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BUDAPEST. L’ANIMA E LO SPECCHIO

 

Perla del Danubio, Parigi dell’Est. La capitale magiara in bilico tra Oriente e Occidente al centro della fertile pianura pannonica. Folclore e musica tzigana nelle “csarda”. Immensi boulevard di Pest. Castelli e cattedrali di Buda. Nel mezzo scorre il fiume blu.

 

Dal Cafè Hungaria il vibrato di un violino. Virtuosismi di cymbalom e contrabbasso in brani struggenti. Sonorità ed esplosioni melodiche irradiano nell’aria. Ali di farfalla vibrano in suoni tristi e intensi. Budapest è una musica tzigana. Malinconica e disperata come la passionalità magiara.

 

Ti fermi lungo il Danubio dalla parte di Pest, e sul filo dell’acqua della sponda opposta sfilano alberi e piazze. Alzi lo sguardo su torri e bastioni. Ti sposti a Buda, e sotto scorre il fiume coi battelli che galleggiano fermi a contrastare la corrente. Intorno, l’abbraccio di Pest con ponti, giardini, parchi e cupole.

 

Elegante e bella signora. Vivace come una ragazzina. Budapest è arte, cultura e architettura. Sfumature intense di sfrenata energia che fonde suoni, tradizioni, esperienze e percorsi. Un fondale da teatro che trabocca di volti e storie.

 

E’ la musica di Liszt, soffice come fiocchi di neve, brillante e pungente come grumi di rabbia. Perla del Danubio, vecchia di duemila anni. Giovane come domani. Sotto rabbuffi di nevischio percorri larghi boulevard affollati di turisti e luccicanti vetrine.

 

Buda è la collina, Pest la pianura”. La città ha due anime, due facce, due storie. Lo specchio e l’anima. Città industriale e culturale al tempo stesso. Dinamismo dei boulevard e magia dei vicoli che arrancano sul poggio sono lo spirito di un popolo colto, romantico e passionale. La patria di Liszt, Béla Bartòk, Zoltán Kodály e della musica tzigana.

 

La neve cade fitta e già ricopre ripidi vicoli che arrancano verso lo scrigno del sapore e della storia magiara. Buda. Inconfondibile atmosfera medievale tra le case del Seicento e la fortezza. Fasti del Palazzo Reale. Maestosità dell’Archivio di Stato che riflette, sul tetto di ceramica magiara, la luce bianca della chiesa di Mattia.

 

Una duplice scalinata e balaustre in stile neoromantico. Il Bastione dei Pescatori, belvedere che s’affaccia su Pest. Distante, immobile, priva di rumori.Sotto, scorre il Danubio che penetra nelle vene della pianura. Viene da lontano. Va lontano.

 

Otto ponti collegano le due parti della città. Su tutti spicca il “Ponte delle Catene”, inaugurato nel lontano 1849. Trait d’union di due sponde, due culture, due modi differenti di vivere.Lungo 400 metri, deve il suo nome alle catene di ferro che collegano le torri.

 

Buda, si spegne al tramonto. Si svuotano le vie colorate, le piazze e gli storici monumenti. Si scende a Pest che si popola con le prime ombre della notte. Il Ponte delle catene si accende di luci e regala uno spettacolo davvero emozionante sulla città.

 

Pest, cuore pulsante della vita quotidiana, coi suoi imponenti palazzi neoclassici, viali, centri commerciali. Manifesti di concerti rock sui muri. Grattacieli moderni, raffinati bar ed eleganti ristoranti dal profumo di gulyàs e paprika. Viavai di colletti bianchi con valigetta alla mano che escono dai Ministeri.

 

Fatali le vetrine di Via Rakoczi e Vaci Ut con i migliori prodotti made in Hungary. Ricami fiorati di Kalocsa e pizzi fatti a mano di Kiskunhalas. Tovaglie di lino e tappeti di Mezotùr. Cristalli e porcellane di Herend. La via pedonale Raday Utca è piena di locali e ristoranti, mentre la piazza Liszt Ferenc, le vie Karolyi e Hajos pullulano di Pub e Cafè.

 

La dolce vita sul Danubio. Atmosfere del primo Novecento in piazza Vorosmarty e nei “Cafè letterari” in stile viennese come l’Hungária, dove si ritrovava l’ intellighentia ungherese. Dentro, tutto il fascino di marmi, bronzi, broccati e affreschi d'epoca in armonia col cristallo e l'acciaio tipici del design contemporaneo.

 

Budapest, patria del liberty magiaro. Viale Andrassy unisce Piazza degli Eroi con il Bosco della Città, Városliget. Luci, colori e il profumo delle “kremés”, dei “dobos” e dei “ludlab”, i dolci della pasticceria Gerbeaud che sfoggia l’arredamento originale dell’800.

 

Dal sottosuolo di Budapest sgorgano oltre centoventi sorgenti con acque calde terapeutiche che ne fanno la città termale più importante d’Europa. Per i magiari il bagno pubblico è un rito. Ci vanno prima, dopo e durante la pausa del lavoro in ogni stagione. Svago e relax.

 

Incontri e chiacchiere nei bagni turchi Király e nelle terme Gellért. Mosaici sul pavimento, miniature sulle pareti e colonne. Tutto avvolto da una luce surreale che proviene dall’alto. E c’è chi, immerso nell’acqua, legge il giornale o gioca a scacchi.

 

E’ notte fonda a Budapest. Le luci dei lampioni danzano sullo specchio del Danubio come diamanti. Segui “l’usignolo”. Un virtuosismo fatto sulla prima corda del violino simile al canto del piccolo uccello. Proviene da una Csarda, rustica osteria regno della musica tzigana e della danza magiara.

 

Profumo di paprika e gulyàs cucinato in un grande paiolo sul fuoco a legna. Lunghi tavoli con brocche di Tokaj eun bicchierino di Barak, grappa di albicocche. Fumo del narghilè e sapore d’Oriente. Il calore di un camino e luci soffuse di candele.

 

Un gitano suona una csarda lenta, struggente, malinconica. Ti gira intorno con gli occhi neri, profondi. Pizzica le corde come fa il vento sulle criniere dei cavalli nella Puszta. Poi s’infiamma con accordi funambolici per un amore ribelle di gonne colorate.

 

Passione che sale, s’acquieta poi fugge. Irrequieto e dolce come il vento che scuote il bosco, come l'acqua che scorre verso il mare. Come la musica di un violino tzigano che fa vibrare l’anima. (Marta Forzan)

 

 

Tag: Ungheria Budapest Csarda   Liszt   Terme Gellért

 

 

Amsterdam ©Marta Forzan

 

AMSTERDAM. IN CERCA DI REMBRANDT di Marta Forzan

 

Vivere “A’dam” con l’emozione dei suoi colori. Sempre viva, sempre diversa. Scrutarla con gli occhi dei pittori fiamminghi. Angoli d’ombra, squarci di luce riflessa sui canali. Case, finestre e cortili dell’epoca d’oro d’Olanda.

 

 

 

Le sei del mattino sul canale Prinsengracht, all'angolo di Leidsestraat. Siedi sul ponticello e respiri l’alba sotto un cielo lattiginoso solcato da nuvole sfilacciate. Attendi di veder passare mercanti, contadini e mendicanti. Ultimi fantasmi della notte.

 

Aspetti l’Olanda del Seicento, l’Amsterdam del chiaroscuro, del giallo, del rosso. Atmosfere fantastiche che ti sbalzano in epoche lontane. E vuoi sentirti dentro quel mondo fatto di lampi violenti che accecano ombre profonde e vellutate.

 

Li hai visti tante volte sui quadri, al Rijksmuseum. Hals, Van Ruisdael, Vermeer, Brugghen, Van Ostade, Rembrandt. Vorresti fissare la luce di quei dipinti. Col tempo di uno sguardo, d’una sorpresa divorata dall’attimo in cui le ciglia battono.

 

Sei passata dai vicoli stretti mentre il sole disegnava triangoli di poesia. Nel Vecchio quartiere ebraico al numero 4 di Jodebreestraat, la casa di Rembrandt. Hai visto gli schizzi che faceva durante le passeggiate nelle piazzette, tra i canali di Amsterdam. 

 

Rembrandt Harmenszoon van Rijn, figli0 adottivo della città. Una casa, una vita, una città. Troppo per le sue possibilità. Lasciò la casa pochi anni prima della sua morte, nel 1669, condannato dall'ottusità borghese dei suoi concittadini a morir di fame "fra i fantasmi sublimi della sua pittura".

 

Oggi è il Museum het Rembrandthuis, si raggiumge passando
 sul Blauwbrug (ponte blu) in direzione dell'Opera. 
Hai visto il suo studio ai piani superiori dell'edificio. 
Una stanza inondata di luce, un luogo ideale per lavorare. 
Forse qui Rembrandt ha dipinto la “Ronda di Notte”. 

 

Incisore e pittore, scelse di vivere ad Amsterdam non appena il suo genio uscì alla luce. Sfarzosa età d’oro del Seicentoquando la città fu regina del commercio internazionale e punto di approdo di fiamminghi in crisi, ugonotti e separatisti che qui accumularono la loro ricchezza.

 

C’erano anche ricchi mercanti e armatori il cui vanto e opulenza era frutto di spezie, sete e schiavi. Proprio quei vistosi, arroganti, grassi, grossi “signori” che abilmente il figlio di un mugnaio diLeidaha immortalato sulle sue tele.

 

Testardo e ostinato. Intrattabile per geni e dolori quell’artista dagli occhi spiritati catturò in Occidente i colori d’Oriente. Stoffe e velluti d’oro, arredi presi alla mercantile ricchezza della città. Disegnò uomini gordi, all’interno di case ingorde dai colori brillanti e dai riflessi dorati.

 

Traboccante vitalità pittorica di Amsterdam. Città bizzarra su palafitte, un centinaio di isole separate da 156 canali e collegata da 1300 ponti. Forse sarebbe rimasto un piccolo borgo di pescatori se a partire dal XV secolo non fossero arrivare le comunità di ebrei fuggiti dalla Spagna.

 

Esuli e braccati hanno sempre trovato rifugio nei canali. Simbolo della convivenza tra la città e l’acqua. Un anfiteatro di corsi d’acqua. Oltre 2500 case sbocciano ogni mattina coi colori dell’alba. Si aprono come fiori in cerca del sole. Alte e strette. Tre, cinque piani con le facciate in stile barocco, rinascimentale, classico.

 

Tra i canali, tracciati all'inizio del '600, i palazzi più belli costruiti proprio da rifugiati, artigiani e commercianti. Da una piccola porta a nord dello Spui, entri nel Beghijhof, il luogo più celebrato della Amsterdam medievale. Nel cuore cittadino, una vera oasi di pace.

 

Ben nascosto tra la Kalverstraat e il Nieuwezijds Voorburgwal, c’è il più bel cortile (hofje) di Amsterdam. Una scenografia teatrale che Rembrandt ha immortalato con luci e ombre rendendo bene l’atmosfera del tempo.

 

Bella, trasgressiva, provocatrice. Aggraziata nei decori e nei colori degli edifici, orgoglio e patrimonio nazionale. “A’dam”, così la chiamano i cittadini, unisce il disordinato fascino metropolitano degli anni Sessanta e Novanta all’atmosfera pastello di un borgo seicentesco.

 

Dam, il cuore di Amsterdam , la grande piazza dall’atmosfera cosmopolita, incorniciata da una scogliera di palazzi. Gente di ogni colore, religione e cultura. Il primo nucleo della città è sorto qui, protetto da una barriera artificiale che lo separava dal mare. Il resto lo si deve al genio e al gusto olandese.

 

Stretto tra i canali Rozengracht, Prinsengrach e Broowerrsgrach, dove le case portano nomi di fiori, c’è il quartiere Jordaan. Nasce all’inizio del ‘600 e conserva nel nome il ricordo della parola francese “jardin”. La mancanza di spazio costringe le case ad addossarsi, modellarsi, incurvarsi, sfruttando ingegnosamente ogni angolo, in un variopinto disordine.


 

Un museo a cielo aperto. Il volto magico di una città che fioriva mentre guerre e carestie flagellavano l’Europa. Case decorate, costruzioni neoclassiche, ex magazzini fluviali dove le porte sfiorano i soffitti.

 

Scontri di trasparenze e opacità, oscurità e luce, colori caldi e freddi. Sbocchi sull’anima e sui pennelli dei fiamminghi, abili paladini di attimi infiniti.

 

Hai volutamente escluso il viavai della gente, del traffico, dei tram. Hai nascosto le auto che offuscano gli scorci sui canali. Le piazze affollate. I cafè colmi di turisti. Hai spiato dalle finestre senza tende, dalle vetrine. Hai cercato l’opaco istante in cui la luce assedia l’ombra e la rende limpida.

 

Stavi pensando a “Rembrandt. J’accuse”, al regista Greenaway, al mistero celato nella “Ronda di notte”. Hai perso l’attimo con un battito di ciglia. Cercando Rembrandt.



Tu aspetti appollaiata sul ponticello. 

 

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Foto copertina : Amsterdam ©Marta Forzan

 

Tag:Amsterdam, Paesi Bassi, Europa, Rembrandt, Prinsengracht, Rijksmuseum, Blauwbrug, Beghijhof, Dam

 

 

 

 

 

 

 

AMSTERDAM’S POSTCARD

di Marta forzan

 

Intense armonie di azzurri, caldi rossi e gialli accesi. Affreschi corali di un variopinto disordine. Spazi conquistati da case seicentesche che si stringono, s’addossano e s’allungano. Intimità discretamente violate al di là di un vetro o su poster. Ombre dietro le finestre sui canali di Amsterdam.

 

 

 

- Berlino. Graffiti in Checkpoint Chiarlie © Marta Forzan

 

              BERLIN GRAFFITI

                                 di Marta Forzan

 

Metropoli coinvolta e libertaria, storica e architettonica, ricca e teatrale. Nel Ventesimo Anniversario della caduta del Muro, Berlino celebra la ritrovata unità, senza dimenticare dolore e follia. La continua corsa di una capitale che vuole “essere” città.

 

 

“Ich bin ein Berliner”, J.F. Kennedy, Berlino 1963. “I love Berlin”, B. Obama, Berlino 2008. Frasi come perle sulla città.Puoi viverla o vederla. In ogni caso ti senti berlinese e l’ami. Impossibile ignorarla. Vitalità, memoria, mutamento e dialogo. La “Tolle Stadt” s’è ripresa anima e corpo, surclassando Parigi e Londra.

 

Museo The Kennedys, in Pariser Platz, cinquanta scatti di Pete Sousa, fotografo della Casa Bianca. Assorto profilo del Presidente Obama. “Uniti per abbattere tutti i Muri che dividono popoli e razze”. Sillabate dalla mano, forti e chiare parole che hanno scosso coscienze assopite sollevando un’ondata di consensi.  

 

Certi Muri sono mostri della civiltà moderna. Quello di Berlino era lungo 46 chilometri. Vent’anni fa eravamo tutti lì. Col corpo e col pensiero. Per buttarlo giù. L’East Side Gallery conserva frammenti di quel lungo tratto, con murales e graffiti. All'incrocio tra Friedrichstraße e Zimmerstraße, il Checkpoint Charlie.

 

Una cabina di controllo, l’immagine del soldato russo di Frank Thiel e sacchi di sabbia.

Nell’Haus am Checkpoint Charlie c’è la storia del Muro. Foto, testimonianze e documenti d’ingenuità e coraggio di chi morì nel fuggire all'Ovest. Memoria della Berlino offesa.

 

Holocaust Mahnmal,memoria della Berlino boia. Un labirinto a scacchiera. Alte e basse, 2.711 colonne in grigia grafite a simboleggiare un grano di campo al vento. Due anime della città ne tessono la trama morale e urbana. Tra i nodi, la vergogna del regime nazista.

Berlino ferita si cura col fermento artistico. Corre, corre. I berlinesi vivono le rovine della storia rielaborando il passato. Forse per questo di lei si dice: “Berlino, la città del futuro, una metropoli condannata a diventare e mai a essere”.

“Alexander Platz aufwiederseen/c'era la neve/faccio quattro passi a piedi/fino alla frontiera". Una fredda notte dell’87. A Berlino Est cadeva la pioggia sulla piazza deserta. Quattro passi a piedi tra le pozzanghere fino alla Porta di Brandeburgo. Murata. In mente i versi di Battiato. Il cuore stretto nel silenzio di quel confine.

 

Da Alexander Plaz parte la lunga fuga di viali della città. Unter den Linden, passeggiata “sotto i tigli”, Strasse des 17 Juni nel cuore del Tiergarten, Bismarkstraße fino a Sophie-Charlotte Platz che si apre sui fasti dell’Ottocento prussiano di Federico II.

 

Una domenica mattina del 2009. In bicicletta verso il Mercato delle Pulci, in cerca di un libro antico, sotto un caldo sole di giugno, strano per questa città. Salvifico per i giovani del weekend night-culture che arrivano da tutta Europa. Insonni e tenaci raver-globetrotter di afterhouse, musica techno e records store.

 

E tu canti Battiato col cuore in libertà pedalando sul tratto che unisce due città. Una sosta sotto la Siegessäule, con l’angelo dorato della Vittoria. Solo per prender fiato prima di entrare nei meandri del Tiergarten. Cuore verde di Berlino.

Chi fa jogging, chi porta a spasso il cane. Chi legge sulle rive dello Sprea all’ombra dei platani, chi affitta sdraio e si gode il sole con la Weisse, bionda e amara. Chi segue profumo di kebab fino alGörlitzer Park di Kreuzberg. Culla del punk rock e della comunità turca.

Sole che illude. Vivace aggressività della pioggia estiva. Trovi riparo nell’antico quartiere di Nikolaiviertel, con le strade lastricate di pavè e l’aria medievale. Dai un’occhiata sul mondo che passa, dalle kaffeklatsch. Immagini, pensieri, idee. Multiforme creatività berlinese.

 

Dolci e vodka nei “Hackesche Höfe”, in Spandauer Vorstadt, antico quartiere ebraico. Intricata serie di cortili nascosti, con le facciate in ceramica. Smalti, decori geometrici, vivaci colori. Collegati uno all’altro, celano gallerie d’arte, negozi di designer emergenti e cafè alternativi.

 

Ku’damm, raffinata via di stilisti affermati e shopping center. Al centro, Breitscheidplatz con “il dente rotto” e “il rossetto per labbra”. Irriverenti, i berlinesi affibbiano nomignoli ai simboli della città. La Kaiser Wilhelm Gedachtnis-Kirche dal campanile sbrecciato e la moderna torre.

Berlino è ricordo in movimento. Cantieri e ponteggi sull’Isola dei Musei col Duomo, l’Altes e il Pergamon. Arduo progetto di un tunnel sotterraneo. Anche la più bella della città, Nefertiti, si sposta da un luogo all’altro. Difficile ammirarne il volto.

Si dice che in Potsdamer Platz, Berlino sia risorta dalle proprie ceneri. Mitica piazza dei ruggenti anni Venti. Cumulo di macerie nel ’45, quando il cielo esplose sulla città. Da terra di nessuno a manifesto d’avanguardia dove tutto è possibile.

 

Te ne accorgi emergendo dalla U-bahn sotterranea. Vetro e acciaio galleggiano nell’aria. Tesa nel vuoto come un telone, la cupola del Sony Center. Caldi colori del cotto senese nel Debis-Haus. Jahn, Piano, Chipperfiel, Isozaki. Il “ghota” degli architetti è passato di qui.

 

Giochi in bianco e nero. Sonorità ed effetti speciali. Passerelle e scale. Incredibile viaggio nel Filmmuseum con gli espressionisti tedeschi alla scoperta dei primi classici. In sottofondo, lei e la sua voce fredda e suadente. Prigioniera dei suoi film, Marlene Dietrich.

 

Va in scena Berlino. Metropoli e Bohème gomito a gomito. Impiegati e artisti, studenti e fiorai, progressisti e conservatori. Quartieri dèco e grattacieli. Presente e passato. Uno di fronte all’altro. Uno dentro l’altro.

 

 

 



                                           photogallery

                               BERLINO CITTA' D'AUTORE

                                       di Marta Forzan



                                      

 

                                         

 

 

 

PORTOGALLO

 PORTOGALLO

 

Coimbra. Toghe e Fado

di Marta Forzan

 

Tra Lisbona e Oporto, un luogo che sa di Toscana. Sul rio Mondego scorron glorie del passato. Dai vicoli stretti della Velha Universidade sprizza l’energia del presente. Dalle locande della “città sapiente” profumo di Bacalhau e languide note del fado.

 

 

Un placido idillio nasce fra te e la città sapiente mentre arranchi sulla Couraça de Lisboa. Rotolano illusioni perdute di baccellierati e lauree giù per questa ripida via. Come rimbalzarono le note di un Fado pregno di speranze politiche tradotte in parole e musica.

 

Lo sguardo scivola tra le basse finestre aperte. Una giovane sgonnella su e giù davanti allo specchio. Ha i capelli lisci, neri, raccolti in una treccia chiusa da un fiocco nero. Ciglia scure e setose, pelle ambrata e luminosa. Mani nervose battono il tempo.

 

Una voce maschile intona le note del Fado.

 

E’ l’Associação Académica del Fado. Qui si formano gli artisti che fanno parte della Velha Universidade. Il Fado di Coimbra integra il folklore rurale alla poesia.Destino, nostalgia, distacco, dolore e dramma.

 

Protagonisti sono giovani studenti e professori che indossano una mantella nera simbolo dell’antico Ateneo.

Le sei del pomeriggio, e la scalata alla cultura continua fino alla Porta Ferrea dell’Università medievale, mentre dalla torre barocca dell’orologio teneramente chiamata A Cabra, belano i rintocchi delle campane che annunciano le “horas tristes”, quelle dello studio, delle biblioteche, delle stanze chiuse al crepuscolo. E’ così da secoli.

E da secoli si fa il contrario.

 

Il Pátio das Escolas brulica di ragazzi con la scienza sotto braccio. Sulle tegole dei tetti si spaccano le ultime lame di sole. Geometrie d’ocra, rosso, oro a spezzare il blu cobalto del cielo. Lo stesso teorema di colori del Chiostro das Aulas Gerais e della biblioteca Joanina dove trionfa il barocco di legni dorati, lacche cinesi, tavoli d’ebano, legno di rosa e palissandro. Sacro tempio con trecentomila volumi antichi.

 

Sui volti l’esito d’un esame rubato, le lacrime d’un amor finito, il piglio d’un paese lontano. Il lampo d’un ricordo. Esci da quel luogo arcaico d’uomini illustri, di cultura e di scienza. Gioiello d’una città che sa di Toscana coi deliziosi scorci, stradine sinuose lastricate di ciottoli, antichi archi dal gusto medievale.

 

Dall'Arco de Almedina dominato dalla Torre do Anto, uno sguardo sulla città dolcemente protesa su un paesaggio ondulato. Acciambellata sul fiume Mondego "rios dos poetas" (fiume dei poeti), come una gatta chioccia che abbraccia le sue gemme. Piazzette curate a misura d’uomo, vicoli vivi, crocevia di scalinate, suggestioni d’angoli e d’atmosfera.

 

Coimbra vive e canta la notte. S’allestiscono liberi spettacoli sul naturale scenario teatrale di fronte alla Sé Nova o alla Cattedrale Vecchia. Opere di cappa e spada, di Shakespeare o tragedie greche. Tutto improvvisato, passionale. Artistico come l’anima di questa città.

 

Sotto improvvisi scrosci d’acqua la gente si disperde verso Largo di Portagem, accanto al Ponte di Santa Clara. Trova riparo nei cafè, locande e negozi sempre aperti lungo la zona pedonale di Praça do Comercio, sede dell'antico mercato.



Nei pressi del monastero di Santa Cruz ti fermi per gustare il Frango Churrasco, pollo alla griglia, il Leitao o il Bacalhau a Braz. Attorniati da bellezze artistiche, da botteghe d’artigianato tra una sosta e l’altra nelle “pastelarias”.

 

Torni in strada, sui ciottoli lisci e bagnati. Lo spettacolo continua nella riva opposta del Mondego, di fronte al Convento di Santa Clara-a-Nova. Va in scena la Rainha Santa in omaggio alla regina Santa Isabella e al suo “Miracolo delle Rose”. Generosa donna che celava santità nel cuore e portava pane ai poveri, nascosto sotto la veste.

 

Erano i primi del Trecento. Un giorno il re suo sposo Dionigi, Dom Dimìs per i sudditi, la sorprese e le chiese cosa portasse sotto il vestito. Solo fiori, rispose e il pane si trasformò in rose. Isabella morì nel 1336 e il suo corpo sepolto nel monastero di Coimbra dove, riesumato nel 1612, venne trovato intatto. A Roma, nel 1625, papa Urbano VIII ne celebrò la canonizzazione.

 

Lungo le vie, gli “azulejos” lacriman di pioggia. Decorano piazze, chiese, palazzi e sontuosi giardini come il Parco di Santa Cruz. Un’arte smaltata d’un blu dipinto di storie blu. Decori tra sacro e profano importati dagli arabi nel XIV secolo che rallegrano la vista. Azzurre piastrelle in maiolica raccontano miracoli, fatti d’arme, gioie e dolori. Saudade.



Ore e ore in queste strade a sbirciare dalle finestre, a carpire segreti e misteri di nomi sulle targhe delle porte antiche, memorie di chi c'è nato o morto. Fin sulle scalinate della Sé Velha dove senti il pulsare delle pietre. Si ride e si piange. Si canta il Fado. Il cielo s’è riempito di stelle, le strade di luci e fiaccole. Mantelle nere guizzan tra vicoli, sfiorano angoli. Ti balzano accanto. Labbra dischiuse in un sorriso di vita, di voci suadenti e inquiete.

 

E’ tutto un pizzicar ritmato di chitarre tra note arabeggianti e brasiliane che ti fan sentire odore di mare e di vicoli umidi. Vedi gesti di speranza e dignità. Incantesimi che trasforman lampi di notte in chiari d’alba."Amor di studente non dura più di un'ora. Cosa puoi desiderare di più delle tue belle donne, del tuo fado, della tua terra”.

 

 

Tag   Portogallo Coimbra Fado Rehina Isabel Rio Mondego Sé Velha

 

Copertina art.                 Portogallo Coimbra © Marta Forzan

 

 

 

 

 

 

              Braga. Tentazioni barocche

 

                                di Marta Forzan

 

 

 

Edifici e chiese della città più religiosa del Portogallo. Modernismo e tradizione. Anche se il tempo della preghiera non è più di moda, resta la processione dei fedeli scalzi e incappucciati di nero durante la Settimana Santa.

 

 

 

Vela d’organza nel letto a baldacchino. Estro e armonia della Quinta di Paso. Pernottare in una Pousada portoghese sorprende e stupisce. Fragranze di mondi lontani, di legno, broccati, soffitti a cassettone. Lavanda e mughetto di candide lenzuola.

 

Distesa nel veliero osservi mobili antichi e raffinati, un dettaglio, un “trompe-l’oeil” estraneo all’insieme eppure straordinariamente assimilato. Eleganza priva d’ostentazione.

 

Un’arte magica d’offrire alloggio nelle antiche residenze modellate per sorprendere l’ospite.

 

Braga, così vicina e così lontana dall’Atlantico non è bagnata neanche da un fiume. Anzi sembra voltargli le spalle e niente fa pensare che dista a soli quarantun chilometri in linea d’area dal mare. L’Antica Bracara Augusta fondata dai romani vive di ricordi del passato splendore religioso. Ma non solo.

 

Dalla finestra moresca, un raggio di sole trafigge le listarelle del pavimento in legno di madera mentre aroma di caffè, “Fios de ovos e arroz Doce” catturano olfatto e gusto dal vassoio d’argento sul bel tavolino lusitano. Fuori, in Praça da Repubblica è già tutto un viavai di “raparigas”, le ragazze “belle e languide” di Braga.

 

“C’è in loro, nella fisionomia, nel portamento e nel modo di muoversi, qualcosa d’orientale”, scriveva Miguel de Unamuno, lo scrittore spagnolo che nel 1908 si fermò da queste parti, annotando anche quanto la città, di notte, lo privasse di quell’ancheggiare sinuoso, di chiacchiere e di un bicchiere di Porto per la chiusura delle mescite. Altri tempi.

 

Un muro d’acqua s’innalza dalla fontana della piazza coprendo come un velo di sposa lo stile rococò dei palazzi coi balconi intarsiati, coperti di azulejos e ornati di pregevoli sculture lignee e lamine d’oro, tipica tecnica portoghese della “talha dourada”.

 

Aggredisce il barocco nella Casa do Raio, gioiello settecentesco lusitano. Due piani con una balaustra di granito decorata con vasi. Ferro forgiato dei balconi e sculture sul portale. Il palazzotto sembra compiacersi tra giochi di curve e l’azulejo geometrico che non pare asservirsi ai ritagli delle pietre.

 

Braga la conservatrice, la pia, la fanatica città religiosa.La più santa del Portogallo prolifera di chiese, santuari e conventi. All’interno della Cattedrale l’occhio rischia di non captare l’essenziale. Vaga abbagliato dal superfluo. Nacque per competere con l’Obradoiro di Santiago de Compostela.

 

La ricchezza accumulata nei secoli ha il difetto d’esser eccessiva. Dal romanico al barocco, passando per il gotico e il manuelino. Cinque navate, profusione di spazi e confusione di stili che dominano dalle volte. Schizzano drappeggi e decorazioni scintillanti d’oro.

 

Girovagando tra viuzze e piazze, tra le chiese barocche di São Marcos e Santa Cruz, tra quelle dove domina l’azulejo, São Joao e la Igreja do Popolo, tra fontane romane e rococò, si scoprono scenari di vita quotidiana. Le boutique alla moda offuscano i polverosi, solenni e vecchi negozi di oggetti religiosi.

 

Al Santuario do Bom Jesus do Monte si va per devozione e per piacere. Sacro e profano. Importante luogo di pellegrinaggio sulla collina a sei chilometri dal centro. La scalinata monumentale barocca in granito a doppia rampa incrociata è una peculiarità architettonica portoghese.

 

Durante la Settimana Santan i pellegrini salgono fino in cima sulle ginocchia tra salmodiare di preghiere e chiacchiericcio di chi sosta nel parco di querce e piante esotiche. Una bellezza plastica e geometrica sull’ampio panorama cosparso di grotte, cappelle, panchine, pianerottoli, giardini e figure allegoriche di pietra.

 

A Braga si respira un’aria particolare. Città sdoppiata tra passato e presente, tradizione e modernismo. Giovani e anziani. Viva di giorno e di notte. La sua fama di vita notturna e i parchi ideali per gite e incontri romantici, è arrivata fino a Porto e Lisbona.

 

Il sabato sera, i tavolini che invadono i marciapiedi del largo viale da Libertade sono affollati di ragazzi e famiglie. “Bisogna andare a Braga” incalzava Miguel de Unamuno, “è un dovere per chi viaggia in Portogallo”. Ed era solo nei primi del Novecento.

 

La notte s’è fatta ardita nel Duemila. Ore ed ore a visitar chiese e conventi, cappelle e parchi, osterie e locande. Il cielo è gonfio di pioggia, lampi e tuoni. Le prime gocce e poi il temporale.
Non resta che tornare nelle tranquille acque del veliero per acuire ed esaltare ogni emozione.

 

 

 

Tag Portogallo Braga Bom Jesus do Monte Pousadas

 

 

 

 

 

Coimbra Sapiente

di Marta Forzan

 

Si ride, si balla, si canta. La città colta del Portogallo si scopre, acciambellata al rio Mondego, “rios dos poetas”. In alto svetta la Velha Universidadetra un crocevia di scale e vicoli. Scenario teatrale di piazze e cortili. Opere di cappa e spada, e il pizzicar sulle corde le note del fado. Destino, nostalgia, lontananza struggente. Azulejos di cielo, mare e terre lontane. Allegria degli occhi.

 

 

Copertina Gallery           Portogallo Coimbra Parco Santa Cruz © Tonj Lardani

                                           Portogallo Coimbra Cattedrale La Sé © Tonj Lardani

 

 

1)     Portogallo. Coimbra Piazza degli studenti © Tonj Lardani

2)    Portogallo. Coimbra La Sé Cattedrale © Tonj Lardani

3)    Portogallo. Coimbra Velha Universidade © Tonj Lardani

4)    Portogallo. Coimbra Piazzale © Tonj Lardani

5)    Portogallo. Coimbra Pinnacoli di tetti © Tonj Lardani

6)    Portogallo. Coimbra Tetti tipici della città © Tonj Lardani

7)    Portogallo. Coimbra La Porta Ferrea © Tonj Lardani

8)   Portogallo.Coimbra Torre “La Capra” © Tonj Lardani

9)    Portogallo. Coimbra Biblioteca Joanina © Tonj Lardani

10)Portogallo. Coimbra Azulejos © Tonj Lardani

11) Portogallo. Coimbra Azulejos © Tonj Lardani

12)Portogallo. Coimbra Azulejos © Tonj Lardani

                                              

                                        

 

PORTOGALLO

PORTOGALO RIA DE AVEIROS
PORTOGALLO-RIA DE AVEIRO

 

 

                     RIA DE AVEIRO. PITTORESCHE GEOMETRIE

                              

                                                 

 

Insolito Portogallo nella provincia costiera Beira Litoral. Spiagge, dune e lagune tagliate da boschi e montagne. Tavolozza di colori sui “moliceiros” con la prua al vento. Arcobaleni dipinti sulle case dei
pescatori.

 

Sembrano stiracchiarsi al sole, fiumi e ruscelli. Acque limpide scendono dalle serras da Freita e do Caramulo per scivolare lungo villaggi dalle case in pietra, granito e scisto colorato. Attraversano valli, colline e vanno verso l’oceano. Sulle spiagge ansiose di bagni.

 

E’ il regno del Rio Vouga col suo popolino di fiumi, nel Beira Litoral. Là, dove le acque gemono e spasimano, poi si fanno quiete. Il mare spossato si solleva appena e penetra nella terra formando la laguna di Aveiro,a metà strada tra Coimbra e Oporto.

 

Quaranta chilometri di costa e venti all’interno. Ventaglio d’una mano liquida che circonda isole, penisole, istmi e si colora di tutte le sfumature che possono avere il fiume e il mare per foggiare un lago immobile.

 

Volano bassi i gabbiani. All’orizzonte la linea azzurra dell’Oceano, poi la striscia di sabbia che luccica al sole e il turchese del Rio Vouga che allarga i suoi tentacoli sulle rive coperte di ciuffi verdi fin sulle cime delle montagne tappezzate di pini.

 

Silenzioso respiro della “Ria”, ardito acquarello di mille colori. Il bianco del sale ammucchiato in coni sull’orlo delle saline. Geometrie d’ambra che s’illuminano al calar del sole. Il rosso dei fiori sugli antichi balconi lungo i moli. Sfumature di grigio nelle prime ore del mattino quando la nebbia dirada lasciando spazio al blu dell’Oceano.

 

Un corpo vivo che unisce la terra al mare. Aveiro nel X° secolo era un minuscolo borgo di pescatori dominio della contessa Mumadona Dias e già allora viveva di pesca e sale, chiacchiere d’acqua e limacciosi
grovigli di alghe.

 

La prua ricurva e la poppa aguzza, il “moliceiro” scivola nella laguna. Il gigantesco rastrello si tuffa nell’acqua e il corpo si piega nello sforzo di sollevare le alghe strappate al fondo. La vela si gonfia per rientrare nei canali.

 

Ormeggiati uno accanto all’altro, i moliceiros vanitosi si specchiano nell’immenso specchio liquido. Altera e bizzarra eleganza delle gondole di Aveiro. Decorazioni di sapore popolare, colori vivi a prua e a poppa.

 

Donne e sirene dalle trecce nere, cavalli al pascolo, contadini e campi di grano s’increspano nell’acqua mossa dalla leggera brezza. Raccontano così la vita quotidiana, i pescatori di sargassi. Sulle barche dalle
punte estreme i disegni spaziano dal sacro al profano.

 

Gioia di pittori e fotografi anche i “palheiros”. Geniale pensiero che risale alla fine dell’Ottocento. Erano di moda i “bagni di mare” nella stagione estiva, e i pescatori iniziarono ad affittare ai villeggianti i loro capanni
per gli attrezzi da pesca.

 

L’idea fu quella di pitturare le tavole esterne a righe con colori forti alternati al bianco in modo da
ricordare la policromia sgargiante dei moliceiros. Pittoriche emozioni della Costa Nova. Giochi di contrasti cromatici. Rosso, blu, giallo, verde.

 

Tutti a strisce e pizzi alle finestre. Sul lungomare allineati in bella mostra i “palheiros” si mostrano
allegri, sfoggiano pinnacoli arabescati e tintinnanti, verande di cuori e fiori.
Audacia di colori. Quinte d’ingegno e di grandi effetti.

 

Dietro, a perdita d’occhio si stende la spiaggia. Il vento feroce spazza il litorale atlantico. L’oceano è
azzurro scintillante imbiancato da perle di onde che si accavallano allungandosi sulla sabbia dorata.

 

Una barca avanza sul cavallone verso la riva, un ultimo sforzo di remi e il pesce scintilla alla luna. Le
coppie di buoi coi gioghi decorati affondano gli zoccoli nella rena mentre i pescatori rifanno le reti.

 

Vicino alla spiaggia s’accende il Faro di Aveiro, vecchio di un secolo e che, con i suoi 62 metri di altezza, è il terzo al mondo. Domani, nelle prime ore del mattino, ci sarà la vendita all’asta del “pescado”notturno al Mercado do Peixe, sul canale che divide in due la città.

 

Ancora colori sulle piastrelle di maiolica. Lungo le vie, sulle facciate delle case ottocentesche esposte sui canali. Azzurro, bianco, giallo e verde degli azulejos fioriscono su palazzi, fabbriche, chiese
e stazioni ferroviarie.

 

Bellezza e storia accumulata sulle pareti del Museo di Aveiro, nel chiostro del convento con le panchine rivestite di azulejos, dove le monache si perdevano in segreti e preghiere. Panorami e scene sacre nella
cappella del Senior das Barrocas, esplosioni di oro nella Chiesa della Misericordia.

 

Unico e infinito l’ocra delle dune della riserva naturale di São Jacinto sotto il blu intenso del cielo portoghese che incanta e rapisce. Nuvole libere e bianche come aquiloni portati dal vento allungano d’ombra pieghe di sabbia.




Tag Europa, Portogallo, Aveiro, Costa de Prata, Rio Vouga, Moliceiros

 

Portogallo, Alentejo Monsaraz©Marta Forzan

 

                                                                  PORTOGALLO

                                    MONSARAZ, LA QUIETE DEL TEMPO



             

                                                          di Marta Forzan

 

 

In Portogallo, nell’Alentejo baciato dal sole c’è un paese da favola di mille anime. Un gioiello protetto dall’Unesco. A due passi dal confine spagnolo. Sull’alto Rio Guadiana, il silenzio di un borgo fuori dal tempo.

 

“As palavras são como as cerejsa”, una tira l’altra. Parole, baci, strette di mano. Saluti dalla finestra e sull’uscio di casa. “Boa viagem”. E’ tempo di partire da Evora, luminosa capitale dell’Alto Alentejo. Regione tra le più belle e autentiche del Portogallo.

 

E’ una giornata arsa dal sole. Sfila l’alchimia dei colori, seducenti regali della natura. L'ocra del sughero, l’oro delle stoppie, il verde delle querce. La luce è accecante sulle strade deserte tra sterminati campi di grano. A perdita d’occhio macchie di uliveti centenari.

 

Non c’è alito di vento sulla via di Reguengos de Monsaraz. Con morbidezza, senza un distacco repentino, entri nel silenzio d’una campagna dagli echi lontani. Luoghi selvaggi e solitari. Originaria bellezza dell’Alentejo.

 

Rassicurante terra, armoniosa nella sua nudità. Baciata dal sole e trascurata dalla pioggia. Immobile e forte pianura che dona al mondo vino “tinto”e turaccioli. Regione al di là del Tejo spazzata da un vento gelido d’inverno, soffocata dal caldo torrido d’estate.

 

L’aria si fa più sottile, gli spazi più ampi, le quintas più isolate, la solitudine più assoluta. Ecco il rio Guadiana, frontiera liquida tra lusitani e castigliani. Confine naturale e teatro di innumerevoli battaglie.

 

Sulle sue rive, il fiume conserva castelli e mura fortificate, memorie del tempo alentejano. Culture di frontiera sottomesse al sole. Moura, Serpa, Mértola, Barrancos e Noudar . Profonde radici arabe e romane, rocche costruite a eterna difesa dall’antico nemico.

 

La strada s’avvicina al fiume, lo affianca per chilometri. Ne segue le curve e lo sfolgorio della corrente accesa dal sole. Poi lo lascia e s’arrampica sulla collina. Dal nulla, oltre un tornante, prendono forma scenari fuori dal tempo.

 

In groppa all’asino, un’anziana donna vestita di nero e cappellaccio di paglia, trascina un carretto. Contadini con forconi in spalla tornano dai campi di terra rossa. Liberi Lusitani al pascolo. Sullo sfondo le mura scure di Monsaraz e il bianco dell’antica chiesa.

 

A un tiro di schioppo dal confine spagnolo, isolato e perfetto sul colle che domina la pianura ondulata, il borgo fortificato si presta al tramonto. Una luce morbida carezza il paesaggio che sembra immune al trascorrere degli anni.

 

Monsaraz si apre con due porte in granito, unici accessi ricavati tra le mura. Sulla rue Direita rivestita in scisto, si affacciano balconi in ferro battuto tra due ali di bianchissime case rifinite a calce, dai cui terrazzi esplode il fucsia delle ortensie. Finestre e porte bordate di giallo e blu, celano la vita interiore di focolari antichi. Profumo di churrasco.

 

C’è tranquillità tra il saliscendi delle viuzze. C’è simpatia sul volto sorridente dei vecchietti seduti sulle panchine. C’è quiete nei gesti d’una donna mentre fila la lana. Ogni angolo è un fresco “azulejo”. T’invade un senso di pace mentre passeggi fino alla Igreja Matriz.

 

Il portone della chiesa è aperto da un’anziana col scialle di pizzo nero. La chiave legata ad una corda in vita, scivola sulla lunga veste nera. L’interno è sorprendente. Tre navate uguali divise da grandi colonne simili ad enormi tamburi di pietra.

 

Nascosta dall’oscurità, la tomba di Gomez Martins, alfiere della regina Dona Beatriz, moglie di Dom Alfonso III. Trecentesco gioiello, quasi sconosciuto, che presenta scene di caccia al falcone. Fuori, sulla bianca piazza, svetta un’enigmatica gogna del Settecento che sorregge il globo dell’universo.

 

Sarcastico inno alla giustizia, tanto cara a questo paese sin dai tempi antichi, nell’Antigos Paços da Audiência.All’interno del palazzo un affresco quattrocentesco rappresenta “il giudice integro e il giudice venale”. Quasi un graffito ancora nitido, dagli ampi colori, seppur non risparmiato dall’incuria.

 

Come tutti i borghi medievali anche Monsaraz ha il suo castello e la torre di guardia. Sentinella di confine, testimone di scaramucce ispano-lusitane. La vista si perde nella pianura dorata. Sotto si spiegano geometrie di cotto. Illusioni di giochi e ombre dei tetti marroni sul candore delle facciate. E su tutto, la luce. Forte e accecante.

 

Camicia bianca e gilet nero. Basco in testa. Inconsapevole eleganza che solo i vecchi di campagna sanno avere. Nodose vene sulle mani come quelle dei centenari ulivi, e sul volto le aride pieghe delle zolle. Schegge di vita, gioie e sofferenze. Lavoro, campi e rivolta. Racconti dell’Alentejo, ardenti parole di una terra di confine.


Dalla torre de Menagem il panorama è straordinario al calar del sole, quando il cielo diventa color cobalto. Il battito d’ali d’un falco pellegrino, il vento inebriante che viene dal nord. Poi un infilar di stelle, e ti avvolge una melodia, un dolce influsso interiore tra malinconia e gioia.

 

“Le parole sono come le ciliegie, l’una tira l’altra” recita un adagio portoghese. Ma di fronte al “miradouro” di Monsaraz sulla spianata dell’Alentejo, le parole vengono a mancare. Solo la luna può dar voce ai ricordi.      

 

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Foto copertina Alentejo (Portogallo) Monsaraz © Marta Forzan