

Il deserto ha mangiato la città della regina di Saba prospera tra il 500 a.C. e il 570 d.C. caduta sotto il dominio persiano. Restano cinque, otto pilastri del palazzo reale e un grappolo di sciuscià che scalano con schiena e piedi i nove metri delle colonne.

 

Da Maarib ancora pista di sabbia. Notti di luna, misteri di mille e una notte verso ovest. A tratti la carovaniera si perde nei wadi, letti di torrenti asciutti, poi s’arrampica sull’altopiano lavico, in bilico su rocce vigorose fin sulle sommità color porpora.

 

La luce del mattino s’intrufola dalle imposte in legno intarsiate della casa-torre di Manakha, il villaggio aggrappato alle rocce dei monti Haraz.Un soffio d’aria frizzante scuote dal quieto torpore mentre guardo la nera montagna e il panorama mozzafiato.


Si stagliano tra le nuvole torri di pietra, palazzi che nei secoli hanno resistito alle violenze ottomane, come alle cruente dispute tra califfi innamorati di stupende donne dagli occhi di fuoco. Scampoli di cielo, squarci di case mentre sale una fitta nebbia a marcare il mistero.

 

 

A Hoot , 125 chilometri da San’a c’è una pista che porta a El Gabei , ai piedi della montagna su cui sorge Shahare a 2600 metri di altitudine. Qui, fuori dal tempo e dal mondo la Toyota si ferma. Non può proseguire.

 

Nell’unico “funduk” del villaggio, di fronte ad un bicchiere di tè e formaggio di capra da spalmare sul “mulouj”, pane caldo, ha inizio un lunga contrattazione per un pick-up. Una rassegna di giovani e anziani autisti sfilano offrendo audacia e abilità.

 

Sguardi liquidi tagliati da lame di luce. Infiniti attimi di silenzio. Occhi negli occhi. Così affidi la tua vita per raggiungere uno dei panorami più belli del mondo. Quasi inaccessibile, Shahare, città fortificata, baluardo inespugnabile. Rifugio di falchi.

 

Nel fantasma di un altro mattino, il pick-up è pronto e anche il giovane  Ali con la giacca grigia a coprire la lunga “zanna” bianca coll’immancabile jiambiya e una pistola. Saliamo sul furgoncino in piedi e allo scoperto. Poi ci accucciamo.

 

I primi stretti tornanti, il pick-up s’arrampica su un sentiero irto di massi e sassi che rotolano al nostro passaggio, a tratti quasi verticale su un burrone vertiginoso. Basta poco per volare di sotto mentre rugiada e sudore guizzano sui nostri volti allibiti.

 

Le balestre cigolano sul pietrisco scivoloso di limo per la pioggia del giorno prima. Strapiombi, dirupi, salti per dieci chilometri. Il cuore in gola e un senso di sfrenata libertà, pura adrenalina sull’orlo del precipizio. Per un’ora e mezzo, verso il cielo.

 

In cima, a quota 2.600, l’apnea della meraviglia di fronte a case di pietra con fessure d’alabastro e calce bianca. Anfiteatri di cisterne scavate nella roccia. E su di un baratro di trecento metri, il ponte di Shahare. Favola di un tramonto color fenicottero. (continua)


 

 

Tags  Asia, Yemen,  deserto Rab el Khali, Maarib, Manakha, Shahare

 

 

                                                 

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                        YEMEN,  FAVOLE DI ROCCIA E SABBIA

 

                                    di Marta Forzan

Sulla pista per Shibam nell’altopiano yemenita. Otto ore di trekking coi sassi che rotolano dalla montagna. In Pick up verso il cielo a Manakha. Poi in Toyota attraverso angoli desertici e zone vulcaniche fino all’immensità di sabbia, Rab el Khali, nel regno della Regina di Saba, Maarib. A nord di San’a nei villaggi aggrappati alle nuvole e il Ponte di Shahare, sospeso nel nulla.

 

 

   Yemen, Bayt al-Faqih© Tonj Lardani

  

Yemen, medioevo in Toyota 3

di Marta Forzan

 

Montagne e distese dalle lunghe prospettive, uomini austeri e donne invisibili in un paese senza tempo. Una punta di terra che si getta nel Mar Rosso. La “via degli incensi” carovaniera di antichi commerci, dove fioriscono colorati mercati.

 

 

Hodeida, in riva al Mar rosso. Distese di palme e cemento.
Il porto vecchio e l’arrivo delle barche dei pescatori. E’ venerdì giorno di
preghiera e di mercato. Le donne sono più spigliate, gesticolano, parlottano in
una lingua tutta sussurri e grida.

 

Seppur musulmane non tutte portano il velo nero. Molte usano
abiti coloratissimi. Siamo di fronte all’Africa, si sente l’odore, si vedono i colori. Nella fascia costiera di Tihamah, le case lungo la via sono di fango col tetto di paglia e la vegetazione è fitta.

 

Di nuovo dune di sabbia marrone, villaggi schiacciati dal sole coi cammelli ancorati alle case. Una notte di luna piena all’aperto su letti tenuti insieme da corde di canapa in compagnia di capre. Poi, all’alba su per le montagne verso Bayt al-Faqih.

 

Tranquillo e assonnato durante la settimana, il venerdì si vende e si compra di tutto. Un brulichio di gente e di mosche in un caldo infernale. Capre, galline, mucche, pecore, agnelli, dromedari, galli. Cesti, vestiti, spezie, dolci, pezzi di ricambio per auto e camion.

 

Al mercato del qat è il caos totale. Enormi sacchi di foglie, bustine rosa, uomini in turbante che contrattano, altri masticano con la guancia rigonfia come un pallone. Seguo un profumo dolciastro fino a un capannello di donne dalla gote color curcuma.

 

Comprano mazzetti di “khadi”, il fiore che mettono tra i capelli sotto veli o cuffie di plastica. Frivolezza permessa dal Profeta, come per l’hennè. Basta tenerli per qualche ora e dall’immancabile “hijab” che copre la testa, si spande una dolce fragranza.

 

Col mio mazzetto di khadi riprendiamo la strada per Jiblah, regno della
regina Arwa. Arroccata sul fianco della collina e incastonata nella stretta vallata,
la città affascinò Pasolini che girò al suo interno molte scene del film
"Il fiore delle Mille e una Notte”.

 

A piedi, attraverso una vecchia porta, si entra nella “città bianca”, ferma nel tempo. Stradine scoscese, strette scalinate, moschee, minareti colorati, scuole coraniche. Le case-torri in pietra e ornate si fondono col paesaggio verdeggiante delle
terrazze coltivate.

 

La prima luce del mattino comincia a filtrare col suo colore d’ambra. Bellezza
padrona di questi luoghi. Dai campi coltivati a strade di montagna, da villaggi
aggrappati alle rocce ai wadi dei fiumi. Terra, roccia, case, muri, finestre.
Tutto è ricco di ricami e decori.

 

È come se le colline si fossero aperte creando palazzi, moschee, scalinate, strade acciottolate, alberi, vallate dove un tempo scorrevano fiumi. Paesaggi e panorami lasciano senza parole.

 

Fino all’arido e profondo sud verso Taiz, ai piedi del Jabel Sabir. Sulla via, capanne di paglia e gente dalla pelle scura. Carovane di asini carichi di vasellame di coccio,
stoffe, monili, pentole e cianfrusaglie di plastica.

 

Taiz che si distinse come capitale della dinastia dei Rasulid di cui resta la bellissima moschea Al-Ashrafiya è oggi un immenso mercato. Si estende tra le due porte Bad
el-Kebir e Bab Mussa ed è ricco di monili, armi, costumi, stoffe, cesti di vimini. Animali.

 

Pile di pani dorati e fumanti, carriole di cavoli e mele. Sotto grandi ombrelloni mucchi di pomodori, peperoncini verdi, cipolle. Penetranti fragranze muscose e dolci del cibo cotto. È il suk delle donne. Vengono dal monte Sabir.

 

Tanto abili nel contrattare, da vendere le merci al mercato al posto degli uomini. Vestono con vivaci stoffe colorate e spesso non portano il velo sul viso. I loro capelli sono però sempre coperti come prescritto dal Corano.

 

Belle e ardite coi loro vistosi abiti damascati, donne di montagna, vigorose e profumate. Il contorno degli occhi bistrati dal “khol” e i rametti di basilico sulle orecchie. Qui, padrone assolute d’ogni pietra, d’ogni gesto. D’ogni sguardo.

 

L’aereo sorvola San’a. Si mostra per l’ultima volta. Gli occhi non sanno dove posarsi. Non ci sono comignoli o tetti solo fondali bianchi in cima a palazzi di favola. Svettano tra angoli, stradine, minareti, polvere, spazzatura e sacchetti di plastica blu.

 

E pensi alle donne, misteriose creature velate che al tramonto sembrano svanire nei vicoli. E pensi a te, donna d’occidente, una sorta di terzo sesso, per cui tutto è permesso. Viaggiare, fotografare, parlare. Vivere e raccontare un sogno.

 

 

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GALLERY

 

     Yemen, paese d’incensi e profumi

                                                          
                                                      
di Tonj Lardani

 

Terra di maestose montagne, strade serpeggianti attraverso panorami lavici lussureggianti di torri arabescate. E alle spalle delle onde che s’infrangono sulla costa, i mercati odorosi e multicolori di Bayt al-Faqih e Taiz col suk delle donne dagli occhi di fuoco. Le voci, gli odori, il chiasso discreto di bimbi. Ombre velate e mute nei vicoli di città imperiali.

 

 

 

 

LIBANO

Libano, BEIRUT Piazza dei martiri prima della ricostruzione ©Tonj Lardani

 


  
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  Beirut, memoria spezzata

                                                    di Marta Forzan

 

 

Il cuore ferito della capitale libanese. PIAZZA dei MARTIRI, solo macerie e labirinti di mura crollate. Scene sospese sul silenzio ossessivo. L'ultima volta nei quartieri distrutti. Muti e vuoti, prima di un restauro ambiguo, senza l'aurea poetica del passato. Intreccio di identità. Croce e vanto di Beirut.

 

 

L’alba rischiara il Saint George Yacht Club e la promenade che affianca la baia. Folle di gabbiani. Gatti amletici. Il vecchio Mercedes, taxi improvvisato, si ferma. Traffico, gas di scarico, rumore dei clackson della Beirut frenetica. Distante.

 

Downtown off limits. Distratti soldati col kalashnikov, al cheekpoint. Un salto nel vuoto. Divieto, documenti, possibili ordigni inesplosi lungo strade, angoli, vicoli. L’OK . I colori sbiadiscono nel silenzio e nella polvere fino a Piazza dei Martiri. Poi tutto in bianco e nero.

 

Un’architrave, solo un buco nero, un passaggio. Lembi di scale, sacchi di sabbia ammucchiati nelle crepe delle mura sventrate, forate da pallottole. Si sale con cautela mentre i calcinacci cadono. I ferri sospesi gemono. Fino in cima senza fiato, senza saliva. Nikon e obiettivi pesi come il corpo. Il cuore, grave.

 

Dall’alto del fatiscente palazzo, la vista assorbe visioni spettrali, i luoghi più difficili della città, quelli che trattengono memorie stratificate e tragiche. Il cuore di Beirut, un labirinto di macerie, i landmarks di una storica città sono aperti in muri crollati l’uno sull’altro. Disegnano nuovi spazi, nuovi passaggi, facendo perdere la percezione di una città. Il suo nucleo antico.

 

Chiese e moschee ridotte a souvenirs della profanazione, pezzetti di vetro che ancora resistono sui bordi delle finestre. Grigio del cemento schiacciato, punte di armature di palazzi che spuntano dalla superficie polverosa. Fili che oscillano in una maglia di abbandono.

 

Il centro di Beirut, un cimitero della memoria. Palazzi spolpati, disossati, silenziosi. Architettura senza vita. Ciechi fondali di uno scenario da incubo. Attoniti testimoni di tragici eventi. Piazza dei Martiri, sin dai tempi dell’impero ottomano, la storia e la cultura di Beirut. Negata.

 

Il centro dell’ultima città levantina, ricostruito nella seconda metà del XIX° secolo, si apriva dalla piazza dei Cannoni oramai piazza dei Martiri. Dall’avenue Fouad Cheab al lungomare, dal quartiere Jemmayzè a quello di Wadi Albou, sulla Beirut romana.

 

Negli anni Cinquanta, la zona vecchia acquista tratti più moderni e negli anni Settanta, nel quartiere di Ain Mreissè, “cadono” alcune case ottomane di pietra con i tetti rossi e le finestre ad arco di stile veneziano. Preludio ad una ben più triste demolizione.

 

Downtown era il fulcro dell’arte e del commercio. Mercanti, artigiani, avvocati, giornalisti, politici, impiegati e uomini d’affari. Suq, cinema, Cafè, teatri e ristoranti dove gustare i migliori hummus e Arak di tutto il Medio Oriente.

 

Ma l’eruzione del dissidio scendeva come lava dallo Chouf verso Beirut, nervo scoperto di etnie e clans. 1975, guerra civile. Un duro colpo alla città. Scontro tra libanesi che la dividono in due. Ad est cristiani maroniti, ad ovest sunniti e palestinesi. Al centro la “linea verde” in rue du Damas. Cecchinaggi e tiri di artiglieria. Auto-bombe, trappole mortali. Primi infarti di un cuore che cesserà di battere nel 1983.

 

Piazza dei Martiri stuprata, appare come un fantasma, suicidato, disintegrato. Una finzione. Il cartellone pubblicitario ORIENT di un vecchio cinema, naufrago aggrappato ad un relitto. “I martiri” della rivolta anti-ottomana del 1916 sono lì, al centro della spianata. Quattro figure umane in ferro traforate dai proiettili “per ricordare le ferite”della guerra civile. E altre.

 

Poligono per cecchini, ora deserto. Solo due italiani e due “sciusià”, Amid e Josef. Hanno poster della piazza alla fine degli anni Sessanta. Irriconoscibile, pochi i punti di riferimento. Solo il monumento al centro. Il volto disperato, il braccio alzato. L’unica cosa “viva” che mostra l’indicibile insulto all’uomo e alla storia.

 

L’Holiday Inn, lapide al dolore. Postazione di cecchini durante la guerra civile. Crivellato di pallottole, tende stracciate prive di colore che pendono dalle finestre. Emblema senza occhi di “momenti di gloria” e di slogan per turisti.

Vivere nella speranza, per far parte della realtà. Leggenda e storia.Beirut, distrutta e ricostruita sette volte. Il Premier Rafiq Hariri, ucciso in un attentato nel 2005, artefice della rinascita del centro. Progetto iniziato e interrotto anche a seguito dell’intervento israeliano del 2006.

 

Nella zona Raoucheh, lungo l’avenue du Paris, s’innalzano disarmoniche da un terreno polveroso e irregolare, nuove costruzioni, una accanto all’altra con ragnatele di fili elettrici che danno unità a questo strano scenario ancora tutto da finire. S’infiamma il tramonto sulla baia blu di Saint George.

Due reporters e due sciuscià libanesi seduti sul muretto della Corniche a fissare il mare, a capire il vento.

 

 

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    2                                           BAALBEK

 

 

                     "LA CITTA' DEL SOLE"

  

 

                                           di Marta Forzan

 

 

 Sulla via di Damasco attraverso lo Chouf, roccaforte dei Drusi e la valle della Bekaa, terra di hezbollah. La catena del Libano e il Jebel El Cheik dove nasce il Giordano fino a Baalbeck, l’antica Heliopolis .

 

 

 

L’alba di Beirut diventa fuoco sulla Nazionale di Damasco. Primi cheekpoint siriani armati di kalashnikov. Il sole si distende sullo Chouf, la zona all'interno di Damour, roccaforte di Walid Jumblatt, leader dei Drusi e “voce unita dei libanesi”.

 

La strada s’arrampica con vigore sulla Catena del Libano seguendo il capriccio d’una natura d’infinita bellezza. Tra le pieghe dei monti le vigne s’aggrappano al minimo lembo di terra rapito da rocce bibliche.

 

Superato il colle Dahr el Baidar, s’intravede una vasta piana dominata dal monte Hermon dove nasce il fiume Giordano costeggiato dal Litani. Sulla via di Damasco, frutteti di mele col loro carico piegano gli alberi. Qui, quasi nessuno più le raccoglie.

 

Uliveti e fichi in gran parte abbandonati. Tra macchie agricole e piccoli villaggi, le prime carcasse di camion e il ripetersi di manifesti col volto di Khomeini e di Nasrallah, segnano la terra delle milizie hezbollah.

 

Altri camion chiusi. Pericoloso avvicinarsi. Potrebbero trasportare qualsiasi merce. Comprese armi Katiusce e missili a lunga gittata per le milizie che più giù, verso il sud del Libano, sono pronte a sparare sulla Galilea.

 

L’aria fresca dei monti svanisce nella ripida discesa verso l’arroventata valle della Bekaa, per gli antichi Romani il “grande magazzino d'oro del grano”. Sul fondo una macchia bianca, l’antica Heliopolis. Baalbeck una delle più grandi acropoli del mondo.

 

Siamo nel campo più remoto dal fronte, nel cuore motore degli estremisti sciiti e dell’influenza iraniana in Libano. Pattuglie israeliane sono arrivate fino alla “città del sole” e i missili di Hezbollah hanno colpito una località all'interno di Israele. La Siria è a un tiro di schioppo.

 

Dopo tanta polvere di rovine, è quasi un miraggio vedere la nitidezza ritagliata nella volta celeste dei templi romani. Sentinelle che sostengono il cielo turchino, le sei colonne di Giove Eliopolitano, collegate dal loro architrave, si stagliano austere contro i monti.

 

La tormentata cittadina col suo verde e ombroso cespuglio pare un’oasi che cinge la massa imponente delle celebri rovine. Una sorgente d’acqua sgorga a Ras el Aïn e le sue acque scorrono sulle rocce fino ai Templi.

 

Baal, Helios, Giove. Fenici, Greci e Romani hanno adorato il dio Sole, e Baalbeck è la colossale prova della fusione di antiche culture. Come una spugna, ha assorbito il meglio dalla Grecia e di Roma senza dimenticare la tradizione locale.

 

Colonne, capitelli, architravi. Rilievi scolpiti con effetti chiaroscuro in un magico gioco d’ombra e luce. Sobrietà greca, dovizia persiana e delicati particolari dell'arte orientale. Ciclopiche costruzioni, audaci scommesse dell’uomo.

 

Il Tempio di Venere, di Giove, di Mercurio e i Propilei. Enormi arcate costruite su massi colossali. Alte piattaforme che spingono l’acropoli verso il sole sfidando tempo, storia e cataclismi. Da Duemila anni.

 

Proprio sulla via di Damasco, al centro di rotte commerciali per l'Oriente, Giulio Cesare fondò a Baalbeck una colonia. Era già un luogo sacro, e i Romani innalzarono templi giganteschi tanto da far impallidire il Partendone di Atene.

 

L’Acropoli fu eretta su una piattaforma preesistente. Una terrazza costruita con monoliti ciclopici perfettamente squadrati. Tre macigni detti Trilithon, del peso di 800 tonnellate, misteriosamente sagomati, sono al centro di domande che non hanno ancora risposte.

 

Molte sono le leggende bibliche che si addensano su Baalbeck. Si dice che la città fu fondata da Caino e avrebbe ospitato i patriarchi prima del diluvio. Noè e Cam sarebbero sepolti poco lontano. Anche Abramo passò di qui durante la sua migrazione.

 

Sulle svettanti colonne sfuma il tramonto e il silenzio invade Baalbeck in una notte dal cuore d’ombra. Inquieti fantasmi del passato s’aggirano nell’acropoli. Anime in pianto schiaffeggiate e violentate dall’urgano furioso di nuovi tempi.

 

 

Tag Medio Oriente, Libano, Baalbeck, Hezbollah, Valle della Bekaa, Walid Jumblad

 

 

 

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 3                             Libano, dai monti al mare

 

                                   di Marta Forzan

 

 

 

Attraverso la valle della Kadisha nido di eremi maroniti verso Bcharrè, terra natale del poeta Khalil Gibran. Dalla valle dei Cedri Sacri e Bakafra fino a Tripoli, città di uomini temprati dal mare e dalla guerra.

 

 

 

Un sorriso di secoli fa. Il vecchio frate maronita con l’abito scolorito dal tempo e dal sole non s’aspettava visite. Ma sul vecchio tavolo è pronto il “markouk”, un pane morbido, piatto, leggero da gustare con l'hummus.

 

Il santuario di St. Antonio di Qozhaily costruito nel 1855 sulle fondamenta di un antico convento, ospita cinque monaci maroniti non privi di prudenza e di memoria. Isolato, domina la valle della Kadisha nel Libano settentrionale.

 

Con passi lenti ma con uno slancio di generosità percorre un sentiero aggrappato alla collina verso la Grotta dei Pazzi del 750 d.C dove folli e posseduti venivano legati per mesi a catene ancora ben visibili, in attesa di una guarigione miracolosa.

 

Mani nodose sfiorano un fiore rosa, “sabun arab”. Affascinato da quel gioco come un bimbo saggio, lo immerge nell’acqua ed ecco uscire una schiuma densa e profumata. E’ il sapone dei beduini col quale i pastori usavano lavarsi.

 

Il nord è costellato da antichi villaggi, monasteri ed eremi scavati nella roccia. A picco sul nulla. Il più alto è Bakafra, il paese dell'anacoreta-pastore St. Charbel, beatificato nel 1976. Tutta la zona apparteneva ai cristiani maroniti e molte sono le cappelle rupestri.

 

Grotte carsiche e anfratti dove si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni o per meditare. Sullo sfondo le cime dei monti, spina dorsale del Libano col Qornet es-Sauda, alto 3.083 metri.

 

E di qui si passa anche per raggiungere Bcharrè e la Foresta dei Cedri, patrimonio dell’Unesco e simbolo del Libano.Un piccolo fazzoletto verde è quanto resta dell'enorme patrimonio forestale di un tempo.

 

Giganti silenziosi che spargono nell'aria l’inconfondibile fragranza. Dolce e sereno vivere su queste montagne sotto un tetto antico mentre il tempo sembra non contare più. Si vive in semplicità lontano dai rumori e dall'agitazione delle grandi città.

 

Natura mozzafiato. Profondi dirupi, fiocchi di verde a coprire le pendici dei monti, col giallo acuto della ginestra a ravvivare l’ocra di una terra a volte brulla a volte rigogliosa sotto l'azzurro intenso del cielo.

 

In lontananza svettano i campanili di Bcharré, la città natale dello scrittore, poeta e pittore Khalil Gibran, che seppe affrescare con parole e pennelli un Libano non certo da cartolina, penetrando nel profondo animo della popolazione e di una terra d'altri tempi.

 

Passando tra gli uliveti di Bkerkacha si arriva aTripoli. Splendida, vitale, colorata. Un ponte di modernità unisce la brulicante parte vecchia alla languidità del porto El Mina. Boulervards e ville coloniali, grattacieli e khans. Pasticcerie e cafè.  

 

Bruna di sterpaglia, la fortezza di Saint Gilles (Qalaat-Sanjil), capolavoro d'architettura francese del XII secolo, è quasi in stato di abbandono sotto un tappeto d’erba selvatica che ha cancellato il ricordo di passate fierezze.

 

La temperatura sale rapidamente. La luce è accecante e il sole domina sul piazzale di fronte alla Grande Moschea e sul Mediterraneo. Solo le tende delle botteghe offrono scheletrici spicchi d'ombra.

 

I rumori della città s'infiltrano nei vecchi quartieri, tra cupole colorate, minareti, madrassas (scuole islamiche), hammams (bagni pubblici), khans o suk. Creati tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, sono il cuore arabo di Tripoli.

 

Khan al Khayyatin (suk dei sarti) costruito nel IV secolo dall'Emiro Badr ed-Din, Khan al Saboun ( suk del sapone), antico caravanserraglio che ospitava le truppe ottomane. Sorrisi abbaglianti all'ombra di bottegucce nei vicoli dai soffitti a volta.

 

Fascino del porto El Mina. Qui, i vecchi temprati dal mare e dalla guerra si ritrovano negli antichi cafè turchi leggendo il giornale, giocando a carte. Si racconta di mare e di guerra tirando dal narghilè e sgranando il rosario.

 

Scende la notte, quasi più nessuno tra le vecchie mura. “La disperazione indebolisce la vista e chiude il nostro orecchio. Non vediamo altro che gli spettri del fato, e udiamo solo il battito del nostro cuore inquieto”. Khalil Gibran

 

 

Tags Libano, Kadisha, Khalil Gibran, St Charbel, Tripoli, Valle dei Cedri.

 

 

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                                                 ISRAELE & PALESTINA

 

 

 

                                                            Viaggio in Israele e Palestina

 

                                                                      di Marta Forzan

 

Gerusalemme mai liberata. Cuore d’Israele e Palestina. Città contesa, divisa in settori dai fedeli delle varie religioni. Mosaico di colori, suoni, profumi, volti. Gerusalemme sta' sulla pietra come sulla pelle del mondo.

 

 

 

Gli ultimi raggi di sole frusciano negli infissi della Porta di Damasco e fanno luccicare il turchese, lo smeraldo e l’oro della cupola della moschea. Scende la notte, quasi più nessuno tra le vecchie mura. Solo ombre che passano in silenzio.

 

E’ dolce l'aria di Gerusalemme, arriva con la brezza del Giordano, mille metri sotto il Monte degli Ulivi. Si disperde lo sciame quotidiano che la invade di giorno, e lascia il posto ai lamenti più dolci della sera.

 

Rintocchi di campane, l’ultimo gorgheggio del muezzin, l’ultimo canto dell’armeno col libro sotto il braccio, l’ultimo silenzio ondeggiante d’un soldato di fronte al Muro. L’ultimo turista si trascina stanco sulla “Via Dolorosa”.

 

La notte rinfresca mentre le stelle disegnano una lunga curva sulla Moschea della roccia. E’ il grande sonno della casbah rumorosa e del mercato ebreo di Mahane Yehuda con le botteghe sprangate e i gatti che frugano nell’immondizia.

 

Tutto tace, l’antica città esce dal tempo. Un magone prende la gola. Com’è la felicità senza libertà. Gerusalemme sta sulla pelle del mondo. Sta sulla pietra delle colline rocciose, per l'architettura di sassi propria di questa terra.

 

Di pietra sono i tre centri di culto. La pietra del Muro del Pianto, la pietra della Cupola, la pietra ribaltata del Sepolcro. Colore unico al mondo. Colore di storia, mistero e profezia. Sembra che tutto debba essere straordinario, in questa straordinaria capitale.

 

All’alba il cielo si china su Gerusalemme e la sposa. Lo fa sul Muro del Pianto, quel muro di sostegno al tempio di Erode, simbolo di un'incrollabile fede giudaica che vede alternarsi personaggi dal lungo cappotto
nero e dal cui cappello fuoriescono due bizzarri boccoli.

 

Di fronte al Muro del Pianto la partecipazione raggiunge l'esaltazione, ma sempre intima e contenuta. Si prega anche col corpo, piccoli inchini fino a sfiorare con la testa le grosse pietre alle cui fessure il fedele
affida pensieri tra le righe di lettere e bigliettini.

 

Compostezza di fedeli coperti dal talith (mantello bianco a strisce nere), frettolosità di militari con il mitra sulle spalle, solennità dei vecchi hassidin, incertezza di chi con mano tremante sfiora il muro alla ricerca di
una risposta.

 

E’ tutto ciò che un osservatore attento può percepire di fronte a quel muro mentre la cupola d'oro della moschea di Omar, a pochi passi, osserva dall'alto il moltiplicarsi delle scene, e l'avveniristica architettura
del nuovo quartiere di Ramot.

 

La cupola d'oro della Moschea di Omar, sulla montagna del Tempio, è il centro del culto musulmano. Costruita nel 638 d.C. dal Califfo Omar su una spianata rocciosa considerato luogo tra i piùì sacri dell'Islam.

 

I cristiani di Gerusalemme s’affollano nel Santo Sepolcro costruito originariamente dall'Imperatore Costantino nel 335 d.C. incidendo la roccia intorno alla tomba di Gesù. In seguito la recinse entro un edificio separato circolare, aggiungendovi una spaziosa basilica.

 

Torna la notte. C’è chi scrive poesie sui vetri delle finestre. Lontano, il suono di un’arpa e di un violino. La
luna penetra dal lucernario e taglia con un raggio blu l'aria piena d'incenso nella cattedrale armena di San Giacomo.

 

L'ombra della cupola sulla roccia pare un miraggio perso tra nuvole ingarbugliate. Sul vecchio divano, Ghassan coi suoi gatti e la bella moglie color oliva, giocherella coi 34 grani del Tasbeeh, biascicando Alhamdulillah, Lode per Allah.

 

In via Ben Yehuda, Sylvia nella sua casa di quella bella pietra accende i sette bracci del Menorah e prepara Hummus bi tahina. Mus di ceci, prezzemolo, crema di sesamo, succo di limone, servita in una ciotola comune di coccio decorata con peperoncino e pane tostato.

 

Fuori le strade sono vuote. La luce taglia fette di muri del colore di terra avara e nobile. Qui, a Gerusalemme, osservi i tuoi sentimenti ei tuoi desideri. Nella grande spianata, di fronte alle pietre del Muro, un senso di spazio metafisico.

 

Accovacciata con le donne. Sui tappeti per terra nella moschea immensa, magica e turchese. Ma anche calda e affettuosa. Nel ventre del Santo Sepolcro quando l’aria comincia a muoversi. Fredda, scende dai tetti e scivola sulle pietre lisce. Un brivido.

 

 

 

Tags   Israele, Gerusalemme, Muro del Pianto, Moschea di Omar, Palestina, Santo Sepolcro

 

                                           GALLERY

 

 

                          Libano, fascino e mistero di Baalbeck

                                      di Tonj Lardani

 

                                

 

 

 

Magie d’Oriente consacrate a Baal, il dio Sole. L’antica città fenicia nella monumentale valle della Bekaa. Templi come colossi a sorreggere un cielo violato da guerre. Monumenti che hanno assorbito le antiche culture greca, romana e asiatica. Pietre testimoni di un passato glorioso e di un presente infiammato.

 

 

 

 

 

 

GALLERY

 

    Libano, terra di mille passioni

 

                                                di Tonj Lardani

 

 

 

Dopo mercati, deserti, templi, locande, rovine nel vento e monasteri, la valle dei Cedri regno di millenari esemplari dall’eterna, inconfondibile fragranza.Tripoli sul Mediterraneo, vicoli stretti, khans, il porto El Mina. Il lento procedere del tempo e la cordialità della gente.

 

 

 

1 Libano, all’ombra del Khan ©Tonj Lardani

 

2 Libano, monaco maronita ©Tonj Lardani

 

3 Libano, Bakhafra Grotta dei Pazzi ©Tonj Lardani

 

4 Libano, Valle dei Cedri ©Tonj Lardani

 

5 Libano, saboun arab ©Tonj Lardani

 

6 Libano, cedri millenari ©Tonj Lardani

 

7 Libano, Tripoli ©Tonj Lardani

 

8 Libano, antico libro aramaico ©Tonj Lardani

 

9 Libano, El Mina-Tripoli ©Tonj Lardani

 

10 Libano ©Tonj Lardani

 

11 Libano, Tripoli moschea Taylan ©Tonj Lardani

 

12 Libano, Tripoli- khan al Saboun ©Tonj Lardani