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             Trinidad De Cuba di Marta Forzan


Ci sono storie d'ogni genere. Quelle prese dalla realtà e quelle lavorate dall'ispirazione. Altre nascono da un istante d'emozione e diventano realtà nell'essere narrate. Trinidad de Cuba è quell'istante. Un idillio di tenerezza e suggestione tra montagna e mare.

La vecchia Dodge56 sbuffa fumo nero e arranca brontolando nella Sierra del Escambray. La strada asfaltata attraversa campi coltivati e piantagioni di canna da zucchero. Segue il disegno sinuoso che procede lento. Senza fretta, lo sguardo coglie spazi di foresta e piccoli villaggi. Leggero fragore di battaglia d'una cascata che disseta con la sua limpida frescura.

Dopo un susseguirsi di curve sbuca dall'alto sulla piana di Trinidad, con le bianche spiagge caraibiche della penìnsula de Ancòn a far da quinta. Giù, il blu-argento e l'oro increspato del mare. Orizzonte di rame mosso dal vento.

Trinidad sboccia come un fiore. Un labirinto di tegole d'argilla rossa a coronare lo stretto reticolo di vie. Le strade selciate con pietre di fiume scendono verso la costa. Mirabile soluzione che unisce mare, fiume e città. Spazi di luce nelle piazzette fiorite, nei patios delle case coloniali. Ringhiere, cancelli, affreschi, sedie e portoni. Incomparabile dipinto nayf.

Bella, schiva, segreta. Quasi appartata dai clamori rivoluzionari e quasi incurante dei cambiamenti. C'è un'atmosfera paesana, rilassante, crepuscolare. Il concetto di città a misura d'uomo, teorizzato e inseguito per anni dall'Occidente, qui è realtà rimasta intatta nell'aspetto che aveva alla prima metà del Settecento.

Giocatori di scacchi e domino seduti intorno al tavolo con qualche sfaccendato intendo ad animarli. Personaggi scappati da qualche romanzo, addolciti da un ventaglio di rughe allegre e inebriati da un sigaro da un peso, lungo 14 centimetri.

Il ticchettio di un cavallo sulle pietre come piccoli rintocchi di campane. Discreti sguardi degli artigiani. Mani forti e svelte danno vita a legno e ferro, sulla via riparati da chiazze d'ombra concesse dal sole. Un'anziana donna torna dal mercato con l'ombrello aperto per ripararsi dai raggi inclementi.

Porte e finestre sempre schiuse. E quell'antica abitudine di sedersi sull'uscio e sul marciapiedi dove si mettono sedie e poltrone per conversare, cantar di leggende di schiavi, di bandoleros romantici, di corsari e di tesori nascosti tra le mura delle vecchie case. Nei sottotetti di legno affrescati con fiori e nastri.

"Alegrìa de Vivir" di un'orchestrina in calle Amargura, tra San Josè e Boca, interpreti della canzone trovadorica. Fusione di due culture, europea e africana. Claves, tres, timbales, congas, bongo, chitarre e basso. Strumenti a corda retaggio dei coloni spagnoli e percussioni portate dagli schiavi africani.

Si muovono lenti gli abitanti di Trinidad. Sulla spiaggia tra il viavai di cangrejos e il volteggiar di gabbiani. Lungo Calle Rosario che sale verso Plaza Mayor, una sosta alla taverna per una birra chiara Mayabe o una caña, bicchiere di rum bianco. Un'altra per il Tabaco, il sigaro o le Popular, superfinos negros. In mano il Tamal, mais e riso avvolto in foglie bollite. Guano in spalla, inseparabile sacca sempre pronta ad accoglier di tutto.

Magica città che rapisce e non lascia il tempo di ammirare un angolo, il particolare di una via, la facciata di una casa, la sagoma di un portone, che già se ne scoprono altri. Dettagli che si materializzano come profili di ricchezza sospesa in un altro tempo.

Un cesto di manghi, un casco di minuscole banane e piccoli frutti verdi ben disposti sul vassoio nella veranda del professor Amalìa, amabile uomo d'arte e di penna. Fresca casa che odora di manoscritti e fiori. La bianca tenda mossa dalla brezza caraibica scopre il patio. Verde, antico gioiello che genera luce, aria, colore e suono.

Tra un fiorir di palme e vasi appesi alle colonne, Sinsontes e Negritos si sfidano in acuti cinguettii. Lirici canti, una sorta di gara per deliziare il cuore. Rassicuranti come questa casa dove tra scrittoi e sofà annaspa un ragno sotto lo sguardo amletico d'un micio.

Sigaro, mojito e storia. Amelìa racconta che fino al 1920 Trinidad era collegata al resto dell'isola da poche piste per muli e per cavalli, e dalle navi che attraccavano al porto di Ciénfuegos. Isolamento che ha protetto la straordinaria architettura coloniale della città, dichiarata nel 1988 dall'UNESCO "Patrimonio Culturale dell'Umanità".

Ha l'antica calma dei saggi. Di chi con amore e ingegno conclusivo ha contribuito a preservare il centro storico. Il Palazzo Brunet, settecentesca dimora di Nicolas de la Cruz y Brunet. Stanze arredate con preziosi mobili, dipinti, porcellane, argenti. Tutto registrato.

La cattedrale Mayor Santìssima, la Ermita de Santa Ana, il Convento di San Francisco de Asís e la Ermita de la Candelaria de la Popa del Barco. I Patios adorni di fiori e piante tropicali, le abitazioni patrizie con verande andaluse che circondano Plaza Mayor bianca, pulita con pinnacoli di palme. Un "Museo Romantico" di per sé.

E' tempo d'andare dopo una cena baciata da un rosa tramonto e conclusa col raro Anjeco (vecchio di 7 anni). Añita, quieta compagna dalla galeonesca figura rassetta e con strascicar di piedi lucida il pavimento mentre raccoglie il Granma scivolato a terra. Il professor Amalìa s'è assopito con accenni di mare e di sierra sfumati in gola.

Basta seguire il suono dei timbales verso la Casa de la Trova, salire i gradoni vicino alla parrocchiale e già la notte s'accende di canti. Si fa musica all'aperto, tutti seduti sulla scalinata, mezzo cocco pieno di Canchanchara (rum, miele, succo di lime) e il ritmo che entra nelle vene. Le ragazze ballano scalze in un vortice di gonne bianche. Laggiù nella sua casa, certo Amalìa ascolta sornione. Ricorda l'ebbrezza dei sensi e forse riaccende il sigaro.

 

 

AMAZZONIA-BRASILE

Carlo Zacquini, Zeljko, Fabio Rodriguez Pozzedon, Marta Forzan

 

 

 

 

Viaggio tra gli Yanomami

di Marta Forzan

 

Una striscia di terra rossa, la Panamericana punta dritta a Nord. Nel folto della foresta i bambini giocano, le donne preparano la manioca, gli uomini cacciano. I più fuggono. Agonia di un popolo antico. I pochi rimasti si rifugiano nei tre segreti della loro cultura vestendo d’aria, di orgoglio e dignità mentre il governo brasiliano cerca soluzioni sull’eco delle urla del mondo.

 

Vivevano in una terra prodiga di frutti, fiori e animali: una sorta di paradiso preservato.

Venne un giorno funesto e tutto cambiò. Le terre furono tagliate in due da una cicatrice che segna irrimediabilmente la foresta amazzonica: la Panamericana BR 174 che da Manaus porta in Venezuela.

 

Nello stato di Amazonas (Brasile) sopravvivono circa 3000 indios Yanomami o Yanoama dei 10.000 sparsi tra il territorio brasiliano e quello venezuelano dell’Alto Orinoco. Altre comunità minori come i Waimiri-Atroari e gli Arekuna occupano le terre che per costituzione sarebbero di loro proprietà.

 

E’ ormai mezzanotte quando l’Onibus Andorinha diretto a Boa Vista (confine venezuelano) si ferma nel distretto di Alalau, in territorio indio. Viaggiamo da almeno dieci ore attraverso la foresta.

 

Il chiarore della luna illumina a tratti gli acquitrini dai quali spuntano arbusti e felci acquatiche: sono le foreste sommerse o igapò. L’invisibilità che pulsa all’interno della foresta è impressionante. Qui ci accampiamo. Ho in tasca un lasciapassare della Fondazione Nazionale degli Indios e una lettera dell’ambasciata italiana di Brasilia.

 

Il mattino ci coglie prestissimo. Restiamo distesi sulle amache in ascolto della foresta sotto una pallida foschia d’altro mondo: scricchiolii di alberi marciti, pigolii di uccelli, grida di scimmie. Odore intenso di vita, mentre le cime degli alberi colorano l’aria di un verde incerto.

 

La terra è rossa. Fiuto l’alba cercando di riordinare le idee. Percepisco la presenza risoluta degli indios. Lungo la Panamericana ho osservato come la perfetta simbiosi tra natura e uomo è disturbata dal rumore assordante dei bulldozer che distruggono la foresta mentre cerca di rinascere lungo la via.

 

La fauna trova riparo in luoghi lontani e le terre, culla di divinità ed eroi, sono occupate dai fazendeiros che usano i molocas per allevare il bestiame, distruggendo i piccoli campi coltivati e sfruttando la manodopera degli indios senza pagare nessun contributo.

 

Così fanno i garimpeiros (cercatori d’oro), mercenari dell’industria pronti a razziare e uccidere, invadendo i fiumi e impedendo, così, agli indios di pescare. Danni irreparabili dell’invasione all’ecosistema della selva. E la cultura Yanomama muore. Una sorte decisa e annunciata come quella della foresta amazzonica.

 

Molti Yanomami si sono lasciati catturare dalle seduzioni dell’Occidente e, con un solo soffio di foresta nella memoria, vivono ai margini delle strade, distrutti dall’alcol, mendicando nei sobborghi di Manaus. Altri sono costretti tra le mura delle missioni. Altri sono stati sterminati. Pochi trovano rifugio all’interno della selva.

 

Allora si vestono d’aria, si adornano le orecchie di piume e fiori, si infilano bastoncini nelle guance e nel naso, si dipingono il corpo con il rosso dell’onoto, simbolo di gioia e di vitalità, si profumano con l’uruncu, vivono nel respiro rovente della natura e nella memoria conservano i segreti della loro cultura.

 

Lo Shabono o Iahì, il Culto dei Morti e le Visite. I tre grandi segreti degli Yanomami.

Qui, al confine tra Brasile e Venzuela, sono entrata nello SHABONO. Trenta giorni con gli Yanoama (come dicono loro), cogliendo aspetti della vita, osservandoli, prendendo appunti, giocando coi bambini. Conquistata dai sorrisi delle donne e dall’orgoglio degli uomini.

 

Fulcro della vita quotidiana, lo shabono è lo spazio dove nasce il villaggio: un’enorme capanna simile ad un cono tronco che ricorda la bocca di un vulcano. Ospita dai 30 ai 70 indios. Lo shabono non ha pareti, solo un tetto inclinato per fermare il vento e deviare la pioggia, sotto il quale sono appese le amache.

 

All’interno dello Shabono si compie il rito dell’iniziazione. “il gesto e la parola sono il pensiero dell’uomo”, e colui che fa e sa di più è il capo e lo shapore (sciamano). Eccelle nella mediazione tra mondo naturale e soprannaturale.

 

E’ lui che si incarica di inalare l’epena o yopo dell’acacia nelle narici dell’iniziato: un violento soffio lungo una canna di bambù della sostanza allucinogena che sconquassa il giovane maschio.

 

Sconvolto da tosse, muco e vomito, cade in trance mentre lo shamano gli conferisce il potere di vincere i venti e le acque, di cacciare gli animali selvatici imitandone i gesti e la voce. Sotto l’influsso dell’epena si invocano gli hecura, spiriti buoni delle tenebre dov’è la conoscenza, e nel mondo della luce dov’è la saggezza.

 

Protetti dalla cupola profonda della foresta, dove il “progresso” non ha ancora stuprato la natura, gli indios corteggiano la loro esistenza coltivando antichi riti come quello dei “morti”.

 

Il rito funerario può apparire impressionante. Il corpo del defunto viene incenerito alla presenza di tutti. Le ossa vengono deposte in un recipiente (cabala), ridotte in polvere mescolate a pappa di banane.

 

I parenti più stretti bevono la pappa: così l’anima del morto trova pace e il corpo sepoltura. Chi beve questa pappa diventa “spirito Yanomama”. Gridando ad una sorta di endocannibalismo, il governo brasiliano ha fatto di tutto per cancellare questo rito affogandolo nel sangue e trovando un forte alibi per impossessarsi della foresta amazzonica.

 

Yanomami può tradursi con “gente che visita”. E’ il terzo segreto per capire questi indios.

Farsi visita è un vero rito. Attraverso questi scambi cortesi vengono stabilite relazioni, combinati matrimoni, stipulate alleanze. Ma soprattutto si scambiano regali.

 

Gli uomini si dipingono il corpo, preparano ornamenti di piume, si esercitano in prove di abilità. Le donne preparano focacce che serviranno durante il viaggio nella foresta. Ma tutto questo, oggi, nel 2001, è impossibile vederlo. Forse sono stata tra gli ultimi “occidentali” a viverlo.

 

I waiteri, guerrieri yanomami probabilmente non esistono più. Ma le visite o avvertimenti in caso di guerre tra i vari gruppi erano ciò che di più onesto è mai esistito tra avversari. Usavano avvisare il nemico prima dell’attacco e il nemico ringraziava per l’avvertimento.

 

Il villaggio non veniva mai attaccato, la battaglia si svolgeva sempre in territorio neutrale. Donne e bambini restavano in disparte e mai toccati. Le varie tribù erano spesso in guerra tra loro ma ciò significava alleanza e forza.

 

Era un popolo guerriero. Oggi gli Yanomami devono affrontare una lotta più dura e umiliante: quella per la sopravvivenza. I bianchi portano malattie, l’alcol annebbia la memoria e uccide l’orgoglio. Intanto il governo espropria le terre con leggi fantasma.

 

Ecocidio e genocidio. Mentre collezioniamo record industriali perdiamo un quinto delle foreste tropicali e decine di migliaia di indios. La loro è una guerra silenziosa, una lotta impari.

Per il mondo è un’ennesima vergogna.

 

 

 

Tag: Brasile, Amazzonia, Yanomami, Panamericana, garimpeiros.



 

 

 

 

Panama, Golfo del Darien. Isola di Mulatupo Donne Cuna © Marta Forzan

 

Panama. I Cuna delle San Blas (1)

di Marta Forzan

 

380 isole coralline difese da indios precolombiani. Piccola statura, zigomi pronunciati e naso sottile, i Cuna hanno ottenuto un governo indipendente da Panama. Riservati e non inclini alle “visite”, si tramandano con i canti l’antica cultura.

 

Tra la regione colombiana del CHOCO’ e quella panamense del DARIEN GAP, i collegamenti terrestri sono impossibili. Giungla e paludi, guerriglieri e paramilitari, narcotrafficanti e banditi impediscono il passaggio della frontiera.

 

Non resta che il mare. A Turbo, porto della Colombia, cerco una madera per raggiungere Puerto Obaldia, Panama. Intrigante, sporco, maleodorante, malfamato. Cammino tra carcasse di barche, ferraglia e cani randagi. Chiedo, contratto. Volti inaffidabili e ambigui: “Mulatupo? Impossibile, sono Cuna ostili. Magari in altre isole. Lì no”.

 

Insisto. Trovo un giovane dal viso corroso dal sole e una vecchia lancia dal carico sospetto.

Appuntamento alle prime luci del giorno. Il mare è scuro e minaccioso come il volto del ragazzo. Quattro ore tagliando le onde e l’arrivo a Puerto Obaldia. Abbiamo superato la frontiera tra Colombia e Panama.

 

Lui non scende. A me spettano controlli migratori, un”vaccino” nel braccio e la stessa risposta: “Mulatupo no”. Allora perché il vaccino. Lo prendo come un si. La polizia mi ha avvertita; “ha fatto il proprio dovere!!”. Ripartiamo. Stesso giovane, stesso carico.

 

Ancora quattro ore fino “all’isola che non c’è”. Il capitano tornerà a prendermi tra cinque giorni, non uno di più. Ha il suo giro da fare.

 

Lungo la salita incontro Francesco un antropologo italiano. Sperava in un passaggio per Panama. Ha la febbre, è sull’isola da un mese, studia e registra i canti Cuna. Alloggia in una capanna, fuori dal villaggio con il permesso del SAILA.

 

Saila, in lingua cuna significa capo, organizzatore, colui che ha la parola frutto del sapere e che guadagna il suo prestigio dirimendo i conflitti. Scelto da tutti gli uomini e tutte le donne in parità di diritti, in una vera assemblea, è anche lo sciamano perché conosce i CANTI TERAPEUTICI che guariscono il corpo e l’anima.

 

A Mulatupo, solo due costruzioni in pietra, rigorosamente fuori dal villaggio: la cooperativa delle donne e l’ospedale (due posti letto) inutilizzato. In caso di parti difficili il Saila intona il Muigala, canto che allontana gli spiriti del male.

 

I Cuna sono conosciuti anche col nome di TULE e indiani delle San Blas. Sono circa 30mila sparpagliati in 380 isolette nel Golfo del Darien. Un tempo cacciatori, oggi sono agricoltori: una scelta forzata per proteggersi dagli indiani CIOCO’ che vivono sulla costa.

 

Ben sette volte gli spagnoli hanno tentato di conquistare le isole San Blas, le prime spedizioni risalgono al 1500, ma i Cuna alleandosi persino con i pirati capeggiati da Morgan, respinsero ogni invasione.

 

Libertà, antico orgoglio e fierezza furono gli ingredienti della rivolta del 1925 capeggiata da Nipatigna che si alleò col governo colombiano proclamando la Repubblica di Tule. Tuttora indipendenti, i Cuna fanno fatica a mantenere rapporti con Panama che, apertamente, tende a snaturarli attirando i giovani e relegando gli anziani in un cerchio sempre più stretto.

 

Attraverso viuzze battute di terra per arrivare alla “plaza” principale dove si trova la Casa del Parlamento. Una grande capanna tenuta da una serie di pali piantati a circolo nel suolo e da uno centrale più alto. Devo omaggiare il grande Saila.

 

Sono quasi le dieci di sera e presto inizierà la quotidiana assemblea che vede riunito tutto il villaggio. Mi tingo le guance col Genipà, sostanza vegetale rossa, usata dalle donne cuna per sedurre l’uomo.

 

Con e l’interprete cuna albino entro in un sogno, ad una condizione: niente foto, solo il registratore.

 

Annuso l’aria per congelare l’emozione.

 

Tag: Centro America, Panama, Isole San Blas, Mulatupo, Cuna, Darien, Puerto Obaldia.

Panama-Isole San Blas- Golfo del DARIEN

 

Panama. I Cuna delle San Blas (2)

di Marta Forzan

 

Nel Golfo del Darien, nella piccola isola di Mulatupo, intonando antichi canti, un gruppo di anziani Cuna, lotta contro chi tende a snaturarli, portandoli a cambiare abitudini.

 

“In principio c’erano gli uomini che si trascinavano sulle mani e sulle ginocchia… erano senz’anima; poi c’erano gli animali… e le malattie. Gli uomini si offrivano il veleno. In principio c’era il caos. Poi arrivò un dio maschio e un dio femmina; si unirono nell’amore e venne un diluvio…Poi ci fu un parto. Nacquero animali buoni, un uomo e una donna buoni. La donna si adornò col Genipà e sedusse l’uomo. Tutto fu messo a posto. Da quell’unione nacque il primo Cuna”.

 

L’attesa di fronte alla grande capanna del Saila scompiglia sentimenti ed emozioni, allora guardo la luna che si nasconde dietro nuvole minacciose allungando le ombre del villaggio. All’interno, sussurri, bisbiglii, chiacchericci. Intanto registro il “canto della Creazione” intonato dal Saila.

 

Tutta la comunità è riunita perché nulla, tra i Cuna, è privato. Sono grandi parlatori. Uomini e donne si esibiscono in lunghe dissertazioni accompagnate da risate, applausi e mormorii.

 

L’assemblea è di antica tradizione: un punto di incontro, una sede per proporre e programmare. Tutto è discusso: da una cerimonia ad un rito religioso, dagli importanti fatti della giornata fino a quello più comune come il litigio di una coppia.

 

Il diritto di parola è uguale sia per gli uomini sia per le donne. E sono queste le più aggressive e agguerrite. I problemi sollevati dagli uomini riguardano il lavoro nei campi e la politica. Quelli delle donne, la famiglia e il commercio.

 

All’improvviso un silenzio assordante. Tocca a me. L’atmosfera   è straordinaria. Tutti siedono su lunghe panche concentriche disposte le une dietro le altre a corona di una grande amaca dove il Saila scruta l’assemblea col suo enorme sigaro.

 

I volti sono illuminati da candeline disposte di fronte a gruppi di tre o quattro persone. Il rosso porpora dei veli delle donne, che con mani veloci cuciono le molas, riflette le ombre della “grande casa” come se fossero sospinti da un delicatissimo soffio.

 

Con ostentata reverenza mi avvicino al Saila. Le donne sorridono, i bambini borbottano, gli uomini tacciono. Accanto a me l’interprete albino chiede al capo se posso assistere all’assemblea.

 

L’1% della popolazione cuna sono “indiani biondi” o albini. Una curiosità antropologica di vecchia origine. L’albino non è cacciato dal villaggio, né visto come spirito del male, tuttavia non è completamente integrato nella comunità. I suoi compiti sono quelli di funzionario addetto ai rapporti con il governo panamense e quindi anche interprete.

 

Il Saila mi scruta e il tempo si ferma. Cerco lo sguardo della “nonna”, la responsabile della “fabbrica delle Molas”. Nel pomeriggio mi ha mostrato con orgoglio il laboratorio, dove si cuciono i corpetti multistrati e multicolori i cui disegni si ispirano a miti e leggende.

 

Con un cenno risoluto e lo sguardo complice, il Saila mi concede uno sgabello. E’ fatta. Sono dove volevo essere. In una notte d’agosto, in un altro mondo, in una favola.

 

Mi rannicchio e provo disagio. L’amaca mi sfiora nel suo oscillare mentre gocce di sudore m’imperlano la fronte. Sento tutta la stanchezza del viaggio in un silenzio assoluto. Finalmente sono le donne a rompere ogni indugio scrollandomi dal torpore.

 

Si discute del prossimo Congresso Generale Cuna, unico organo legislativo delle riserve indios del Darien. Infatti ogni 3 o 4 anni tutti gli insediamenti cuna vengono rappresentati dai rispettivi Saila. A capo del Congresso vi sono tre presidenti generali eletti dai saila delle varie isole.

 

Registro tutto mentre le voci rimbalzano nella Grande Casa, ma io non le sento, non voglio distrarmi. Uso solo la vista, l’olfatto e il tatto per catturare quell’immagine di luci e ombre, e inchiodarla per sempre nella memoria.

 

L’amaca mi sfiora la spalla. Mi abbandono all’emozione.

 

 

Tag: Panama, Centro America, Molas, Congresso Generale Cuna, Darien, Isole San Blas

 

 

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Guatemala mercato chichicastenango

Foto: Guatemala Chichicastenango, Maschere© Marta Forzan

 

 

GUATEMALA. NUNCA MAS

di Marta Forzan

 

Il paese dei colori, delle verande fiorite. Mercati, laghi, foreste. Sacro e profano. Dei preti, dei dittatori e dei “ribelli”. Dei morti ammazzati. Nazione in bilico tra passato e presente al centro delle Americhe.

 

Il vento soffia sul lago Atitlàn. Tiepido e profumato mentre la barca scivola sull’acqua azzurra. Fragranza di muschio e raggi di ambra dorata dell’alba. E’ l’aria del Guatemala. Respiro l’atmosfera, ascolto il silenzio, guardo le perle della scia. Stormi di uccelli ammarano a piccoli passi fino a dondolarsi sull’onda.

 

Il paese dell’eterna primavera sui campi di mais, lungo i fiumi, giù per le cascate. Su nell’altopiano. Patria dei perfetti mari…più salmastri oggi per i tuoi dolori. Patria delle perfette messi…giubilo del popolo, gente con cui ora nel dolore cresci… Il mio paese ». Afflato di parole e lacrime di Asturias, poeta guatemalteco.

 

Intorno allo specchio blu del lago, a 1500 metri di quota, sagome altere di vulcani spenti. Il verde intenso delle colline e sulle sponde i colori sgargianti delle gonne di giovani donne. Biancore degli ibis intrecciati agli alberi. Un cormorano si tuffa come un ago e riemerge col suo cibo. Poi galleggia, fiero.

 

Il mercato di Panajacel prende vita. Basse case, vicoli in pietra, verande fiorite. Scorci d’incanto e profumo di tortillas. Bancarelle ricche di fantasia e immaginazione. Toni su toni. Arcobaleni di colori dal rosso sangue al blu cobalto. Arancio, verde, viola. Frutta, boschi e tramonti. Riflessi del lago deimaya Kaqchiquel e Tz’ utujil.

 

La strada sale ripida zigzagando sulla montagna che si addolcisce come i sentimenti quieti di un ricordo, di uno sguardo. Di una carezza di vento che sfiora il volto distratto da un pensiero di bimbi che giocano nelle piazze. Tra tele, coperte, pane, dolci e maialini sotto lo sguardo attento di madri indaffarate nel tessere e vendere in un turbine chiassoso e vivace.

 

Bellezza disarmante di un panorama su ampie vallate. Aria sottile. Netta e chiara definisce i contorni, le curve femmine dei dossi. In alto il cielo si copre di un velo fino a gonfiarsi ed esplodere in pioggia affilata, silenziosa, impercettibile. Poi tutto diventa polvere.

 

Oltre la montagna, la regione del Quichè. Ultimo rifugio dei guerriglieri. Molti i posti di blocco e affiora un forte senso di disagio. Viaggiatori in terra martoriata da rivolte e repressioni dei campesinos.

 

Dove la violenza è da sempre sovrana. Razzismo e misoginia non ancora sconfitte. Il pensiero va a Rigoberta Menchú e alle sue parole “ il Guatemala dovrà prepararsi a essere governato da una donna indigena”.

 

Armati fino ai denti, i militari controllano passaporti. C’è chi appoggia una bomba a mano in terra mentre fruga tra i cenci negli zaini. Poi la porge in segno di sfida. Sono giovani , sono le “tigri” del corpo antiguerriglia e sanno tutto sul “calcio italiano”. No gringos, no periodistas. Mi si gela il sangue. Ma sono italiana e conosco i nomi degli “azzurri”. Un lasciapassare valido in tutto il mondo.

 

La pista scende, poi sale. Si aggrappa, si stringe è irrequieta come i pensieri. Ora liquidi, bagnati da visioni di violenza, quando l’uragano del terrore passava nei villaggi, oltre alle macerie e ai corpi straziati e lasciava dietro di sé un popolotriste. E’ l’angoscia del crepuscolo delle idee.

 

L’aria è fresca a 2000 metri di quota. Chichicastenango si sveglia. E’ giorno di mercato. Aspetto l’alba sulle scalinate della chiesa di Santo Tomàs. Ho girovagato insonne per le stradine nel silenzio della notte interrotto dal rumore di quei pensieri, dal battito del cuore e dal pianto di qualche bimbo nelle piccole case.

 

Arrivano i carretti radenti ai muri delle case, in fila, uno dietro l’altro. Sono solo ombre. Cantano i galli col suono di un flauto. Lieve, delicato, angelico. Annuso profumo d’incenso. Il sole sbatte sul grande portone della chiesa e sui gradini si ammucchiano mazzi di gladioli rosa.

 

Il contorno delle cose si colora di fucsia, nero, giallo. Dovunque, nelle gonne, nelle giubbe. Sulle fusciacche che reggono i bambini sulla schiena delle madri. Occhi assonnati, visetti tondi, capelli di pulcini nerissimi, labbra imbronciate sbucano da quella tela che li unisce alla vita.

 

Suoni di tamburi, chitarre e marimbe. Intanto la piazza si riempie di maschere di madera intagliate a mano, frutta, verdura. Stoffe, montagne di gomitoli di lana colorata e centinaia di candele. Ti accorgi che qualcosa non va, stona. Non fa parte di quel dipinto. Non rientra nella cerimonia.

 

Capelli biondi. Arruffati. Che turbano le nere e lucide trecce. Pelle bianca, “Lacoste”, pantaloncini corti, scarpe da tennis. Eccoli. Sono i turisti, puliti in fila serrata e li distingui dai viaggiatori, solitari coi sandali del Quichè e i pantaloni del Nepal. Scena dentro la scena. Quadro dentro il quadro. Matrioska di gente, rumori, suoni e colori. Volti su volti. Maschere.

 

La cera delle candele si scioglie sul pavimento della chiesa affollata. Voti. Suppliche per la semina, per la figlia malata.«Señor San Augustin, Señor San Esteban, Señor Santo Tomás... ayuda nosotros siempre...».Dolce babele di suoni, di note, di grida quasi strozzate.

 

Volti umili segnati dal vento e dal sole. Fierezza antica. Si prega, si canta, si balla tra i fumi d’incenso. Fuori in processione, la Madonna mentre si contratta per una panca colorata. Si parla del tempo in dialetti diversi. Uno dentro l’altro. Vivaci e ciarlieri gli Indios discendenti dagli antichi Maya.

 

Oggi non si pensa ai morti assassinati lasciati ai bordi delle strade. Ai campesinos torturati. Alle croci innalzate lungo la strada protette dal verde quasi fosse un cimitero di campagna mitigando la crudeltà del loro messaggio.

 

E’ giorno di festa. Domani qualche poeta canterà di vita e di morte. E ognuno porterà la sua maschera nel silenzio assassino.

 

 

 

 

BOLIVIA



 

LA PAZ, DENTRO IL CRATERE

di Marta Forzan

 copertina Bolivia La Paz © Marta Forzan

 

 

Due città. La Paz del pueblo El Alto, magica e caotica a 3600 metri. Il mercato de las brujas e le donne dai buffi cappelli. La Paz dei borghesi, discreta e confusa. La Paz dei benestanti, nel fondo del cratere. Ville e negozi in costruzione, tutto recintato. Armato fino ai denti. Sotto di mille metri.

 

Una sottile nebbia sale rapida e assorbe il panorama rendendolo fatuo. Sul coche de lìnea da Puno in Perù, quasi un’intera giornata fino a Desaguadero, confine boliviano. Tra i passeggeri gira “mate de coca”, infuso caldo di foglie di coca per non cadere nel “soroche”, mal d’altitudine. Giacconi indossati uno sull’altro. Calze, jeans e CD nascosti dentro le fodere dei sedili. E’ il “choce de contrabando”. Sicuro e veloce. Paradigma di vita.

 

Nuvole ingarbugliate solcano il cielo sull’altopiano piatto della “puna” boliviana. Pianura dominata da “icchu”, ciuffi d’erba, pennacchi affossati da una prepotente orizzontalità. Colori, riflessi, bagliori ormai spenti dall’urgenza della sera. Il lago Titicaca al confine fra cielo e terra. L’azzurro intenso dell’acqua e il grigio piombo della riva priva di vegetazione. Sullo sfondo le cime dentellate della Cordigliera. Candido merletto sul tappeto oro brunito.

 

Un gruppo di giovani “pacenos”, abitanti di La Paz intonano “con làgrimas en los ojos”, malinconiche note d’amore e d’ombra. Una lentezza magica entra nelle vene mentre l’ultima polvere di luce si spande sull’aia del mondo a quattromila metri di altitudine. Poi la pianura gialla s’interrompe sul bordo d’un precipizio.

 

La luce del sole è all’orizzonte e già sorge la luna. Alzi lo sguardo e l’Illimani coi suoi 6460 metri di altitudine carico di neve e di ghiaccio ti cattura in un lungo brivido. Prima rosa e poi azzurro nella luce del tramonto. Un indio ti scuote con un sibilo tra i denti “ mira hacia, abajo”.

 

Sbirci in basso e vedi rotolare case, palazzi, chiese e grattacieli. L’una sull’altro con migliaia di luci accese che scivolano per quattromila-tremila metri strappandoti il cuore. E’ La Paz, la capitale più alta del mondo. Una conca di case, persone e brulicante vita.

 

Più di ottocento metri di dislivello sotto due picchi innevati, l'Illimani e l'Huayana Potosì. La Paz, due città dentro un canyon. Quella ricca adagiata sul fondo, dove fa più caldo. Quella povera, El Alto, arranca fino ai bordi del cratere. Incanto dell’ora. Il sole indugia dietro la Cordigliera e la luce crepuscolare regala una magica atmosfera. Una finestra sull’alba che respira la città e ascolta i primi suoni.

 

Mujeras y niños sono già in strada, coi buffi cappellini, strette dagli scialli grigi sulle gonne nere, larghe, strato su strato. Unte e logore. Le fusciacche sorreggono i piccoli. Sono Ayamara come il Presidente indio Evo Morales. In fila, le lunghe trecce, cappello a bombetta. Protestano per mancanza d’acqua in una città che continua a crescere. E le fontanelle restano a secco per diversi giorni la settimana.

 

Poi, con lo stesso passo si disperdono nelle calli coloniali, i bimbi aggrappati con le guanciotte arse dal sole della vita. Le ritrovi al mercato de las brujas, delle streghe (Hechicheria) dove vendono pozioni e filtri. Tutto ciò che serve alla salute. Soldi, casa e un marito. Si un marito, se laborioso e astemio, aiuta.

 

In molti sono scomparsi nelle miniere di stagno, nelle caserme, negli stadi. Morti ammazzati o di stenti nel precedente “gobierno asesino y fascista”, perché prima di “el Evo” indio ayamara come noi, era “mejor la muerte de una vida de miseria, de hambre”.

 

Parlano le donne con la bombetta che s’impiglia tra penzolanti feti di lama sulle bancarelle. Essiccati e pelosi sono in vendita per attirare la buona sorte, e vengono sepolti nelle fondamenta delle case in costruzione.

 

Come pozioni, filtri magici e amuleti che inondano i mille mercati della città, nelle piazze, lungo le vie dei bassifondi che a La Paz sono in alto verso la luce. La merce appoggiata in terra. Maglioni, cinture, terracotta, occhiali, scarpe. Frutta e verdura, carne e spezie.

 

Calle Linares, calle Sagarnaga poi giù a Plaza Pedro Murillo fino in centro a Plaza San Francisco con l’omonima chiesa dalla facciata di pietra scolpita con disegni indio. Dentro, il barocco sfrenato dei fregi, statue, icone, raso e velluto. Oro delle balaustre, luci sempre accese. Un organo e tanto incenso.

 

Fuori, di nuovo nel caos circondati da palazzi e grattacieli che puntano verso El Alto e riempiono ogni centimetro quadrato delle colline a quattromila metri di altitudine. In cerca d’aria. Un saliscendi di vie e vicoli con una pendenza di 35°. Non puoi andare giù se non sai come tornare su. Allora fermi un “colectivo” che strombazza ad ogni incrocio.

 

Sfiori suoni e profumi. Vivi immagini che scivolano via veloci ma si fissano nella mente come gli occhi di quel bambino col moccio al naso. Quel vecchio disteso a terra tra un cumulo di “basura”, dentro un cartone. Vuoi scendere. Lo fai. Cammini in salita a tremila metri respirando aria inquinata e troppo pura vicino alle nuvole. Paradosso di La Paz.

 

Nascondi le Nikon, non per paura. Per rispetto della dignità di uno sguardo profondo, di un sorriso senza denti. Della miseria ancora da debellare nei sobborghi della città, di Calacoto e Florida. Di un dolore lungo quanto la fila di quelle madri e mogli che sostavano di fronte alle caserme con l’orrore, ancora, vivido sul volto.

 

Ti stringono sentimenti che poi penetrano dentro senza abbandonarti mai. Piangere o sorridere. Parlare o tacere. Solo quelle immagini che pensavi di non vedere più. Neanche la splendida “Puerta del Sol” e i misteri di Tiahuanaco o la Valle della Luna coi pinnacoli franosi, capricci di una natura magica e le cime dell’Illimani, ti fanno distogliere da quel groviglio di sensazioni che stringono il cuore fino a farti soffocare.

 

La Paz. Il sogno dentro il pianto indio. La Bolivia di “el Evo”: "Ni olvido, ni perdono, Justicia".

 

 

 

Tag   Bolivia La Paz Evo Morales Cordigliera Real Tiahuanaco Valle                    della Luna

 

 

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LA PAZ. CON LÀGRIMAS EN LOS OJOS

 

di Marta Forzan

 

 

 

Tremilaseicentotrenta metri di altitudine. Indios Ayamara, minatori, “cocaleros” nella città El Alto ai bordi del cratere dove cresce a dismisura La Paz con grattacieli e centri commerciali della borghesia, sotto di cinquecento metri. Nella Bolivia di ‘el Evo', Presidente Evo Morales , protagoniste las mujeras di La Paz. Nelle strade, nei mercati, nelle miniere di stagno, celebrano un “socialismo comunitario” a partire dai dettami introdotti nella Costituzione di taglio nettamente indigenista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

           

 

 

CUBA

 

Cuba, Habana Vieja

di Marta Forzan

 

Viaggio tra le quinte della capitale cubana. Fortificazioni antiche, memorie coloniali. Hermosa solidarietà habanera. Tramonti da fiaba sul Malecòn schiaffeggiato dal mare e dal vento.

 

Foto copertin, Cuba, Habana Malecòn© Marta Forzan

 

Fisso l’orizzonte dell’Oceano che risucchia il sole accucciato sotto nuvole fucsia, rosa, dorate. Dal muretto osservo il crepuscolo di una giornata vissuta intensamente. C’è un vento rapido e imprendibile che arruffa i capelli e spinge le onde sui massi sotto le gambe penzolanti. Spruzzi di balena scavalcano il parapetto del Malecòn lasciando specchi di mare sul boulevard.

 

Bionda bellezza da fiaba, prodigio di luce riflesso sull’acqua. L’ambra del tramonto cattura fatiscenti palazzi sul lungomare. Tetti di rossi mattoni, balaustre in ferro battuto. Ferite mai curate che hanno sbriciolato intonaci del barocco ispanoamericano. Consunte facciate logorate dal tempo, dal vento e dall’embargo.

 

E’ sempre così, il tramonto sul Malecòn sotto una gazzarra di gabbiani. Eppur diversa è l’emozione. Stati d’animo, pensieri, ricordi. Cala il sole di fronte al proscenio della sfilata di balconi criolli, panni stesi, serrande intagliate, muri pastello. Si accendono le luci sul lungomare habanero, più di dieci chilometri dalla torre della Chorrera fino al Castello de la Punta. Un serpentone grigio con sfumature rosse e blu affiancato dal basso muretto. Semplice cornice senza palme.

 

Se ne vanno pescatori, turisti, innamorati. Anche quel gruppo di ragazzi con la chitarra che ascoltavano musica d’oltre oceano dalle macchine con le portiere aperte. Di giorno li trovi nell’Habana Vieja, già ricettacolo dei peccati capitali degli anni Cinquanta. Nei vicoli da carrozze, dietro le “guardavecinos”, finestre dai vetri colorati.

 

Li trovi in calle Obispo, proprio nel cuore della città, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Nel Parque Central coi palazzi dell’Ottocento insieme ai turisti. Tanti, troppi. Nel moresco “foyer” dell’Hotel Inglaterra. Di fronte al Capitolio National. In Paseo del Prado con gli l art nouveau e decò, i lampioni in ferro battuto. La più bella passeggiata di tutta l’Habana.

 

Non li trovi nel parco adiacente al Museo della Rivoluzione. Conoscono bene il Granma agli ormeggi in un mare artificiale di vetro. Al cabinato con cui Fidel Castro e Ernesto Guevara giunsero a Cuba nel 1956 per lanciare la rivoluzione, gli habaneri preferiscono le strade, i mercati, le piazze come quella della Cattedrale. Qui vendono prodotti artigianali mentre da “El Patio” si spande profumo di “pierna asada” e “ropa vieja”.

 

Nel Vedado, antico quartiere in epoca coloniale vietato alla gente di colore, la Rampa sale sulla 23ma strada che straripa di vita “dia y noche”. Molti giovani s’incontrano davanti all’Univesidad de la Habana dove ancora si parla della lotta studentesca contro Machado e Batista e nel contempo si disertano le lezioni di filosofia.

 

La propaganda turistica ammette volentieri certe radici di parentela con “gentiluomini di ventura” col marchio nero che rubavano ai ricchi per donare ai poveri. Nel ‘500, con le navi che attraccavano nel porto arrivarono ricchezze e schiavi, oro e malattie, vino e polvere da sparo.

 

Nelle fortezze dell’Habana, La Real Fuerza, San Salvador de La Punta e Los Tres Reyes del Morro c’è la storia di un’epoca d’arrembaggi. Qui, giovani artisti espongono opere d’amore e ombra. Dai contenuti anticonformisti, attirano fulmini burocratici. Ma non fanno male.

 

“L’antico boulevard del nuovo mondo” entra nell’anima. Non smetto di scrutarlo, respirarlo. L’Habana, città di mare ma non protesa verso il mare. Al contrario, è l’Oceano che la vuole conquistare senza riuscirci, si accanisce contro la battigia spinto dai “notes”, i venti del nord.

 

Immagine viva di colori sbiaditi e scortecciati delle case coloniali con le colonne rosicchiate dal tempo e dalla salsedine. Sotto i portici, vociare di ragazzi che rincorrono palloni. Sulla strada, altri con i rollers skates si aggrappano alle borbottanti Buick, Cadillac e Plymouth. Tutte rimesse a nuovo o quasi. Ingegnosi meccanici, gli habaneri.

 

Ma soprattutto “salseros, soneros, rumberos y trovadores”. Donne, uomini, ragazzi e bambini hanno il passo di chi ha salsa e rumba nei fianchi. Persino in bicicletta è uno zizzagare con la musica che scorre nelle vene.

 

Musica viva all’Habana Vieja, sulla strada, nelle cantine. Swingata da menestrelli. Mossa dal romantico bolero della Nueva Trova. Colte poesie cantate e ballate, improvvisate dai soneros. Sassofoni, trombe, percussioni e chitarre. Languide melodie e viscerale sound caraibico. Musica dentro.

 

Quindici anni, bermuda neri e una t-shirt viola scolorita dal sole. Avanza quasi ballando Rafael, scugnizzo cubano dalla pelle color cannella sotto un’arruffata chioma di biondi capelli. Arriva puntuale quasi avesse l’ora in testa. E’ sabato sera e c’è tutto un mondo nell’Habana Vieja. Suoni e “Santeria” scorron come fiumi.

 

E’ nipote di Cèila. Senza età, irradiata da rughe di saggezza, folate di tabacco e rum. Porta al collo amuleti degli spiriti "orisha”. E’ “santèra” e per ingannar gli eventi gestisce una “casa particulare”(pensione) nel quartiere di Marianao, dove ho trovato alloggio e gioia.

 

La mattina mi sveglia con succo di cocco e canna, mentre un vecchio Bolero gracchia e tartaglia su ritagli di silenzio. Mi scruta strizzando gli occhi. “Ochossi” o “Ochun”. Dea della caccia e della foresta o divinità del fiume e della dolcezza. Sorride Cèila, su di mevola uno spirito buono. Stasera,andrò con Rafael dal “babalao”. Lui scioglierà il dilemma.

 

La Santéria o liturgia della Regla de Ocha portata dagli schiavi africani, fa parte della cultura cubana, così come lo sono il ballo e la musica. Tutti tengono d'occhio spiriti, riti e "babalao", sacerdoti e registi del realismo magico santéro dove abitano nere e gaie deità legate a santi cattolici. "Sincretismo" per i teologi, "mestijazion" per gli etnologi. Divinità con due volti. Ma con un anima sola, quella del fedele.

 

Rafael mi prende per mano. Piccola e forte, dà sicurezza. Sotto un cielo inchiodato da stelle, saliamo verso l’Habana Vieja tra vicoli, musica, telenovelas e cani acciambellati. Seguiti dalle nostre ombre fin sulla porta del “babalao”. Qui non entreranno. Il resto è un’altra storia.

 

Tag: Cuba, Habana, Malecòn, Santería, Babalao

 

 

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El Che, cavaliere errante del XX secolo

di Marta Forzan

 

Cuba, Santa Clara. Tomba del “Che” ©Marta Forzan

 

 

“C’è in un’isola lontana, una favola cubana che vorrei tu conoscessi almeno un po’”. Un sogno tropicale di gente vivace. Di sigari e mojito, ribelli e menestrelli. Ancorata a nostalgici ricordi, il 17 maggio 2009, Cuba ha celebrato il 50° anniversariodella sua rivoluzione “degli umili e per gli umili” (Raul Castro). Lo ha fatto un po’ in sordina, indebolita da tre devastanti uragani e dalla prolungata assenza del "Jefe maximo".

 

Tuttavia, il 21 settembre all’Habana si è tenuto il “Grande concerto per la Pace Senza Frontiere”. Più di un milione di cubani hanno partecipato all'esibizione di artisti latinoamericani , spagnoli e italiani riuniti per gridare al mondo che la pace, la fraternità e l'amore sono gli unici strumenti capaci di dare all'umanità la speranza per il futuro.

 

“C'era un uomo troppo spesso solo, e ora resta solo un viso che milioni di bandiere guidò e che diceva venceremos adelante. O victoria o muerte”. Guerriero sulla Sierra, fautore della rivolta permanente, eroe dell’immaginario. E’ sempre vivo l’alfiere che fece divampare un incendio di speranze nell’America Latina. Sin da quel maggio ’59 quando il dittatore Batista lasciò l’isola e Cuba libera.

 

Il dottor Guevara con la sua stella in fronte e i capelli al vento. Sangue basco, da parte materna. Sangue irlandese, da quella paterna. Classe 1928. “Che”, l’argentino. Il 9 ottobre di ogni anno Cuba, Bolivia, Irlanda e il mondo intero ricordano la morte di Ernesto Guevara de la Serna Lynch assassinato il 9 ottobre del 1967, in Bolivia. Come se non fosse mai avvenuta.

 

Chi non ha quel volto in camera. Chi non l’ha visto sfilare con studenti, operai e oppressi. Chi non ha seguito quel ritratto, quel viaggio, quella storia. Per passione, per speranza. Perché si. Una carica simbolica universale. Forse, ingenuo simbolo di lotta, ma anche di tragedia, solitudine, sconfitta.

 

“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”. Parla il Che, e guarda oltre l’orizzonte. Quante volte hai fissato i suoi occhi. Su un muro, su un libro, su manifesti sin da quando i verdi anni scompigliavano pensieri e sentimenti. Ti aggrappavi ad uno scatto di “Korda” per sentire un soffio d’umanità.

 

Fierezza e timidezza, coraggio e umiltà. Eppure sempre un po’ sfuggente quello sguardo, quasi distratto da un intimo presagio. E ti chiedevi se avesse la verità o la cercasse. Poi hai scoperto un altro scatto. E una storia. Anni Sessanta due immagini fanno il giro del mondo. Due fotografi, Alberto Diaz Gutierrez Korda e Freddy Alborta. Due date. Due luoghi e due eventi. Un uomo, il Che.

 

La prima ha un nome, “Guerillero Heroico”. Fatta all’Habana il 5 marzo 1960 durante il funerale di 140 cubani uccisi da un'esplosione. Kordascattò mentre Guevara sul podio si trovava tra un uomo e delle foglie di palma. Colpito dallo sguardo del Che, decise di isolarne il volto "encabronado y dolente”.

 

La seconda non ce l’ha. Scattata il 9 ottobre 1967, nel lavatoio dell’ospedale Nuestro Señor de Malta, a Vallegrandre in Bolivia. Alborta, fotografo dell’United Press International, stampadecine di immagini di un cadavere crivellato di colpi. Senza tempo né luogo. Sguardo ardente ormai assente. Sorriso sdegnoso per un vile istante infinito.

 

E’ proprio la foto di Alborta a dare l’eternità al ritratto di Korda. L’immagine del guerrigliero morto a 39 anni per la libertà dei popoli, disteso sul lavatoio arrugginit0, con gli occhi aperti, scuote gli animi mentre il volto di quell’uomo fiero, bello col basco nero diventa un’icona con la scritta “il Che vive”.

 

Il mondo porta magliette col baschetto e il viso serio. Troppi non hanno letto i suoi “diari”,appunti di un viaggio nella memoria collettiva del Sud America. Molti non sanno che Guevara oltre che guerrigliero è stato viaggiatore, medico, poeta, fotografo, filosofo, economista, ministro. Nemico giusto. Mito e icona. Usato dalla politica e sfruttato dal mercato cinico e bottegaio.

 

Sognatore poco incline alla mediazione, Guevara partiva per il suoprimo giro in America Latina con l’amico Granado, a cavallo di una Norton del ’39 con in testa la dottrina di Gandhi, l’ingenuità di un ventitreenne e la voglia di scoprire una terra di popoli ardenti, fiumi battaglieri e mitiche montagne. Di certo non sapeva quale significato avrebbe avuto quell’avventura.

 

Tetè, Che, Guerrillero Heroico, Comandante Che Guevara, San Ernesto de La Higueira. Lui si definiva “piccolo cavaliere errante del XX secolo”. Paladino senza frontiere. Anche nel XXI secolo. In ogni angolo del mondo al servizio delle proteste, delle rivendicazioni, delle cause più disparate. Dall’Ucraina ad Hong-Kong, dal Libano ad Haiti. Dai territori palestinesi a Calcutta. Persino in Iran è in prima fila accostato ai “leadear riformisti”.

 

I contadini in Bolivia affiancano il volto del Che a quelli di Gesù, la Vergine Maria, Papa Wojtyla. Era come Cristo, raccontano i vecchi che quel 9 ottobre ’67 videro il suo corpo nel lavatoio de La Higueira. Gli stessi che non aderirono alla sua chiamata rivoluzionaria, oggi lo venerano come un santo. E c’è chi paragona quel corpo al “Cristo morto” del Mantegna.

 

Il 17 ottobre del 1997, Il Che è tornato a casa. L’ultimo viaggio coi suoi compagni percorrendo mezza Cuba tra due ali di folla ininterrotta dall’Avana a Santa Clara, la città più legata al Comandante. Qui è sepolto Ernesto Guevara de la Serna con Tania e gli altri 13 partigiani morti in Bolivia i cui nomi, uno sotto l’altro, graffiano il marmo bianco.

 

L’hai cercato nei tuoi viaggi in Bolivia, in Argentina, in Perù. A Cuba. Negli occhi della gente. Sulla Sierra, parlando coi vecchi. L’hai visto nelle case, frugando nelle madie, sulle credenze, nei vecchi bar, nel museo Moncada tra schizzi e schemi tattici. Hai pianto leggendo l’ultima lettera a Fidel. “Altre sierras nel mondo reclamano il contributo delle mie modeste forze …lascio un popolo che mi ha accettato come figlio…se l'ora definitiva arriverà per me sotto un altro cielo, il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo..”

 

L’hai trovato nel cenotafio di Santa Clara, una sorta di caverna rifugio per guerriglieri. Appena illuminato. Una piccola targa accanto alle altre. Hai sentito la profonda umanità di un tempo mai arreso. Dietro gli steccati.

 

Tag: Cuba, Santa Clara, Ernesto Guevara de la Serna Lynch. Korda, Alborta.

 

 

"guerrillero heroico" CHE Habana, 5 marzo 1960 by KORDA
9 ottobre1967 lavatoio Nuestro Senor de Malta, Vallagrande Bolivia "El Che" morto by ALBORTA

SULLE ORME DI HEMINGWAY

 

 

 

 

Cuba. La Finca Vigia di Hemingway, sala da pranzo © Marta Forzan

                    

                          CUBA, SULLE ORME DI HEMINGWAY

 

                                   di MARTA FORZAN

La Finca Vigia, la sua casa nella campagna cubana. Nelle taverne dell’Avana Vecchia. Nella baia di

Cojímar. Nell’odore di mare e di pesce spada, tra i pescherecci attraccati al porto. Il ricordo che non muove del “Novelista” americano.



 

Al Floridita i turisti si affollano con l’illusione che Ernest Hemingway sia ancora lì. Al bancone di mogano sol suo “daiquiri” a parlar di donne e pesca. Arredi inglesi, specchi Baccarat e camerieri in giacca bordeaux. E’ il locale più noto dell’Avana grazie allo scrittore americano e a quel cockteil a base rum Abana Club, lime e zucchero di canna sciolta.

 

C’è la fila alla Boteguita del Medio in calle Empedrado dove affiorano memorie di tanti artisti. Foto, firme, frasi sulle pareti. Piatti rustici e il “mojito”, rum ghiaccio e menta. E il ricordo impresso nella targa sul muro dell’ex hotel Ambos Mundos dove “ El Novelista vivio durante la decade del 1930..”.

 

Nel vecchio quartiere coloniale Hemingway apprezzò odori, umori caldi e sensuali che ispirarono le sue pagine più belle. Di giorno spiava il mare dalla finestra della modesta camera tra le calli Obispo e Mercadores. La notte girava nel labirinto di viuzze fino alle locande in un clima intenso e fumoso, lo stesso delle sue opere.

 

Mocassini neri, pantaloni bianchi, lunga camicia celeste pregna di sudore a coprire l’addome generoso, e sigaro sempre acceso. Genio di penna, incline alla caccia, alla pesca, al rum, alle belle donne e ad organizzare combattimenti di galli, non mancò d’interessarsi agli accadimenti dell’isola Rebelbe, ma con scarsi risultati.

 

L’Avana lo distruggeva e lo intrigava, soffriva il caldo così trovò rifugio a San Francisco de Paula nella “Finca Vigia, Fattoria Vedetta. Una villetta malmessa a sole sette chilometri dall’Avana. Pochi ettari di terreno battuti dalla brezza, un pascolo e una manciata di mucche. Una piscina, un campo da tennis, una torretta, tanti gatti e quattro cani.

 

La vista da un lato spazia sul mare e dall’altro scivola nei boschi del colle Bacalao. Luogo magico per quel girovago scrittore, soldato di ventura idealista, rubacuori e Premio Nobel. Una tana vicino alla corrente del golfo, quello del Messico dove appagare la voglia di pesca.

 

Hemingway e il mare. Rapporto intimo e svelato. Burrascoso come i giorni di tempesta. Quieto come i lunghi tramonti sulla Baia di Cojímar, grazioso porto, semplice e tranquillo paesino di pescatori. Pieno di poesia, sole e voli d’uccelli.

La darsena, le barche allineate al sole, le nasse stese sulla spiaggetta di El Cachon.

 

Taverne affollate da gente di mare dagli abiti smessi. Scalzi e cappello di paglia e quelle mani tagliate dalle lenze, dal sole e dal vento. Quell’albero vicino alla locanda La Terrazza al quale i pescatori appendevano i Merlin per misurarne la lunghezza.

Hemingway preferiva Cojímar alla Finca Vigia. Lì era un lupo di mare e pescatore accanito. Tra appunti, bottiglie di wisky e rum, osservava la vita umile del porto. Compagno di bevute dei vecchi con motti d’avventura nell’avvistare a occhio nudo gli squali.

 

“Papa”, come lo chiamava Gregorio Fuentes capitano del Pilar, un cabinato di quaranta piedi, nero e verde, amava sedersi sulla sedia da pesca, guardare la scia mentre leggeva e scriveva per giorni interi.

 

Oramai all’Avana ci andava di rado preferendo escursioni a Pinar del Rio. Un paesaggio bucolico, nuvole intrappolate tra colline, ciuffi di fiori screziati, pinnacoli di palme, ruscelli sepolti dalla vegetazione. Amava il tramonto nel Parco di Moron quando al batter di mani s’innalzava un batter d’ali rosa di centinaia di fenicotteri.

 

La Finca Vigia è oggi un museo che, salvo permessi speciali, si può visitare solo girandovi attorno. All’interno le grandi scansie ricolme di libri. Le tele di Mirò, Braque e Klee. Ceramiche di Picasso si alternano a trofei di caccia e manifesti di corride spagnole.

 

Occhiali da vista sul comodino, le poltrone accanto al camino, graffiate dai gatti. La scrivania grande coi bossoli delle carabine. Il disco di Glenn Miller ancora lì sul grammofono da quando lasciò la casa nel 1961 e prima che la vita gli uscisse da quel buco di proiettile.

Oltre novemila tra libri e riviste con sottolineature e note autografe. Scenario di un luogo fermo, immobile come in attesa del Novelista gringo che a Cuba ancora vive. Fuori la torretta fatta costruire dalla moglie Mary Welsh perché Ernest potesse scrivere in pace. Non la usò mai. Scriveva in piedi sui tasti della Royal, amica fidata, vicino al letto.

 

Giornate tranquille alla Finca Vigia. Troppo. Al mattino la scrittura, una nuotata in piscina, nei cui pressi sono sepolti i suoi quattro cani Black, Negrita, Linda e Xeron. Il pranzo, la caccia o la pesca pomeridiana. Lettura e musica. E a ogni ora del giorno o della notte una quantità smisurata di alcool. Si sentiva un cubano, un cubano bastardo, disse, come i suoi cani.

 

Potenza della letteratura. Ci voleva Ernest Hemingway per far riavvicinare U.S.A. e Cuba. Per tutelare i manoscritti del Nobel del ’54, il 21 gennaio 2010 i due paesi hanno firmato un accordo di collaborazione tra la “Finca Vigia Foundation”, società statunitense e il Consiglio Nazionale del Patrimonio Culturale di Cuba.

Un buon inizio per Guantànamo.

Tag : Cuba, Cojímar, Finca Vigia, Ernest Hemingway, Pinar del Rio, primopiano

 

 

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Hemingway vive a Cuba

 

Nella sua villa a San Francisco de Paula, la Finca Vigia, tutto è rimasto come se lui dovesse tornare da un momento all’altro. Nel porticciolo di Cojímar dove attraccava il suo cabinato Pilar, tutti i sapori, colori e volti che hanno ispirato molte opere del Premio Nobel ’54 per la Letteratura.

 

 

 

 

PERU'

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    Cuzco, il puma quechua

                di TONJ Lardani

 

I muri di sangue, “yawar rumi”, sorreggono chiese, cattedrali, palazzi. Le pietre incas simili a puzzle che s’imprimono nella mente. Misteri alle pendici di maestose montagne e segreti di magiche vallate. El pueblo andino erede degli Incas. Fascino di spazi senza fine.

 

 

Perù, Cusco © Tonj Lardani

 

Perù, Cusco© Tonj Lardani

                                              Perù

                                   

                                      Cusco Magico

                                         di marta forzan

 

Sogno e magia di Cuzco, leggendario centro degli Incas, ventre tiepido di montagne simili a grandi condors di pietra con le ali aperte nel sole fiammeggiante. Un delirio di bellezza, la città puma protetta dall’Unesco.

 

La finestra si spalanca sulla Plaza de Armas con la chiesa della Compagnia. Sulla panchina di ghisa Santuza, galeonesca india coperta dalla sua “montera”conica e colorata, intreccia fili di arcobaleno borbottando il dialetto locale degli antichi padri, il “quechua”.

 

Il sole getta i suoi primi raggi sulle cupole della Cattedrale e illumina porticati di colonne e archi di pietra che circondano l’immensa piazza. Al secondo piano, altre volte più sottili si susseguono in fila perfetta, alternando balconi scolpiti e miradores in legno.

 

Nascosti dai tetti ricoperti di coppi, ancora cortili e portici di legno dai quali spuntano alberelli di cedrola. Fili di fumo salgono dalle “tullpa, focolari di pietra dove già sfrigolano gli “anticuchos”, spiedini di carne cotti sul carbone.

 

Meticcio, dodici anni, avvezzo alla strada e ad arrangiarsi, Oscar il cui sogno è diventar medico per el pueblo, non è uno scugnizzo andino come altri. Ha un quaderno pieno di appunti dove esplorare l’abisso dei sentimenti e segnare i tafferugli della sua giovane vita.

 

Puntuale, indugia di fronte alla chiesa de la Compañia de Jésus col suo quaderno dalla copertina nera. In una pagina c’è scritto: “El hombre del Perù vive esperando que Inkari se ponga la cabeza, los brazos y las piernas destrozadas y nos conduca hacia la libertad”.    

 

Leggenda e mistero che avvolge la gente e il paesaggio. Si dice che il corpo disperso del dio sacro agli Incas si ricomporrà per unirsi al popolo quando sarà pronto per lottare contro le ingiustizie e per la libertà.

 

Metà inca e metà creolo, Oscar è una briciola d’una città nota come "ombelico del mondo". L'antica capitale dell’ “Incario”, Impero Inca, la cui storia coprì appena l'arco di un secolo, fu spazzata via quasi del tutto nel ‘500 dagli spagnoli.

Ciò che restò dei muri precolombiani venne utilizzato per costruirvi sopra secondi piani e intere
chiese. Un'opera di “conversione” simbolica e pratica. Gli edifici del centro di Cuzco sono inca fino ad un paio di metri d'altezza per diventare coloniali più in alto.

 

Nel ventre tiepido delle sue montagne Wanakauri, Senqa, Pachatusan, Muyu orqo, Sacsayhuaman, Pukin e Picchu, simili a condors di pietra con le ali aperte, la straordinaria città degli Incas, sembra sonnecchiare a 3.400 metri di altitudine.

 

Cuzco ha la struttura di un puma con la testa di falco. Il profilo del corpo segnato dai fiumi Tullomayo e Huatanay e la testa marcata dalla fortezza dove pietre ciclopiche nel loro zizzagare formano le penne. Di lato, il torrione è l'occhio del falco.


Aspettiamo il tramonto per scansare il fiume di turisti e scivolare lungo la calle de Hatunrumiyoc, verso il Palacio de Inca Roca, dove c’è la grande pietra con dodici angoli perfettamente incastonata alle altre.

 

Raffinata tecnica costruttiva con la quale gli Incas ergevano muri sovrapponendo senza amalgama enormi blocchi che si sorreggevano solo per il loro peso e per la forma in cui erano tagliati.

 

Magia dei muri incaici. Scuri, ruvidi, bombati, inclinati e sopra la bianca parete liscia, spagnola. Due epoche, due storie, due prospettive. Tragica opposizione di due mondi. Nascita e morte, morte e ricostruzione. In lingua quechua “yawar rumi”, pietre di sangue.

 

Tappezzano le viuzze che partono dalla Plaza de Armas e sorreggono musei, palazzi e cattedrali. Le pietre sembrano muoversi come onde di fiumi bagnati dalla luce sfocata dell’ultimo sole. Chiaroscuro di ombre mutevoli che si perdono in vicoli ciechi o verso il mercato.

 

Nella zona di Santa Clara nei pressi della la stazione San Pedro, lungo i binari esplodono colori di lane, cappelli, alpaca. Allineate in terra statuine di santi, maschere, retablos, specchietti colorati, ceri e arance. Appesi ai banchi, feti di lama capaci di sviare il corso delle disgrazie.

 

Ma le trovi in periferia dove c’è miseria, dove non valgono filtri d’amore e ceri per gli incantesimi. Nelle “adobe”, capanne disseminate lungo i pendii delle montagne tra sentieri impervi e polverosi.

 

Dove si torna dopo lunghe ore di cammino dai mercati di Chincero, Pisaq o in attesa dei turisti sulla spianata di fronte alle mura di Sacsayhuaman, nei pressi del “trono del Inca” per vendere quattro arance e due chullos. Dove vive Oscar. Dove nasce l’arcobaleno.

 

 

 Tags   Perù, Cuzco, Quechua, Incas, Sacsayhuaman

 

 

                                                    

                                                                   PERU'

 

         Su quel treno per MACHU PICHU

                              di Marta Forzan

 

 

 

Da Cuzco a Machu Pichu. Aggrappati al vento, sul tetto del trenino andino fino ad Aguas Calientes lungo il fiume Urubamba. Istanti come millenni, il corpo teso ad aspettare la magica visione in cima al Huayana Pichu.

 

Alla stazione San Pedro di Cuzco la luce dell’alba è blanda, galleggia sui binari come vapore rosato. La polvere smossa dagli zoccoli dei muli e dai piedi della gente che s’affanna per salire sul treno per Quillabamba e Aguas Calientes.

Alle sei un fischio e uno sbuffo d’altri tempi. Prima il balzo sulla piattaforma nel tentativo d’aprire la porta. Poi un vero assalto in cerca di un posto nel vagone di seconda classe con le panche di legno già occupate.

 

Stipati tra galline e matrone peruviane con le loro masserizie restiamo in piedi stringendo bagaglio e Nikon nascoste sotto la giacca a vento. Ognuno cerca di conquistare qualche centimetro verso il finestrino.

L’aria si fa pesante. Gente, animali, cibaria. Ci puntelliamo uno all’altro per restare in equilibrio, poi la conquista di un bracciolo e un pizzo di sedile tra due pollastri, un’india che allatta un bimbo e un campesino col suo carico di pannocchie di mais.

 

Salgono i venditori ambulanti. Fave secche, porco arrosto, cafè, caramelle e cioccolata. Tutti passano il tempo mangiando tra i movimenti ritmati e ripetitivi del treno che concilia il sonno ai piccoli avvolti nel marsupio colorato sulle spalle delle donne.

Una “yuca”, patata filacciosa e un cafè ci danno vigore mentre la nebbia dirada lasciando gocce come perle sul finestrino. Lo sguardo fisso alle macchine fotografiche e poi un cenno complice.

 

Alla prima fermata siamo già sul tetto del treno aggrappati a ferri sporgenti. Nei pochi minuti supina in attesa del fischio di partenza rimpiango quel magma di colori, voci e odori del vagone. Quel mondo vivo dall’inconfondibile sigillo degli avi.

Il treno raggiunge 30 chilometri l’ora, il vento freddo sulla faccia allontana i pensieri. Un fremito selvaggio percorre il corpo, una manciata di secondi e sei accovacciato in maniera rocambolesca, scatto dopo scatto. Frazioni di tempo congelate per sempre.

 

Lo sferragliare del treno, i clicks, il profumo d’erba bagnata e quello pungente del ferro, il sibilo del vento. Il battito del cuore, gli occhi liquidi sotto un cielo azzurro puntellato da fiocchi di nuvole luminose.

 

Il treno sbuffa tra villaggi addossati alla ferrovia, tra vacche che ruminano sulle rotaie. Sfiora le
pendici di maestose montagne
che s’innalzano oltre la fitta coltre di nubi e scivola lungo l’Urubamba nelle strette gole. Poi il buio delle gallerie.

Lascia le rive e sale seguendo le “andenes”, terrazze sui pendii scoscesi. Troppo ripida per un tragitto diretto, la ferrovia è costruita senza curve.Le rotaie salgono a zig-zag . Marcia avanti e
marcia indietro, scambio dopo scambio.

 

Dondoliamo dolcemente sui binari che disegnano una zeta continua lungo le pendici. Poi Aquas Calientes, villaggio collegato al resto del mondo soltanto tramite la ferrovia e un’unica unica strada che va alle
rovine di Machu Picchu.

 

Sulla via principale carretti di locali che vendono di tutto. Ai lati, fianchi impervi e scoscesi dei monti. Si cena con birra cuzquena, riso e peperoni nell’hospedaje dopo un bagno caldo nelle dantesche terme del paese.

L’umida notte cancella due ore di sonno e molto prima dell’alba siamo già sul sentiero per Huayana Pichu, la gigantesca sentinella conica della Città Perduta. Piove e c’è nebbia fitta quando le nostre firme sono già segnate sul macabro registro nero. C’è chi non è tornato.

 

Tre ore per salire al Huayana Pichu e respirare un po’ di follia sul ripido, stretto e sfuggente
sentiero che costeggia tenacemente il precipizio. Accenni di scalini alla prima svolta, poi passaggi tra dirupi e fessure col terriccio che scivola sotto i piedi.

Sulla cima restiamo aggrappati a quel cono di granito immerso tra nuvole basse cariche d’umidità che s’alzano dalla selva. I sensi all’erta per non precipitare. Tutto è velato, le nuvole si condensano,
s’oscurano e coprono il cielo cupo. L’attesa.

 

Si apre il Machu Pichu deserto e colorato di rosa dai timidi raggi di sole. A quattrocento metri sotto, appare la Città degli Dei. Mura diroccate, altari di pietra, il verde fitto, mille tonalità della selva, il fiume che scorre come un nastro d’argento nel fondovalle.

Magia ed energia del Machu Pichu. Qui, gli Incas hanno costruito la città vicina al cielo, protetta dalle montagne e rigogliosa d’acqua. Vertiginosi e imponenti, i verdi abissi che la circondano hanno custodito per secoli il segreto della sua esistenza.

 

Resta la meraviglia e il silenzio. L’emozione di un sogno che si dissolve, si cancella, rimane sospeso nel nulla, poi si materializza in stupore.

 

 Tags  Perù, Aguas Calientes, Pachu Pichu, Huayana Pichu, Urubamba

 



 

 

Perù, la Dimora degli Dei

 

di Tonj Lardani

 

 

 

Respirare un po’ di follia sul tetto del treno da Cuzco a Machu Pichu. Montagne come pugni che ti vengono addosso. Strette valli lungo il fiume Urubamba. Improvvise gallerie, il buio col fragore del treno che entra nella pelle. Ancora follia nella scalata al Huayana Pichu. L’attesa di un miracolo avvolto dalla nebbia e dal mistero, la Città Perduta.

 

In dieci anni l'impero inca svanì come una fotografia delicata che, esposta alla luce del sole, fosse sbiancata all'istante.” Colin Thubron

 

 

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