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Bolsena, il lago che si beve

di Marta Forzan

 

I giochi delle maree del più grande tra i laghi italiani di origine vulcanica. Una vita animata dalle “sesse”. Acque limpide e piene di anguille. Quieti borghi dal ricco passato dove la vita scorre tranquilla.

 

 

 

Montefiascone abbraccia le colline che circondano il lago di Bolsena. Quando si leva il vento ad increspare le acque, Marta, Capodimonte, Valentano, Gradoli, San Lorenzo sonnecchiano come gatti accoccolati nel fantasma del mattino.

 

Nella Tuscia, vicino a Viterbo, giochi di maree nel lago di Bolsena, il primo d’Europa d’origine vulcanica. Ma l’ellisse d’acqua non ha tempo di vantarsi del primato. E’ tutto preso dalle scosse telluriche del suo ventre profondo e dai fenomeni di bassa e alta marea che bagnano e asciugano la sponda.

 

Il lago “renfia” dicono gli abitanti di Marta, dolce borgo sulla riva meridionale. “Cala e cresce” anche di 30 cm. L’acqua s’allunga e sale sulla spiaggia per poi ritrarsi al suo livello normale. E’ il fenomeno estivo delle “sesse”. Imprevedibili e inspiegabili.

 

Selvaggia e solitaria la costa occidentale. Filari di canneti rifugio di molti uccelli lacustri. Isolati boschi di querce e castagni. Campi e orti ricoperti di ulivi, vigne. Sulle placide e tranquille rive, grandi reti dei pescatori stese ad asciugare tra gli alberi. Le barche in secca uguali da secoli. I due remi appoggiati. Uno più lungo che serve come timone manovrato stando in piedi.

 

Vecchie baracche dei pescatori, alcune trasformate in piccole trattorie dove gustare la "Sbroscia", zuppa di pesce cucinata con l’acqua del lago. Tanto limpida e pulita da chiamarlo “Il lago che si beve”.

 

Di forma ovale, tipica per la sua origine, due isole e Il fiume Marta unico emissario che inizia il suo corso a sud del lago nei pressi dell'omonima cittadina, per sfociare al mar Tirreno nei pressi di Tarquinia.

 

Coste basse e sabbiose di colore scuro, interrotte da tre promontori, il Monte Bisenzio, Capo San Bernardino, punta di Sant'Antonio. Lungo la costa orientale e meridionale Bolsena, Marta, Capodimonte, i tre centri “rivieraschi” del lago.

“Nel Grande lago d'Italia in territorio Tarquiniense, si muovono due isole boscose spinte dai venti, mostrando una forma ora triangolare ora rotonda, mai quadrata”. Plinio il Vecchio si riferisce all’isola di Martana e a quella Bisentina.

Cristina e Amalasunta. Due donne, l'isola Martana e la loro prigionia. Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV. Torturata e uccisa. Le reliquie si trovano nell’omonima Basilica, a Bolsena.

Ma è ancor più legata al triste esilio di Amalasunta regina degli Ostrogoti. Forte e intelligente, in quanto donna non ebbe vita facile. Odiata dalla stessa famiglia, tenuta prigioniera nella rocca dell'isola fino a quando fu strangolata. I pescatori locali nei giorni di tramontata sostengono ancora di sentire le sue urla strazianti.

 

Una vita decisamente più movimentata quella dell'Isola Bisentina.  Contesa, distrutta e ricostruita. Bruciata dai signori di Bisenzio, utilizzata come prigione da papa Urbano IV. Le lunghe mani dei Farnese arrivarono sin qui macchiandola di complotti, tradimenti e delitti. Al di sopra degli eventi, oggi è un vero paradiso terrestre.

 

Sette chiese più o meno diroccate, luoghi di pellegrinaggio. Tutta l'isola, pianeggiante e dirupata è coperta da una boscaglie di lecci, pioppi, platani, salici e macchia mediterranea che ricoprono anche zone più elevate con pini, ontani, cedri e aceri.

 

Le rive si allungano dolcemente verso il fondo del lago ricco di lucci, lasche, tinche, carpe e anguille. Le stesse che hanno spedito il papa Martino IV nel Purgatorio di Dante. Il raggio punificatore del poeta fiorentino attraversò monti, vallate e città fino al lago di Bolsena per finire nel XXIV° Canto. “…e purga/per digiuno l’anguilla di Bolsena e la vernaccia”.

 

Un lago e un papa. Ghiotto e vorace Martino IV, scelse Montefiascone come residenza. Passato alla storia più per l’appetito che per l’impegno pastorale, morì per grassezza ed indigestione di saporito pesce del lago di Bolsena cucinato e annaffiato con vernaccia”.
 

Gioiscono le anguille perché giace qui morto colui che, quasi fossero colpevoli di morte, le scorticava”. Nell’Ottocento,  Tommaseo commentando il passo di Dante, cita un epitaffio scolpito sulla tomba del papa gordo.  
 

Est!Est!!Est!!! Non solo vino. Dall’alto, Montefiascone mostra la via del lago con magica lentezza. Giù per i borghi medioevali tra palazzi, castelli e torri. Andar per vicoli dove aleggia profumo di basilico su vasetti di latta appesi alle finestre.

 

Sostare sulle panche con anziane donne veloci nel  ricamar merletti. Osservare i gesti dei pescatori nell’intimo legame delle reti. Gustare un bicchiere di vino e del pesce circuiti da sereni gattini. Ascoltare il linguaggio muto delle pietre e la voce del lago che  “renfia”.

 

A Marta sul lago di bolsena

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Zerasco: santi, streghe e partigiani

 

di Marta Forzan

 

Là, dove la Toscana punta il dito verso la Liguria, ci sono quattro magnifiche vallate. Una di queste s’insinua nello Zerasco. E’ terra di austere tradizioni e di gente fiera che dai suoi “erbi”, dai funghi e dai “vini”, trae una forza misteriosa che rende liberi gli uomini.

Zeri non esiste. Mille case sparse e una manciata di paesi. Noce, Patigno e Coletta. Più su Rossano, orgoglioso e litigioso per la storia. Montelama con le sue strane leggende di fidanzati trasformati in gatti. E tutto lo Zerasco, roccaforte di lotta partigiana.

Amata, contesa e sofferta. Riti e magie nei racconti. Storia scolpita nella pietra dei borghi medievali. Leggende assopite tra i lastroni d’arenaria, pronte a schizzar fuori. Paesi dell’alta Lunigiana ignorati nel tempo, sembrano risvegliarsi grazie a chi fa trekking o cerca intime emozioni. Sacro e profano s’incrociano nella valle e sull’altopiano.

A Patigno, sul Colle della Gretta c’è un santuario dedicato alla Madonna di Lourdes. E’ il primo dei tanti luoghi di pellegrinaggio. Ventitre frazioni e diverse chiese dove si venera un Santo. Sagre e feste per Sant’Anna, san Lorenzo, san Bernardo e san Terenzio.

Nella Val di Magra un male diffuso era quello del ‘lupo mannaro’. Nelle buie notti alcuni disgraziati, colpiti da epilessia, gemendo e soffiando s’aggiravano per stretti vicoli con urla strazianti. Ci voleva un santo. La scelta cadde su San Genesio, protettore del ‘mal caduco’.

Timore di un dirupo o paura dell’ignoto. Lungo sentieri, mulattiere, nei crocicchi o nei tronchi dei castagni sono incise le “maestà”, bassorilievi di marmo o pietra, raffiguranti la Madonna o i profili dei santi. Tabernacoli segno di antica evocazione rurale.

Volti collocati sopra i portali o ben visibile sulle facciate delle abitazioni, teste di pietra scolpite sulle mura di alcuni casali, imperscrutabili e suggestivi i “facìon”, dal significato misterioso. Forse una difesa dalle forze malefiche, soprattutto dal demonio.

Sono le leggende a fare dello Zerasco una zona intrisa di magia. Basta ascoltare la gente e si possono vedere le streghe che ballano alla luna. Sentire i lupi mannari che corrono sulle creste dei monti. Ascoltare spiritelli che, alla luce di strane torce, sfilano in lunghe processioni notturne con pesanti campanacci appesi al collo.

E’ di Noce, quella di un uomo indemoniato e scomunicato. Quando morì fu sepolto nel cimitero della chiesa, ma al suono delle campane si agitava nella tomba emettendo strani rumori. Dissotterrato e messo in un sacco fu gettato da un’alta roccia in un canale.

Mentre il morto precipitava si udì un rumore di catene sbattere contro le pietre. Ogni volta che la gente andava lì sentiva quel chiasso. E’ il Ponte Dei Rumori, sulla strada tra Pontremoli e Noce. Ancora oggi, di notte e a piedi nessuno ci passa.

Ribelli, quelli Rossano. La storia racconta di lotte e conflitti sin dal Cinquecento. Prima semplici scaramucce per i diritti di pascolo, di taglio della legna, di raccolta di frutti nei boschi. Poi vere rivolte contadine contro il potere dei Malaspina, signori del territorio.

“Zeri mangia del suo pane e veste del suo pelo”. L’antico proverbio risuona nella valle e ben esprime il carattere di una comunità chiusa, fiera e isolata. Fu un giornalista spezzino, certo Carlo Caselli a scoprire e a raccontare di Zeri. Era l’inizio degli anni Quaranta.

L’inviato speciale percorse a dorso d’asino tutta l’alta Lunigiana. “…una valle che non ha rapporti con il mondo.. solo due strette gole, Gordana e Teglia la collegano a Pontremoli”. Molto prima un personaggio assai più illustre descriveva senza pietà il carattere bellicoso e rissoso delle genti dello Zerasco.

“Sono armigeri quegli abitanti e sono in continua guerra con i genovesi.. il popolo grossolano benché siano tutti possidenti…e i preti ignoranti essendo puri contadini senza studio, né capacità..”. Era l’estate del 1786 e così scriveva il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, futuro imperatore d’Austria.

Sia il giornalista spezzino sia il Granduca di Toscana, forse dicevano il vero. Pare che gli abitanti della zona siano i discendenti “meno impuri” dei Liguri Apuani, le grandi tribù che tennero in scacco per decenni gli eserciti romani. A Zeri si parla anche un’altra lingua. Attenti studiosi spiegano che questo altopiano è l’ultima “isola” dei dialetti gallo-italici.

Teatro di numerose imprese di lotta partigiana, la zona fu protagonista di due rastrellamenti a opera dei tedeschi il 3 agosto 1944 e il 20 gennaio 1945, che misero la popolazione a dura prova. Fucilazioni, case distrutte dal fuoco, strage di bestiame.

Nella vallata dello Zerasco, accorsero dai paesi vicini giovani e vecchi, per la libertà. “Vallata in Fiamme” del Maggiore Gordon Lett comandante della Brigata Internazionale. “E’ il vostro libro, la storia delle vostre tribolazioni e del vostro coraggio, scritta da un inglese il cui affetto profondo per voi e per le vostre montagne non impallidirà con il passare del tempo”.

Resta una lapide e ancora ardore rivoluzionario. Oggi, più ricco di parole che di pallottole.

 

 

I BUTTERI & L’ACQUACOTTA

 

di Marta Forzan

 

L’Acquacotta, piatto tipico della Maremma grossetana. Sobria, pratica, essenziale, “quintessenza del niente” la zuppa dei Butteri. Mandriani di grana dura in groppa a cavalli forti e ombrosi. Tra pianure e paludi, per secoli hanno curato i bianchi bovini dalle lunga corna.

 

“Fece soffriggere mezza cipolla con l’olio che teneva in una bottiglietta. Versò il contenuto nella pentola con l’acqua che già bolliva. Affettò un po’di pane in una scodella, poi ci rovesciò sopra il contenuto della pignatta. Aggiunse un ciuffetto di mentuccia, un peperoncino piccante e un pizzico di sale. C’era un buon odore”.

 

Davvero la miseria fa miracoli gastronomici. Savelli, scrittore pitiglianese, vide e gustò la zuppa “sul campo”. Nella vecchia realtà maremmana, aspra e desolata, quando i mandriani su forti cavalli, con poca roba in tasca, curavan le vacche dalle lunghe corna.

 

Sobria, pratica, povera. l’Acquacotta affonda le radici nella dura terra della Maremma grossetana. Era la zuppa di carbonai, spaccalegna e mandriani. Oggigiorno gli ingredienti sono gli stessi. Verdure selvatiche, cicoria di campo, pane raffermo e olio extra vergine di oliva, messo a crudo al momento di servire.

 

Maremma amara e focosa. Maremma del Fattori e del Fucini. Natura selvaggia e cielo terso. Giallo delle ginestre, rosso delle tegole e l’ocra del tufo. Poi, i cupi colori delle boscaglie fino al bianco spumeggiare del mare. Suono di campane dei borghi antichi, frusciare del vento tra i canneti e muggiti di mandrie brade.

 

Libertà e avventura. La vita romanzata dei Butteri, mandriani di grana dura. Uomini che avevano il compito di domar puledri selvatici della Toscana. Marchiare e portare al pascolo centinaia di vacche bianche, tra i giunchi delle paludi salmastre.

 

Settimane di lavoro segnato da vento e pioggia. Bivacchi intorno al fuoco, appoggiati alla bardella o basto, le selle. E di fianco, le “catane”, tascapane con dentro l’olio, il pane, il sale, e quant’altro utile a cucinar l’acquacotta. La “quintessenza del niente”.

 

Mentre le bestie brucavano nel lento ruminare, i Butteri cercavan erbe per bollirle e unirle alla pancetta o lardo, cipolla e altri odori di stagione. Un cipollotto o un capo d’aglio. C’era sempre un “pignattino” per raccogliere l’acqua dai ruscelli. Giorni vissuti in Maremma, nelle lunghe distese delle Paludi della Trappola, a nord dell’Ombrone.

 

Antica terra dei Butteri, degli armenti, delle paludi e della malaria. Di una leggenda entrata nella storia scandita da galoppi, nitriti, muggiti e canti antichi. Fatica, forza e coraggio degli uomini di Maremma, per secoli in lotta contro una natura ribelle e difficile da domare.

 

Il Buttero e il cavallo. Compagni inseparabili. Dignità e fermezza dell’uomo, forza e sicurezza del Sauro. Conosce il territorio, sa dove andare, quali strade scegliere, come passar la macchia e dove guadare la padule. 

Un epitaffio del Ruspali, quasi congeda il buttero. "Maremma morta/metti la sella all'ultimo cavallo/che voglio andar via da questa terra/E lega sulla sella una canestra/con dentro una zanzara imbalsamata/una ricotta ed un fiore di ginestra/Togli dal fontanile quello stemma,/che me lo porto via nella bisaccia/ora che è imbastardita la Maremma".

 

Tuttavia il lavoro dei cowboys nostrani sopravvive in alcune zone. Accompagnano amanti della natura lungo percorsi impervi. Li trovi durante la marcatura dei vitelli ancora praticata nelle ultime aziende di allevamento. O nella doma dei puledri destinati ai maneggi.

La “marca”, evento più importante dell’anno, quando vitelli e puledri vengono marchiati dopo essere stati radunati e contati dai butteri. Dopo mesi di fatiche, per allevatori e mandriani, è motivo di orgoglio e di festa, dove poter mettere in mostra i loro bellissimi esemplari maremmani.

 

Non vuoi assistere alla “marca”, né alla “doma”. Neppure montarli, hanno il basto pesante e le briglie spesse, dure. Ne vedi uno che “rompa” brusco e intero. Poi corre nel rosso d’autunno verso il mare increspato. Fiero, regala un nitrito. Attimi brevi come steccati scavalcati da un’idea. Nel silenzio d’una immagine nel cuore. Una corsa nel vento.

 

Ha i tratti d’un affresco a forti tinte, l’avventura dei butteri, dipinta con parole e gesti dal vecchio mandriano segnato dal tempo. Sorseggia il Morellino di Scansano. Uva sangiovese e alicante. Rosso rubino e sapore asciutto, dice. Intanto s’asciuga la bocca col fare antico di chi ha dormito sotto un tetto di paglia con la testa sul basto. Tra le rughe della sua terra.

 

Sul tavolo fette di pecorino, pane casereccio e l’Acquacotta nel “piatto burino”. E’ quella vera, col nome antico. Di quando era fatta di sola acqua, pane abbrustolito, qualche verdura raccolta nei campi, un uovo, olio e cacio. Il vecchio canta e declama poesie.

Appena l’omo fu venuto al mondo, per dimostrar ‘l su’ talento…si messe ad annusar i frutti de la terra..e ti ‘nventa ‘na minestra saporita che mandava l’odore da lontano, fatta di niente. E la chiamò acquacotta”.

 

L’occhio complice dell’ascolto s’è chiuso nella parola che viaggia nella corsa d’una criniera al vento. Nella Maremma amara. Un luogo, un tempo dove non s’incontreranno mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il gigante Appennino del Giambologna (1579)

 

 

FIRENZE, VILLA DEMIDOFF

LA MALEDIZIONE DEI MEDICI

di Marta Forzan

 

Silenzi di una dimora medicea teatro d’amore e d’ombra. Piangono le mura, tace il giardino. Poco resta della fiabesca tenuta di Pratolino, alle porte di Firenze, voluta da Francesco I de’ Medici per Bianca Cappello. Oggi, il Parco rinato è meta di turisti e fiorentini.

 

 

Francesco e Bianca. Amore intenso e maledetto. Lui, principe triste. Lei, bella e sfrontata. Correva l’anno 1563, quando la giovane veneziana, moglie del nobile fiorentino Pietro Buonaventuri, incontrò Francesco figlio del granduca Cosimo de’ Medici, reggente di Toscana. Un colpo di fulmine che durò ventiquattro anni.

 

Non certo statista illuminato, costretto ad un matrimonio di stato con Giovanna d’Austria, donna di grana dura altera e fedele, Francesco amava rifugiarsi nel piccolo studio tra le mura di Palazzo Vecchio. Alchimia e solitudine, uniche passioni.

 

C’è quasi sempre un giorno che segna l’inizio della fine. Lo sguardo di Bianca penetrò quello del Principe. Un attimo, un destino. Francesco dal suo malinconico studiolo, girò pagina, passando quasi tutto il suo tempo in compagnia di Bianca, nell’appartamento di lei, al n. 26 di via Maggio, nei pressi di Palazzo Pitti.

 

Non poteva essere una dimora di così tanto amore. Era il 1568 e per tremila scudi acquistò un vasto appezzamento di terra in località Pratolino, lungo l’antica via Bolognese che da Firenze s’inoltra verso l’Appennino.

 

Un posto aspro e impervio. Sfidando natura, ira del padre Cosimo e disprezzo del popolo fiorentino, Francesco, complice l’amico Buontalenti, creò una sorta di Parnaso, un festoso luogo dove godere agi e “divertissement” tipici dell’epoca. Un soggiorno per Bianca.

 

Regale la villa, grandioso il parco. Circondato da folte abetine era impostato su di un asse centrale lungo il quale scorrevano, verso Firenze, le acque. Scenario fantastico fatto di grotte, statue che emettevano dolci musiche, labirinti, voliere, viali di zampilli dove era possibile camminare senza bagnarsi.

 

Protagonista, l’acqua. Scaturiva dall’alto, dalla Fonte di Giove e scendeva a valle attraverso il Parco degli Antenati. Un’alchimia di dèi mitologici con quelli di terra toscana. Le Fontane di Giove e del Mugnone, la grotta di Cupido e il Gigante Appennino.

 

Qui, sposi segreti, vissero Francesco I de’ Medici e Bianca Cappello. Donna astuta e maliziosa, lei. Uomo innamorato e debole lui. Morirono insieme, nel 1587 a poche ore l’uno dall’altra, avvelenati. Il perché si deve alla penna dei cronisti dell’epoca.

 

Potere e Granducato al centro delle versioni. Tre i protagonisti certi. Francesco de’ Medici, il cardinale Ferdinando, suo fratello e Bianca Cappello. Incerta la dinamica. Si parla di una torta avvelenata preparata dalla donna per evitare che il cognato rivendicasse il ducato.

 

Nelle ampie stanze, negli anfratti dei vasti giardini protetti dalla quiete della campagna o dalle grandi mura della città si consumavano intrighi, veleni e vendette. Ma i nobili dell’epoca avevano i sensi all’erta.

 

Il cardinale, fiutato l’intrigo, passò abilmente la torta a Francesco. Bianca nel vedere morire il marito tra spasmi e terribili dolori, lo seguì ingerendo l’arsenico. Tante ipotesi. Nessuna certezza.

 

Bianca e Francesco. Una pagina di storia sbiadita e distrutta dal rancore dei Medici. Ritratti, stemmi, suppellettili, abiti e soprattutto documenti andarono in fiamme. Il corpo del principe trovò riposo nelle Cappelle Medicee di Firenze. Quello di Bianca Cappello, sparì nel nulla.

 

La villa e il parco abbandonati all’incuria. Solo il giardino, in parte recuperato dai Lorena, passò nel 1872 al principe russo Paolo Demidoff al quale si deve il nome. Oggi appartiene alla Provincia di Firenze ed è aperto al pubblico.

 

Basta prendere l’autobus 25 A dalla stazione di Santa Maria Novella per arrivare di fronte al custode del parco, il colossale Appennino. E’ lì dal Cinquecento. E nasconde la verità del principe triste e della splendida veneziana.

 

Questa non è una favola, ma una storia vera, fissata anche, per la prima volta, su 361 metri di pellicola in bianco e nero. Era il 1909. Il regista, Mario Caserini.Il titolo del film muto, BIANCA CAPPELLO.

 

Se le versioni non sempre coincidono, è accaduto davvero. Scoprire il destino di Francesco e Bianca è come sentirne le voci lungo i viali di Villa Demidoff. Fermarsi di fronte al gigante Appennino, guardarlo e chiudere gli occhi. Poi, nel verde, ritrovare il passato.

 

 

Tag : Bianca Cappello, Firenze, Francesco I de’ Medici, Pratolino, Toscana, Villa Demidoff  

 

 

 

 

Discesa dell’Orrido di Botri © CAI di Lucca

 

L’ORRIDO DI BOTRI

di Marta Forzan

 

Nell’Alta Toscana c’è una gola calcarea di suggestiva bellezza. E’ l’Orrido di Botri, uno dei canyon più profondi d’Italia. Importante Riserva naturale dove si dice che il lupo e l’aquila reale s’incontrino al calar del sole, nelle magiche notti d’ottobre.

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Nel cielo vola l’Aquila Reale. Sospesa nel baratro. Sfrutta la corrente che sale dalla stretta gola da brivido. Le grandi ali aperte nell’attimo toccante di un’antica nobiltà che regna sulle impervie pareti dell’Orrido di Botri. Profondo canyon scavato dall’impeto del Rio Pelago tra le rocce dell’Appennino.

 

Dalla gola arrancano muschi e arbusti, frassini, carpini e faggi, piegati nell’ardua ricerca dell’unica striscia di luce che riesce ad insinuarsi, offuscata dallo scuro abbraccio delle rocce, in alcuni tratti, alte fino a 200 metri.

 

Scrigno di natura che domina, trasforma, s’adegua. Acque che lambiscono macigni creando antri, gole, cascate. E’ il “canyon” della Toscana, uno dei più profondi d’Italia. Area protetta, sulla Strada dei Duchi dominata dalle cime del monte Rondinaio e delle Tre Potenze che sfiorano i 2.000 metri di altezza.

 

Se dalle antiche mura di borghi medievali s'alzano torri e campanili, nelle pieghe del paesaggio toscano s’annidano paradisi di vita animale e vegetale. Verde vallata che divide le Alpi Apuane dall'Appennino. Sulla cima di uno sperone roccioso s’impenna Montefegatesi, il cui nome deriva dalla presenza di argille color fegato.

 

Strette e ripide vie di pietra, abitazioni rurali costruite a ridosso delle mura antiche, sottopassaggi e scalinate. Case una sull’altra, terrazze e balconi nel vuoto. La chiesa del Cinquecento, loggiati e campanili che svettano accarezzati dal vento.

 

Qui soggiornò Dante Alighieri, nel suo lungo peregrinare durante l'esilio. E qui, il Sommo Poeta di fronte all’impressionante spaccatura e al lavorio del tempo, trasse lo spunto per creare l’ingresso dell’Inferno e gli antri del Purgatorio.

 

Dante e Montefegatesi. Uno stretto legame. Là dove un tempo sorgeva la Rocca, nel punto più alto del paese c’è la statua a lui dedicata. Ormai sono rari gli anziani che possono vantarsi di conoscere a mente tutta la

Divina Commedia, spazzati via dall’età e dai venti della guerra.

 

Ma è sempre luogo di leggende come quella del “foionco” vampiro del pollaio, agile puzzola che andava ad agitare i sogni di bimbi ribelli. Occhi scintillanti e denti aguzzi, impediva il sonno ai più vispi, sempre all’erta per scoprir l’arcano. E la prova era nell’aia. Cimitero di galline.

 

Anche nei pressi dell’Orrido di Botri, sul ciglio che separa la luce dalle tenebre, si dice sia tornato il lupo. C’è chi ha visto il suo profilo al calar del sole, chi l’ha sentito ululare nel lungo richiamo del vento. Rimbomba nel precipizio fino alle occulte tane. Poi svanisce lassù dove l’aquila danza nella brezza leggera. Sui pendii delle rocce dove ha fatto il nido.

 

Dal balcone sulla sommità del paese, si domina tutta la valle della Fegana e quasi si toccano il Rondinaio e le Tre Potenze. Da una parte l’Appennino, dall’altra Le Apuane. E nelle giornate più limpide si scorge il mare.

 

Da Montefegatesi scende un viottolo che si fa presto sterrato e stretto. Orme di caprioli, daini, marmotte e volpi. Piume del falco pellegrino, del gufo reale, dello sparviero e dell’aquila reale, simbolo dell’Orrido di Botri.

 

Lo spettacolo è subito emozionante. Si salta di pietra in pietra. Di sasso in sasso mentre l’acqua che scorre dentro la gola è limpida e pura. Il passo è svelto poi rallenta nell’antro del canyon. Inevitabile bagnarsi. Fatale la meraviglia di fronte al prodigio dell’acqua che col suo lento scorrere ha creato un monumento della natura.

 

Al varco delle Guadine le pareti dell’orrido si stringono, quasi si toccano e il cielo si allontana su, a un centinaio di metri. Il torrente si riduce a un metro di larghezza, mentre l’acqua arriva già alla vita. Da qui, i cinquecento metri più suggestivi.

 

Curve secche e strette si aprono in piccoli spazi, poi il Solco Grande si stende tra pareti a strapiombo. Tutto stupisce. Le cascatelle, l’eco che rimbomba, l’acqua nebulizzata che sale verso l’alto offuscando la vista. Muschi aggrappati alla roccia, vere e proprie colonie di felci e arbusti di salice.

 

E’ un’avventura inoltrarsi tra guadi e rocce sporgenti. Guizzare da a un masso all’altro, scivolare, cadere, rialzarsi tra brividi di freddo, bagnati fino all’osso, e sussulti di piacere nel fermarsi a guardare verso l’alto il ciglio irraggiungibile dell’Orrido.

 

Intanto si sale ancora fino a terrazze naturali dove pendono corde scivolose. Punti i piedi e sali di pochi metri su piccole sporgenze. Ancora cascate e spiazzi scavati nella roccia tra pareti color smeraldo. Sei dentro la terra che ti stringe e t’abbraccia col suo humus fragrante di muschio.

 

Più avanti, il sentiero diventa impossibile, franoso, scivoloso. E ti arrendi. Oltre, ci vanno solo gli esperti. Quelli bravi che non s’improvvisano “torrentisti”. Quelli che seguono le guide del CAI di Lucca, con torce, funi, mute e caschi. E, per dirla con Dante, quelli che per “uscir a riveder le stelle” affrontano un’altissima parete.

 

Allora non resta che cercare la luce tornando indietro. Aggirare l’ostacolo su per un viottolo fino al ciglio dell’orrido. Al limite tra il verde e il baratro, aspettando il tramonto mentre un’ombra scura vola nell’aria e copre con le sue grandi ali gli ultimi raggi del sole.

 

L’ascesa, lo stallo, il volo, la grazia. Poi si posa su di un picco, lontano. Cogli la bellezza del cielo, la tenerezza della terra e l’intenso odore dei boschi. Aspetti nella speranza di un dono prezioso, di un privilegio riservato alla leggenda. Ti sembra di vedere la figura del lupo stagliarsi sullo sfondo imponente della roccia.

 

Una folata d’aria fredda cancella il profilo. Istante fugace. L’abbandono di un sogno.

Tag: Toscana Garfagnana Orrido di Botri Montefegatesi Aquila Reale

 

 Poppi

 

POPPI. PASSEGGIATA MEDIEVALE

di Marta Forzan

 

Storie, leggende e fatti legati ai conti Guidi, feudatari del Casentino, in Toscana. Un’autunnale gita medievale nel borgo di Poppi alla ricerca di personaggi celebri e di scorci duecenteschi avvolti da cupe leggende di duelli e delitti.

 

I Guidi e Poppi. Binomio storico del Casentino, la culla dell’Arno tra Arezzo e Firenze. Il nobile casato e la “città murata” alla cui sommità svetta il castello, protagonisti del Duecento e delle sue guerre. Dei poemi e dei trovatori. Di dame e cavalieri.

 

L’autunno è la stagione più bella per raggiungere l’antico borgo medievale. I boschi di abeti, pini e frassini s’ infiammano di una gamma di caldi colori verdi che sfiorano il rosso e sfumano in giallo, illuminando le colline con slancio vitale. Paesaggi silenziosi e meditativi in una terra che parla il linguaggio della natura.

 

Si sale a piedi seguendo il “deng-deng” di Ilario che martella il ferro. Quel suono metallico e ritmato indica la via del centro storico. Poppi regno del ferro battuto, del celebre “panno di lana”, dei conti Guidi e del loro Castello, progenitore di Palazzo Vecchio a Firenze, legato a sordide e affascinanti leggende di amanti, duelli e intrighi.

 

Cinque sono le porte originarie per accedere al centro. Porta Fronzola, porta a Porrena, porta a Badia, porta dell’Alberghiera e porta delle Monache, proprio sotto al castello dei Guidi. Ancora su sfiorando il seicentesco Oratorio della Madonna del Morbo. Raro esempio di “barocchetto toscano” a pianta esagonale con cupola a squame che deve il nome alla clemenza della Vergine a protezione dalla peste.

 

Tutto il borgo ha una tipica forma a fuso tagliato al centro dall’attuale via Cavour scortata da edifici e palazzi con la scia di portici,elemento architettonico raro in Toscana, che permettono di passeggiare nel paese in tutta la sua lunghezza, al riparo del maltempo.

 

La via s’arrampica verso il “pratello”, la piazza d’armi sul quale domina il castello. Questo, racconta Ilario, artista del ferro e cultore di Poppi, era il luogo preferito dai cavalieri per duelli e sfide. Si dice che gli stessi conti Guidi offrissero loro i padrini. Pare avessero fatto costruire un sepolcro per quelli uccisi durante gli scontri.

 

Clangore d'armi, di spade e d’armature. Sono in diversi, a Poppi, a sentire chiasso ferrigno. Proprio nelle notti ventose, sul piazzale antistante il Castello e nella campagna circostante, teatro nei secoli passati di numerose e sanguinose battaglie.

 

Il piazzale è oggi un tranquillo giardino. Nulla fa pensare a sanguinosi eventi. S’avvicina il tramonto e il castello si colora d’autunno. Compatto e d’aspetto roccioso. Espressione di forza e solidità. E’ l’ impressione che si ha di fronte al maniero. Ammirevole freddezza asimmetrica della doppia facciata. Disorienta e stupisce. Quasi cieca la prima, ingentilita da bifore l’altra.

 

Sopra svetta la Torre del Diavolo, muta testimone di cruenti fatti. Leggenda e storia si fondono in parole, scritti e detti popolari. Telda, vedova di uno dei conti Guidi, mai sazia di “emozioni”, era solita attirare nel palazzo giovani abitanti del paese e, dopo aver soddisfatto “quei” desideri, li faceva uccidere senza pietà.

 

Una sollevazione popolare la ridusse prigioniera proprio nella torre dove morì di fame e stenti. Secondo la leggenda quei “poveri diavoli” caduti nella trappola d’amore animerebbero ancora le notti del castello.

 

Circondato da mura di cinta con merli guelfi, da un ampio fossato e con al centro la torre, fu costruito su un’antica fortificazione longobarda da Lapo, maestro di Arnolfo di Cambio, nel 1274. Abitato per circa quattrocento anni dai “Conti Guidi”, il castello di Poppi è da sempre legato alle sorti di una delle più potenti famiglie toscane.

 

La trasformazione da vecchio maniero a nobile residenza, tra le più belle della Toscana, si deve al conte Simone da Battifolle. Rafforzò le mura, creò un prestigioso cortile interno e la splendida scala in pietra che porta su, fino alla loggia della torre. In cima, fiero custode ritratto in arme con scudo e spada, c’è Simone.

 

Se fuori, il castello è freddo e distaccato nella sua bellezza, l’interno è caldo e accogliente nella sua nudità. Si respira la vita dei nobili dell’epoca nei saloni, sui ballatoi in legno e sulla scala del Turriani che sembra muoversi attorcigliata su se stessa.Uno dei rari esempi rimasti in Italia.

 

Escher deve essere stato qui. Qui, forse s’è accesa la capacità grafica nel creare le sue famose “Scale”. Penombra e fragranza di legno antico nell’antica biblioteca, al piano di sopra. Manoscritti, incunaboli e trecenteschi codici miniati di Jacopo del Casentino. Ma qualcosa ricorda che proprio questa stanza ospita fantasmi di penna. Poeti, scrittori e scrivani di corte che popolarono le storie del Medioevo.

 

Dall’alto si sbrogliano le mura medievali, viuzze, loggiati, le locande dove si prepara “il tortello di patate” e gli artigiani che chiudono bottega. Mentre il sole volta pagina e stridono le serrande con colpi secchi, in basso di fronte al castello, il volto bronzeo di Dante Alighieri osserva la piana di Campaldino.  

 

Presso i conti Guidi, trascorse alcuni anni del suo esilio. Da Poppi poteva “rimirar” quella valle nella quale fu giovane guerriero. Nonostante la benevolenza dei suoi protettori, qui assaporò e provò, " come sa di sale / lo pane altrui e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale".

 

 

 

Borgo a Mozzano, Ponte della Maddalena o Ponte del diavolo


Toscana. DIAVOLO DI UN PONTE

 

di Marta Forzan

 

Nei pressi di Borgo a Mozzano, a monte di Lucca, c’è un ponte davvero strano. E’ lì dal 1100. In una terra ricca di leggende, eventi strani, grotte nascoste e paesi scomparsi. Si dice che qui, Belzebù sia di casa.

 

Si sa che Belzebù ha “costruito” ponti in varie parti d’Europa privilegiando paesaggi inquietanti. Dove le nebbie autunnali copron di mistero cose, case, boschi e fiumi. Ma quello di Borgo a Mozzano è davvero speciale. Fatto così bene che alla veneranda età di quasi mille anni e nonostante le piene del Serchio è lì, ancorato alle sponde.

 

Percorrendo la statale SS12 da Lucca verso la Garfagnana, magica terra di fiabe e segreti, gnomi e streghe, si arriva a quel ponte medievale dall’ inconfondibile profilo e che pare uscire dall'acqua con le sue zampe e col suo lungo collo che si perde nella foschia.

 

Unico, inquietante e surreale per quell'arco dominante a tutto sesto e a schiena d'asino. Alto e sottile. Diavolo d’un ponte in pietra con tre archi a digradare che scivolano su una sponda mentre l’altro affianca l’irta gobba centrale e s’aggancia sull’altra riva.

 

Par d’essere dentro un libro di fiabe con figurine di greggi che arrancano sul ponte, una pecora dietro l’altra col pastore a testa bassa e passo veloce per superar l’arco maggiore e non guardar di sotto, nel fiume. Belzebù aspetta da anni che qualcuno s’affacci. Per tirarlo giù e vendicarsi d’esser stato beffato.

 

Il Diavolo, La Maddalena e Matilde di Canossa. Bizzarro, ardito, asimmetrico. Nomi e aggettivi che s’impigliano tra storia, leggenda e racconti popolari. Di certo fu la contessa Matilde di Canossa che nel 1100 lo fece costruire per chi era desideroso di recarsi ai Bagni di Lucca.Ponte della Maddalena, per via del vicino oratorio. Ponte Matilde di Canossa, ma qui  tutti lo chiamano Ponte del Diavolo. Perché la sua leggenda è più forte della storia.

 

In un’epoca di sussulti guerreschi per spartire terre e strade c’era una “regola a chetar  l’anima” di chi arraffava per diletto o per conquista. L’ambiente naturale non doveva essere trasformato e le “trasgressioni” esigevano riti purificatori. Un ponte era una violazione, una sfida vittoriosa sulla corrente del fiume. La benedizione di un “sant’uomo”sistemava tutto.

 

Del costruttore del ponte di Borgo a Mozzano non si ha notizia ma si dice che per un’opera così ardita sia stato necessario l'aiuto del Diavolo. Qui, la storia lascia il posto alla leggenda. Si racconta cheil capomastro addetto ai lavori, avesse serie difficoltà nel terminare il ponte per la data dell’inaugurazione. E in quei tempi le teste volavan come cappelli.

 

Santi, profeti e martiri furono chiamati dal pover’uomo. Più li invocava più passava il tempo. Quale occasione migliore per Belzebù ghignante e ghiotto. Aspettò beffardo fin quasi allo scadere del termine prefissato. E saltò fuori da sotto un’arcata traballante.

 

Pelle nera, zoccoli caprini, ciglia inarcate, colse l’attimo e propose un patto. Il ponte fatto e finito in una notte. In cambio, l’anima del primo sciagurato che vi sarebbe passato. Nella disperazione di perder più la testa che l’onore, l’uomo accettò. Tanto che il giorno dopo, lo strano e sofferto ponte stava lì dritto con la schiena arcuata. Proprio com’è oggi.

 

Come stabilito, arrivò il vescovo di Lucca che benedisse il ponte. Poi la scena resta sospesa nell’aria e nel mito come un quadro appeso ad un muro. Sotto, il diavolo arrotava gli unghioni con sorriso beffardo, il serafico prelato in testa alla processione inaugurale si accingeva ad attraversalo mentre il capomastro venne preso da terribili rimorsi.

 

Svelò il mistero. Il Vescovo, in bilico su di un piede, osservando bene la struttura strana e irregolare, fece due calcoli, pensò alla sua anima e senza indugi lanciò un pezzo di “stiacciata” (schiacciata) sul ponte. Un maiale le trotterellò dietro per mangiarsela.

 

Il diavolo, pronto a riscuotere quanto dovuto, si vide gabbato e lanciò un urlo che fece tremare tutta la valle tranne il ponte. Cercò di distruggerlo a testate e calci, ma la costruzione ormai benedetta restò in piedi mentre Satana precipitò nel fiume.

 

Belzebù, in realtà, non si è mai dimenticato d’esser stato tradito da quel costruttore e beffato dalla Chiesa. E’ sempre lì in agguato, nascosto, invisibile, ai piedi del ponte, in attesa di riscuotere la sua anima. C’ è andato spesso assai vicino in più di mille anni. Ha persino rubato una collana di rubini ad una nobildonna che si spose per curiosità.

 

 

E’ soltanto una leggenda, come ce ne sono altre. Sono tanti i “Ponti del Diavolo”. Vicino a San Sepolcro, in Sardegna, in Svizzera, in Francia. Anche l’acquedotto spagnolo di Tarragona è chiamato “Puente del Diablo”. Che gran lavoratore dev’esser stato Satana.

 

Senza tirare in ballo il diavolo, Il Ponte della Maddalena e una mirabile opera di ingegneria medievale. E tutto sta nella sua struttura leggera e slanciata. Nei piloni ber ancorati,  nell'alto e lungo arco centrale "a schiena d'asino". Un’agile costruzione capace di far resistenza all'acqua, e senza eccessive spinte sui lati.

 

Strano, bizzarro e solido, il Ponte del Diavolo è un pilastro architettonico della Garfagnana e ben si addice al paesaggio rigoglioso d’estate, cupo e intrigante d’autunno. Si resta incantati dalla forma, attratti dai racconti e titubanti nell’attraversarlo. A guardare giù nessuno ci prova. Perché, a dirla tutta, la leggenda continua.

 

Belzebù starà nascosto lì, sotto un pilone, fino a quando qualcuno, ignaro di tutto, nell’attraversare il Ponte della Maddalena, si fermerà anche solo per un attimo, nel punto più alto ad osservare le acque del Serchio. Povero Diavolo che intanto ha fatto collezioni di macchine fotografiche penzolanti, telefonini, collane e occhiali di chi con scettico sorriso s’è affacciato. E lui ghignante, rigonfio non sa che farsene di tutta quella roba.

 

E’ l’anima che vuole. D’altronde ogni promessa è un debito. Come biasimarlo.

 

Tag:  Toscana, Garfagnana, Borgo a Mozzano, Ponte della Maddalena, Lucca, Italia,

  

 

 

 

 

 

Sul Lago d’Orta con Balzac

 

di MARTA FORZAN

 

 

 

Stradine a raggiera affollate di paesini accoccolati tra silenziose colline. Cusius per i romani piccolo gioiello sopra il Lago Maggiore. Solitario e dai fasti discreti il Lago d’Orta, un’oasi di tranquillità e pura poesia.

 

 

Camelie, azalee, rose, lilla e margherite. Un bouquet floreale nella piazzetta Motta del borgo di Orta, gioiello d’archiettura medievale coi vicoli stretti e suggestivi. Tra sedie e tavolini di un caffè all’aperto, ascolti la voce del lago.

 

Un tramonto primaverile e un’atmosfera languida scandita dalle note di un pianoforte che scivolano dalle finestre del palazzotto cinquecentesco. Tornano in mente i versi di Balzac. "Un delizioso piccolo lago ai piedi del Rosa, un'isola ben situata sull'acque calmissime, civettuola e semplice”.

 

“…Il mondo che il viaggiatore ha conosciuto si ritrova in piccolo, modesto e puro: il suo animo ristorato l'invita a rimanere là, perché un poetico e melodioso fascino l'attornia, con tutte le sue armonie e risveglia inconsuete idee....è quello, il lago, ad un tempo un chiostro e la vita…”

 

Magico affresco del Lago d’Orta con l’Isola di San Giulio, il più romantico dei laghi italiani che ha ispirato anche Browning, Nietzsche, Rodari, Soldati, Montale e continua a contagiare chiunque si lasci avvolgere dalle sue suggestioni. 
 
Forse sono le montagne che lo fanno sembrare più piccolo, forse quelle coste strette che abbracciano l’acqua, forse quell’isola nel mezzo, San Giulio, un gioiello. Forse la storia d’origine romana. Il Lago D’Orta è davvero un angolo di paradiso.

 

Bisogna andare in salita se dal lago Maggiore si vuole raggiungere il più piccolo dei laghi prealpini. Il languido Cusius, come lo chiamavano i romani è un gradino più in alto, a un centinaio di metri di dislivello.

 

E per essere diverso da tutti gli altri laghi, nel suo snobismo raffinato, spinge le sue acque verso le Alpi invece che verso il mare. Prendendosi beffa della natura, fa uscire il suo piccolo fiume, il Nigoglia dalla punta nord verso la Svizzera.

 

Raccolto, chiuso, dolce. Bellezza eterea del piccolissimo lago. Misurato nei suoi fasti e impreziosito da suggestive architetture. Non cerca lussi smodati ma raffinati e semplici scorci, angoli, paesaggi sfumati. Pura poesia.

 

Stretto tra la pianura novarese e l’incedere di curve delle colline che s’innalzano nelle montagne dell’Ossola, quest’angolo di Piemonte ai piedi del Monte Rosa ha incantato anche musicisti, pittori e chiunque cerchi pace lontano dagli scossoni del tempo.

 

Una striscia d’acqua di tredici chilometri e larga quasi due. Nel mezzo un isolotto in miniatura col borgo in miniatura. L'isola di San Giulio occupata dalla Basilica e da palazzotti che s’increspano sulle verdi acque. Un minuscolo attracco con ippocastani.



 

Con un solo gesto della mano e la forza della parola. Stese il suo mantello sull’acqua e, senza bagnarsi si recò sull’isola. Lì, rimase fino alla morte nella sua ultima chiesa. L'anello d’una enorme vertebra trovata nel '600 è appeso a una catena nella Basilica di San Giulio.

 

Affascinante scrigno dove natura, arte e cultura s’intrecciano come per magia nell’atmosfera rarefatta tipica dei laghi. La piazzetta di Orta par toccare la riva opposta tanto è vicina. Oltre l’isola, le case di Pella e sopra la Madonna del Sasso.

 

Alle spalle, la riserva naturale col Sacro Monte, un promontorio che forma lo stretto di Bagnera. Basta salire lungo una stradina a raggiera per trovare piccoli borghi aggrappati alla collina. Quarta Sopra e di Sotto, Germano, Campello Monti e Sambuchetto.

 

Altri scivolano nel lago, Omegna e Gozzano ricchi di folclore. Angoli di cultura, intimi e silenziosi dove l’aria s’intrufola nelle chiese e nei seminari in cui si tengono concerti sinfonici sulle arie di Bach e Vivaldi.

 

Arriva la brezza col profumo di gardenie nel “Salotto del borgo”, la piazzetta Motta di Orta chiusa su tre lati da edifici coi suggestivi portici. Svolazzano i bianchi tendaggi e invitano a salire sulla ripida via a picco sul lago. Il maggio sboccia con la festa floreale di Ortafiori.

 

 

 

 

 

Palazzo Comunale Montepulciano © Tonj Lardani

Toscana. Montepulciano, la Nobile

di MARTA FORZAN

 

Sotto un manto di neve, il travertino dorato della Basilica di San Biagio. “Castella” di gentiluomini e masnadieri. Dossi e poggi tra cipressi e ulivi. Angusti vicoli tra le volte medievali della nobile città toscana vestita anche d’arte barocca.

 

Si comincia in sordina, coi graziosi paesetti di Sinalunga e Torrita di Siena, appollaiati su dossi e poggi che s’affacciano su vallate ampie segnate da filari di alberi, siepi, vigneti e da splendide architetture. Poi la sorpresa, Montepulciano.

 

Ai piedi di un colle, ammaliati dal duplice filare dei cipressi, c’è il Tempio di San Biagio di Antonio da Sangallo il Vecchio. Rotondeggiante opera incompiuta con uno dei due campanili mozzati di bramantesca memoria sia per la posizione defilata dal centro, sia per la concezione architettonica. Armonia del Rinascimento.

 

Sulla ripida salita già si percepisce lo splendore di Montepulciano, una delle perle della vasta collana dei centri storici senesi. Atmosfera medievale, suggestione intensa e profonda di chiese, regge e fontane. Cosimo I de’ Medici la chiamò “città nobile”.

 

Concentrato d’arte, storia e folclore che trasuda da ogni pietra. Persino nel popolo c’è gusto arcaico. Ognuno dal suo pulpito baroccheggiante. Il prevosto parlotta col contadino o l’antiquario, il fornaio spilluzzica il pane nella corte sotto un nugolo di piccioni amici. Parole e gesti nel placido scorrere della vita quotidiana. Alla maniera dei toscani.

 

“Un toscano, qui, si sente a casa dei nonni. L’aria che respira è di famiglia. Poveri nonni etruschi: panciuti, calvi, grinzosi…. seduti o sdraiati sui coperchi dei sarcofagi, sembrano voler custodire nella tomba un segreto di cui essi hanno perduto la memoria”.

 

Così osservava Curzio Malaparte in visita sui colli poliziani di Montepulciano. Un angolo di Toscana dal sapore antico. Dall’origine etrusca al rigore medievale fino allo sfarzo lineare del tardo barocco. Tutto attorno alla Piazza Grande, il punto più alto della città.

 

E’ tutto un fiorir di edifici uno più bello dell’altro fino alle logge del Mercato, al palazzo Cervini, palazzo Comunale, palazzo Cantucci e palazzo Tarugi, forse del Vignola. Solo, in mezzo alla Piazza Grande con balconi, terrazze e archi bui ritmati da semicolonne ioniche poggianti su alti piedistalli.

 

Una teoria di palazzi e “castella” legati a nomi come Sangallo, Vignola, Ammannati e al rococò di padre Andrea Pozzo. La perla del ‘500 si apre in via Roma, lunga e tortuosa. Una salita di ghirigori fino al Duomo con la facciata di muro grezzo. Splendida scenografia del bel pozzo Dei Grifi e dei Leoni col turrito e merlato Palazzo Comunale.

 

Sono nati qui Angelo Ambrogini detto il Poliziano e papa Marcello II. E qui è nato il “Bruscello” (arboscello), rappresentazione teatrale popolare che si tiene nei mesi estivi. Lo spettacolo è nato sulle aie, all’ombra d’un albero, tra gli uliveti e filari d’uva. Legato alle feste dei raccolti per prendersi in giro e divertirsi dopo lunghe ore di sudore.

 

Diventa passione nella Piazza Grande in chiave di melodramma. Nessun professionista, solo operai, contadini e studenti, e col tempo la rude parlata aretina s’è stemperata nelle più dolci inflessioni della terra senese. Mistero e baccano. Tuoni, rulli di tamburi, grida.

 

Si narran vicende storiche che colpiscono la fantasia popolare. Alla ribalta personaggi come Ghino di Tacco, Bertoldo, Pia dei Tolomei, Guerin Meschino. Il Bruscello è il più antico teatro toscano che si conosca. Corazze, elmi, pennacchi e mantelli fatti in casa.

 

Colline e valli da secoli crogiolo di tradizioni. Preservate, cantate e raccontate con ironico far toscano, in gruppo o da soli. E il personaggio più amato e atteso nelle grandi e fumose cucine di campagna per Carnevale e in Quaresima, era il Cantastorie.

 

Oggi, quasi sparito. Estroso, buon narratore, animatore di veglie, recitava poemi cavallereschi o rime da lui composte in occasione di sposalizi, feste campestri, durante il pranzo per la fine della trebbiatura o per la sfogliatura del granturco.

 

Se la cucina locale propone i “pici”, grossi spaghetti fatti in casa conditi con buone salse di massaie toscane, spicca e si distingue sino a diventare il fiore all’occhiello del luogo, il vino “Nobile”. Papale più che toscano, forte, color ceralacca, custodito nelle Cantine come gemme nelle bacheche di gioiellieri.

 

Prezioso e generoso frutto di’una terra forte e soleggiata. Un gusto inconfondibile che incanta e tradisce, con la complicità innocente del tramonto che indora le facciate in tufo e laterizio.

 

Un grande vino che il Redi, nel suo “Bacco in Toscana” celebrava così. “Bella Arianna, con bianca mano/ versa la manna di Montepulciano,/colmane il tonfano, e porgilo a me./Questo liquore, che sdrucciola al core,/oh, come l’ugola e baciami e mordemi!/…..Montepulciano d’ogni vino è Re.”

 

 

Tag Toscana Montepulciano Poliziano Bruscello

 

 

 

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            TIVOLI. TRIONFI D’ACQUA

                                                 di Marta Forzan

 

 

Decantata
dai poeti, vissuta da imperatori, ritratta da pittori.
Il
villaggio sabino, unito a Roma dalla via Tiburtina, conquistò fin
dall’Antichità per il suo splendore.

 

 

Meta preferita dei signori romani ai tempi d'oro dell'Impero. Tivoli, a due passi da Roma, non mancò di interessare pontefici e cardinali che, più tardi, vi costruirono splendide ville. Nel mese di maggio, nell’antica Tibur Superbum, si festeggia la primavera.

 

Traboccante di acque, più chiare del vetro. Fragonard e Robert, due giovani pittori francesi del Settecento,  dipingevano così le deliziose trasparenze di Tivoli, la grazia ora arcadica ora brusca del paesaggio e l'aria sussurrata di letizia.

 

Fu durante il lungo peregrinare italiano che rimasero affascinati dalla cittadina sdraiata nella valle dell'Aniene ai piedi dei monti Tiburtini. Le gloriose antichità delle sue rovine, le splendide ville
rinascimentali, furono eternate con tale delicatezza da rendere Tivoli come una sorta di paradiso terrestre.

 

Molto prima, l’antica Tibur accese la fantasia di Orazio che la descriveva come “il sacro luogo dell’oblio”. Caio Mario, Caio Cassio e 'Imperatore Adriano, uomini di guerra e di governo avvezzi agli agi, scelsero quest’angolo tranquillo e animoso, lontano dai tumulti popolari.

 

Il villaggio sabino, unito a Roma dalla via Tiburtina, entrò nell'orbita della città e nei
progetti dei patrizi tanto che possedere una villa nelle campagne tiburtine fu segno di grande prestigio.

 

Raffinate seduzioni dell'arte. Portici, criptoportici per le passeggiate a piedi o in lettiga, biblioteche, bagni per l'estate e per l'inverno, teatri, uccelliere e fontane, peschiere e giochi d'acqua. Tutto
esaltava i doni naturali di questa terra.

 

Anche mercanti e condottieri preferivano le colline di Tivoli alle spiagge di Pozzuoli. Al seguito di questa élite si affaccendavano amici, clienti, medici personali, gente di teatro e giocolieri, e non mancavano “le gioconde dispensatrici di amore e di oblio”.

 

Così il gusto della moda, la squisita amenità dei luoghi, il clima e la salute facevano di Tivoli, nei primi secoli dell'Impero, un luogo assai importante dove sorsero ville sull’Aniene, sulle colline e in mezzo ai boschi.

 

Per scrutare la sorte e propiziarsi il favore degli dei, furono eretti due templi a picco sulla vallata, dedicati a Vesta e a Sibilla. Del primo, a forma circolare, restano 10 colonne di travertino. Quel che rimane del secondo, a piana rettangolare, lascia solo intuire l’eleganza delle forme.

 

A tre chilometri da Tivoli, una vasta congerie di rovine s'innalzano solenni e maestose. E’ quel che resta di Villa Adriana dovuta al genio e al gusto dell'Imperatore Adriano. Qui  scelse di vivere per studiare poesia e astrologia con i più colti uomini dell’epoca.

 

Col dissolversi della grandezza romana venne ad esaurirsi per Tivoli la fonte di prosperità.

Perirono le splendide ville romane. Caddero portici, templi e torri, colonne e marmi preziosi. Anche i boschi di lauro lasciarono il posto ad una ingorda e selvaggia vegetazione.

    

Il duro colpo inferto dal ferrigno Medioevo sconvolse la città che perse tutto lo splendore. La sua forte posizione rispetto a Roma la travolse fatalmente nelle secolari contese che i principi tedeschi sostennero contro i pontefici, pagando il suo tributo in uomini e beni.

 

Tuttavia tra il X e XIV secolo  furono costruite chiese, santuari e palazzotti che conservano ancora
oggi i caratteri artistici dell’epoca. Ripide, strette e tortuose, la via del Colle, la piazzetta del Rinserraglio, il vicolo di San Valerio.

 

Rigorosa e solitaria la Rocca fatta costruire dal pontefice Pio II per ricordare il potere papale e per farne un valido arnese di guerra a difesa di Roma. Orgoglio d’arte di un'epoca vigorosa nei suoi sacrifici come nei suoi piaceri, nella Villa d’Este.

 

Gente d’ investitura imperiale e papale, la corte degli Este, amava trascorrere ore spensierate nel grandioso giardino dove l'acqua era protagonista assoluta nelle bizzarre fontane dei Draghi, della Civetta, dell'Organo, dell'Ovato.

 

Che fine hanno fatto le statue, i fregi, i marmi di Tivoli? Molti dispersi, i più distrutti. Altri sono andati ad arricchire prestigiose collezioni d’Europa. Resta il canto di Orazio. “Hai tu conosciuto luogo più delizioso di questo?....ove il venticello più mite rattempra gli ardori della canicola, e la ferocia del sole in leone?”.

 

 Tag. Italia, Lazio, Tivoli, Villa Adriana, Villa d’Este, Rocca Pia.

 

Foto apertura.

Tivoli. La cinquecentesca Villa d’Este. © Daniele Cecchetto

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

         

 

                            di Marta Forzan

 

 

 

Ville e giardini ispirati dalla natura stessa. Un posto al sole di nobili e borghesi. Il più celebrato anfiteatro naturale d’Italia dove colori e profumifanno da cornice ideale per convivi e passeggiate. Sin dal Medioevo.

 

 

 

“I campi e le colline sembrano giardini”. Era il 1582 e Michel de Montagne così annotava nel suo “Viaggio in Italia” riferendosi alle colline fiorentine. Simbiosi perfetta tra architettura e paesaggio, il segreto del fascino delle colline a forma di ferro di cavallo che circondano Firenze.

 

I dintorni della Regina del Rinascimento non splendono solo di luce riflessa ma ne lusingano la bellezza. Un anfiteatro naturale che mette in scena spettacoli d’arte e storia svelando il gusto di un’epoca.

 

Luoghi di delizia e di svago voluti da nobili, letterati, artisti che seguendo la mutevolezza del gusto hanno disegnato i profili della campagna fiorentina. Gemme incastonate nel diadema che Firenze “porta in testa”, con grazia e nobiltà.

 

Ville e Castella, giardini e paesaggi tra colture. Le antiche strade suburbane arrancano sui poggi. Meandri tortuosi e silenziosi protetti dal vento che s’impiglia tra i cipressi. Stretti corridoi di pietre a secco spaccate dalla tenacia della vegetazione dai quali s’affacciano le chiome degli olivi.

 

Molte hanno resistito all’urto dei secoli, altre solo deboli tracce lì dal Medioevo. I potenti della città, nobili, ricchi mercanti e persino artigiani, desiderosi d’abbandonare gli affanni della vita cittadina, di “fuggire gli strepiti e i tumulti della piazza e del palagio”, decidono di comprare le terre oltre le mura.

 

Severo e grintoso l’aspetto di Firenze tra il XIII e il XIV secolo, ma estremamente precario. Il legname frequentemente usato nelle costruzioni e terrazzi in legno dominavano sulle strade strette dove il sole non filtrava mai.

 

La vita ferrigna e appassionata della città sfociava spesso in scaramucce tra fazioni diverse di casa in casa, tra balcone e balcone. Frequenti e terribili incendi erano il risultato della ferocia degli scontri.

 

Piccole le case comuni, mal riscaldate, prive di luce, senza servizi igienici. Quando c’erano, scaricavano direttamente nei “chiassi” (vicoli), vere e proprie fogne all’aperto. Non era dunque un bel vivere quello dentro la cerchia antica. Così chi poteva cercava un posto al sole, sulle colline.

 

Castello col monte Rinaldi tagliato in due dal solco del Mugnone, Fiesole distesa nelle breve sella tra il monte Ceceri e il Colle San Francesco. Settignano in equilibrio tra terrazzamenti d’olivi. Rovezzano e Bagno a Ripoli i cui poggi s’impennano sul monte Pilli.

 

A picco su Firenze, Arcetri e Bellosguardo.

 

Le colline "nobili" già nel Trecento erano punteggiate da pievi, castelli, torri e cortili, tanto da dare l'illusione che la città fosse grande il doppio delle sue dimensioni reali. Via del Pergolino corre nel folto della vegetazione tra Careggi e largo Palagi, le vie della Pietra e di Montughi si fanno ardite tra palazzotti e tabernacoli.

 

Via di San Vito, di Bellosguardo e via Bolognese si aprono su Firenze. Itinerari d’altri tempi. Ai bivi antiche “edicole” annunciano scorci paesaggistici e architettonici di rara bellezza regalando quiete e serenità.

 

Nicchie con sculture, affreschi, ceramiche smaltate agli incroci o sui muri di confine. Un tempo si chiamavano «marginette», perché poste ai margini delle strade. Redenzione del viandante e unica offerta di luce nelle notti oscure.

 

Da Fiesole l’antica via degli scalpellini porta alle cave di pietra serena fino al castello di Vincigliata e al borgo di Settignano. Da Piazzale Michelangelo ad Arcetri, lungo le antiche mura fiorentine. Pian dei Giullari, la strada dai tipici “muri a secco” nasconde nobili dimore e storie d’altri tempi disegnate da cipressi e oliveti.

 

Basta percorrere via Vecchia Fiesolana che da San Domenico sale a Fiesole, per scoprire “Case da Signore” e “Palagi”. Il luogo tanto caro ad artisti, poeti e scrittori è tutto un terrazzamento con poderi, coloniche, boschetti e giardini. La strada sale a tornanti. A tratti chiusa dalle mura di parchi e antichi cancelli, a tratti si apre inaspettatamente su Firenze.

 

Fuori le mura si stendono sfumature di zolle brune rovesciate dall’aratro. Dal ciglio delle mura, giù per viottoli scoscesi lo sguardo scivola tra i tenui colori del Duomo, Palazzo Pitti, Cestello, Ponte Vecchio. Senza suoni, senza rumori. Solo il batter d’ali d’un falco.

 

 

 

Tag: Toscana, Firenze, Fiesole, Bellosguardo, Belvedere, Italia, Europa, Palazzo Pitti, Ponte Vecchio, Pian dei Giullari, Careggi, Pergolino.

 

 

 

 

 

 

1920 New York operai italiani

 

                                                LA “MERICA”

                                             di Marta Forzan

 

Aldino, emigrato in America. Nella fresca campagna della “Toscanella”. La sua casa, la sua terra. Lettere, foto e racconti d’emigranti. Le Americhe, l’Australia, la Francia e la malinconia di star via da casa.

 

 

Borgo di Groppoli, affacciato sulla valle. Aldino, classe 1918. Con la madre e il fratello s’imbarca a Genova nel ’25 per La “Merica”. Li attende il padre a Chicago. Sulla fresca veranda, un bicchier di vino, il testarolo (focaccia), sbiadite foto color seppia. Lettere e racconti di una terra di frontiera.
Uomini e donne coraggiosi col sacco in spalla.  

Profonde vallate strozzate da montagne. Colline ricche di boschi di faggio e castagno. Un anfiteatro che segue il corso del fiume Magra. Sabbia e pietre per costruire case, borghi e castelli. Acqua per irrigare i campi e radure per il pascolo.

 

Generosità del fiume che, nel secolo scorso, non ha fermato la “migrazione” della gente. Pontremoli, Bagnone, Mulazzo. Il triangolo della “Toscanella” di chi ha scelto La “Merica”. Da qui partivano. Distacchi sofferti, viaggi avventurosi e voglia di tornare. Peregrinare di città in città in cerca di lavoro. Un’insondabile “malinconia di star lontano dal paese”.

 

Lo scriveva Giovanni Antonio da Faje, speziale bagnonese del Quattrocento. Malinconia scritta, graffiata, pianta su secoli d’emigrazione. Per uomini e donne, mettersi in cammino e lasciarsi alle spalle i profili dei monti, è storia antica. Ma anche un’insita smania che spinge a girovagare, a cercar fortuna altrove.

 

Crocevia fin dall’antichità, la Lunigiana. Sentieri e mulattiere battuti da greggi, carovane di mercanti, pontefici, eserciti, re e pellegrini che risalivano il bacino del Taro per arrivare alla Cisa. Seguivamo la via di Lucca e Siena fino a Roma, la città papale.

 

Dal Trecento agli inizi del Novecento. Un antico viavai che non portò mai lavoro. Eppure era terra di boscaioli“sgantìn”. Uomini forti e gran mangiatori. Un duro lavoro. Partirono agli albori del secolo scorso per il Nevada, nelle Americhe.

 

L’estate, dormivano in baracche nei fitti boschi, mangiavano pasta e polenta. La grande sega d’acciaio lunga due metri. Abbattevano alberi e li facevano scendere lungo il Rio Nevada fino alle segherie. D’inverno andavano a Chicago per fare i garzoni di cucina.

 

Era terra di maestranze capaci di “murar la pietra”. Arte appresa nel riparar vecchi castelli lungo l’antica via che da Pontremoli sale a Groppoli e gira a Mulazzo. Castagni, filari di querce e praterie d’altura. Lucidi gli occhi di Aldino. Gocce d’abbandono ai ricordi.

 

Era terra di scalpellini, numerosi ed esperti. Discendenti dei raffinati scultori del Settecento. Basta percorre i vecchi borghi di Camporaghena, Prota e Tavernelle per trovare testimonianze di un’abilità senza tempo. Eppure andarono a “sbozzare” la pietra altrove.

 

In Sudamerica a tagliare “aduchini”(pavé) sulle strade Rio de Janeiro. In Egitto, nei cantieri sul Nilo soffocati dal caldo, prede di coccodrilli. Negli Stati Uniti, alle banchine del porto di New York. Da Bagnoni a Montevideo, logorati dalla silicosi.

 

Grande esodo, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Partire, una liberazione, una fuga dalla miseria. Il sogno, La “Merica”. Di quei tempi restano atti d’espatrio, lettere laceranti, avvizzite dal tempo come i ritratti sparsi sul tavolo o stretti dalle nodose mani di Aldino.

 

Storie di rimpianti per la famiglia e per le montagne di casa. Di rabbia per lavori ingrati nelle viscere della terra o su grattacieli di cento piani, aggrappati al nulla. Di stupore per immense praterie, boschi, miniere d’oro. Il grande Oceano e le città dalle vie senza nome.

 

Ma c’è una storia a lieto fine. Partivano da Mulazzo e da Pontremoli per vendere filati, chincaglieria, capi di vestiario, pietre da affilare e libri. L’arte del vendere con la “cassetta in spalla”. Ambulanti in terra di Francia.
Si rifornivano a Parigi, Lione e Bourges per portare nei piccoli centri bottoni, elastici, pettini e saponi. Merceria sulle spalle. Poi la “baladusa”, bicicletta col barroccino a due ruote. E furgoni col nome a caratteri grandi.

 

Londra, Parigi e la California. Aprono negozi di tutti i tipi. Dall’abbigliamento ai ristoranti. In un settimanale degli anni Venti si legge: “ Steak/Prime Rib/Ravioli e gnocchi a la Tosarti/ Seafood Arana/Every Friday Night/for your entertainment/GLORIA KAY/At The Organ Nightly/North Highway 99 California”.

 

A Brooklyn e Piccadilly, arie italiane. Gli “organari ambulanti” partivano da Bratto con fisarmoniche e organini a manovella. Suonavano nelle strade, nei ristoranti. Nei Parchi di New York, nei mercati di Vienna. In molti hanno avuto fortuna aprendo “tea shop”.

 

Altri andavano in giro per l'Italia e l'Europa. Senza saper leggere e scrivere vendevano libri. Ambulanti nelle vie, bancarellai nelle piazze, librai nelle Avenue. Editori nel mondo. I discendenti sono proprietari delle più prestigiose librerie d’Italia ed estere.

 

A Montereggio c’è piazza Rizzoli e una targa dedicata a Mondadori. E’ la patria dei librai. Alla memoria di quegli “intellettuali erranti”, che dentro il sacco portavano libri preziosi, è dedicato un monumento proprio al centro del paese.

 

La “Merica”?. Coraggio e sudore col fardello di nostalgie. Poche parole di chi è tornato. Tanti i segni dell’antica audacia sul volto di Aldino. Sorride, è a casa. Ora son stille di gioia.

 

Foto apert. New York, 1920. Muratori lunigianesi su un grattacielo di 102 piani.



 

 

Viterbo, nel bosco
delle meraviglie di Bomarzo

 

di Marta Forzan

 

Il più inquietante e fantasioso parco italiano voluto da Vicino
Orsini sconvolge i canoni del giardino rinascimentale. Viaggio nel cuore
dell'Italia in un luogo d’ombre e nell’immaginazione sdegnosa d’ogni regola del
duca di Bomarzo.

 

 

Chi con ciglia inarcate et labbra strette/non va per questo loco manco ammira/le famose del mondo moli sette”. Così scrisse nella pietra, Pier Francesco Orsini (detto Vicino),
duca di Bomarzo, all’ingresso dell’estroso parco vicino a Viterbo.

 

Stupore e turbamento. Sospeso tra fantastico e realtà, tra storia e leggenda, Vicino era sicuro di cogliere sul volto del visitatore meraviglia e smarrimento, non certo di scompigliare le pagine dei più tenaci critici dell'epoca e di quelle a venire. Scarse e incerte le notizie sul magnifico bosco, sulla  storia e sulla destinazione. Certo è che a idearlo fu lo stesso duca, verso il 1564, al termine di movimentate imprese, e dopo la morte della moglie Giulia Farnese.

 

Inquieto, guardando dall’alto del palazzo la valle ai suoi piedi, fantasticò di dare vita al bosco. Chiamò architetti, scultori e maestranze affinché scolpissero figure in quei sassi inerti. All’ombra delle querce cominciò a crescere una popolazione surreale e bizzarra fatta di fiere terrifiche, giganti, divinità pagane, orsi e draghi. Sculture erratiche ricavate da preesistenti blocchi rocciosi di peperino.

 

Sogno, fantasia e azzardo. In un rapporto sconcertante con la natura, un'avventurosa sequenza di apparizioni, ci viene incontro dalla vegetazione fino alla sommità del bosco coronata da un tempietto gotico. Si racconta che fu lo stesso Vicino a disegnare bizzarre sculture. Ma la naturale
concezione plastica lascia supporre la guida di scultori e architetti dell'epoca come l’Ammannati e il Vignola.

 

Uomo d'armi, per i rigori di un'epoca scandita da guerre. Raffinato signore per velluti e pizzi. Accanito lettore di Lucrezio e Catullo, del Tasso e dell'Ariosto, trovò nelle opere di questi ultimi, l'Amadigi e l'Orlando Furioso, l'ispirazione del suo parco per dar sfogo alle inquietudini
dell’anima e del corpo. Non certo favorito dalla natura che lo costrinse a portarsi dietro una lieve gibbosità, il signore di Bomarzo volle immortalare nella roccia qualcosa di se. Speranze e disillusioni di una vita segnata da scorribande, amori e intrighi.

 

Fantasia sfrenata e sdegnosa di qualsiasi regola. Difficile esplorare i margini di questa bizzarra iniziativa. Certo è che il Bosco di Bomarzo sconvolge gli ordinari canoni del giardino rinascimentale e ogni tradizione 'architettonica' dell'epoca. Una vera e propria "regia delle emozioni", uno studio che predispone efficaci scenografie di quinte arboree, statue colossali e boschi dove l'acqua scrosciante e il vento sono musiche naturali.

 

Assai lontano dai fasti delle dimore medicee con parchi dai viali ordinati e simmetrici dove grotte, animali di marmo in movimento, voliere e viali di zampilli, promettono ore liete e spensierate, al riparo della vita ferrigna e appassionata del Rinascimento.

 

Con una luce morbida, quando la stagione esplode col verde più acceso, le creature di pietra sembrano senza passato, fuori del tempo quasi a sfidare l'angoscia delle abitudini. Il gigante nell'atto di squartare un malcapitato. L’elefante nell’atto di sollevare un guerriero. L’enorme tartaruga che sostiene la minuta figura di donna col piede posato su di una sfera. La
fontana di Pegaso inghiottita dal leggero pendio che porta al grande ninfeo.

 

Anfitrite, la sposa del dio del mare, distesa su un convulso aggrovigliarsi di sirene, uomini ed emblemi araldici mentre osserva con eratica solennità il mondo sconvolto che la circonda. La grande bocca aperta e le vuote orbite dell’Orco celano l’amara sentenza “ogni pensier vola”, una stanza con sedili e la tavola intagliata nella pietra. Non c’è nulla di mostruoso se non
stravolgimento delle proporzioni, divagazioni stravaganti
e sfrenate fantasie per sedare l'urgenza dell'espressione.

 

Lungo il percorso visioni spaventevoli si alternano a quelle allettanti di ninfe e sirene dai volti straordinariamente belli, fino al tempietto a chiusura del parco, opera del Vignola. Con questa romantica costruzione d'intonazione classica,  Vicino Orsini, signore di Bomarzo, volle ricordare la moglie Giulia. Un inno all'amore, e una fuga dai mostri del parco e da quelli interiori.

 

 

Tag: Italia, Europa, Lazio, Viterbo, Bomarzo, Pier Francesco
Orsini,
Vicino Orsini, Giulia
Farnese

 

 Bomarzo, particolare nel bosco delle meraviglie © Tonj Lardani

                            

                            

CHIARE FRESCHE, BENEFICHE ACQUE

di Marta Forzan

 

A A piedi nudi nel Parco a contatto con la natura. Acqua e argilla per curare il corpo. Nel cuore della Valcamonica, parte la stagione 2009 delle Nuove Terme di Boario. Una melodia jass accompagna immagini sfocate di chi ottant’anni fa “andava a passar le acque”.

 

Piacevoli brezze estive di un luogo salubre. Panama e vestito di lino stropicciato, bianco. Maliziosi sguardi presso la fonte per la cura idropinica. Giovani e spigliate le kellerine, mescitrici d'acqua, servono gli ospiti delle Terme di Boario. La fonte è una polla sorgiva e bisogna chinarsi fino a terra prima di sorseggiarla e trarne beneficio.

 

Atmosfera di fine anni Trenta. La musica di un’orchestrinajass carezza le spalle di fascinose signore dallo sguardo languido. Sfoggiano toilette all’ultima moda. Ignare che il loro bel mondo sta’ per crollare definitivamente.

 

Come in un film di Fritz Lang. Voce melodica, smoking bianco e scarpe laccate. Capelli impomatati.Il sassofono suona Avalon, le luci blu modellano i tendaggi della sala da ballo, all’aperto. Lo swing di “Candlelights” sfuma nel parco sulla scia di un esotico profumo.

 

Lontana immagine del “termalismo” dei nostri nonni che si aggiravano tra le botteghe piene di galanterie, in un ambiente tranquillo e animoso. Ovattata, intima, fascino demodè. Quell’aria di segreti incontri e silenzi colmi di miti, appartiene al passato.

 

Anche i bisnonni andavano a “passare le acque”. Era la metà dell’Ottocento. Una vera “passione termale” per il Manzoni che ne “ordinava in un sol colpo sessanta mezze bottiglie lodando l'amena cittadina nel cuore della Valcamonica, a 56 chilometri da Brescia.

 

Già nel ‘500, il naturalista Paracelso studiò le acque della fonte di Darfo Boario per curare malattie del fegato. Nel 1724 il medico Francesco Roncalli Parolino col trattato De Aquis Brixianis, rese note le virtù benefiche che sgorgano dalla sorgente e “di pregio migliore il posto poiché il soggiorno è gradevole e confortevole”.

 

Tredici anni dopo nasce, il primo "Casino" in muratura e legno per lo sfruttamento terapeutico delle acque. Il piccolo borgo prende il nome di "Casino Boario". A godere di quelle acque e trascorrere i mesi estivi, “molti forestieri”. Arrivano in carrozza,in comitive provenienti dalla pianura bresciana e cremonese. Poi un secolo di assoluto silenzio fino al 1840.

 

Boario, salta alla cronaca per bocca dei suoi abitanti. Una terribile alluvione privò di acqua potabile tutta la zona. I paesani pensarono all'Antica Fonte che sgorgava abbondante. Non solo dissetò, ma gli affetti da malattie infiammatorie, trassero giovamento e, in alcuni casi, guarigione.

 

I beni preziosi, frutto dell'eterna alchimia della terra, non tradiscono mai. La fama delle proprietà curative dell'acqua si sparse immediatamente catturando l'attenzione di medici e studiosi. Alla fine dell’Ottocento, molti erano gli ospiti del nascente centro termale il cui certo avvio è, però, legato ai primi alberghi.

 

Nel 1906 viene costruita la Cupola e il Padiglione Liberty dall’architetto Americo Marazzi. Logo e simbolo delle Terme di Boario. Bagliori di successo nel 1908, con l'inaugurazione della ferrovia Brescia-Iseo-Edolo. Il Parco e i primi saloni risalgono al 1914.

 

Tesori verdi. Alberi, viali, aiuole, un laghetto e un soffice prato sul quale passeggiare a piedi nudi. Nuova terapia del relax. 130mila metri quadrati di natura e un Giardino Botanico di rara bellezza. Tesori limpidi le quattro acque. Boario-Igea-AnticaFonte-Fausta.

 

Dal Monte Altissimo, scorrono in profondità lungo sentieri rocciosi e sinuosi fino ai limiti del Parco. Acque minerali dall’azione benefica per le funzioni epato-digestive, per l’attivazione del ricambi idrico e riequilibrio metabolico. Benefica argilla per osteoartrosi, reumatismi e malattie della pelle.

 

“Corpo e spirito”. Lo slogan delle Nuove Terme di Boario, fiore all’occhiello del termalismo moderno. Terapie, benessere, cultura. Nel Parco più grande d’Europa, natura e acqua   protagonisti assoluti. Li affiancano animazione e divertimento in sintonia col paesaggio distensivo ed energetico.

 

I suoi dintorni. Il Parco delle Incisioni Rupestri. Storia scritta sulla viva roccia dai “Camuni”, popolo di cacciatori giunto nella Valcamonica seimila anni prima di Cristo. Il lago d'Iseo. Vegetazione selvaggia e geometrica eleganza di viti, olivi e frutteti. Sullo sfondo il Gruppo dell'Adamello e il Parco dello Stelvio.

 

“Fegato Centenario”, il vecchio slogan pubblicitario. Cartellone spento e fuori dal tempo. Quell’atmosfera, l’orchestrina jass, le bianche sheslongueallineate lungo le pareti. Quel tempo colmo di avvenimenti. Le morbide signore e quei destini incrociati. Solo immagini sbiadite come lo slogan. Démodé. Ma piene di fascino retrò.

 

 

Tag: Camuni , Lombardia , Parco Incisioni Rupestri , Terme di Boario , Valcamonica.

 

 

Foto apertura: Terme di Boario. Cupola Liberty 1906 dell’architetto A.Marazzi.

 

 

 

Lago Trasimeno©Oksana Lardani

 

 

 

 

Umbria. “Il lago dalle nuvole”

di Marta Forzan

 

Tra Torricella e San Feliciano c’è un’antico borgo che s’affaccia a picco sul Trasimeno, Monte del Lago. Un gioiello quasi sconosciuto. Poche anime, il turrione, una veranda panoramica, una chiesa, due ville poetiche e intriganti.

 

Piazza del Terrore, Via della Strage, titoli di vie che risuonan di chiassi guerreschi, distruzioni, di scalpitii di cavalli, di lance e spade. Ferrigno fragore nel conquistar terre e popoli nel verde cuore d’Italia, l’Umbria.

 

Da Magione si raggiunge il Lago Trasimeno a Torricella, languido borgo di pescatori adagiato sulla riva. Intreccio di reti da pesca, vecchie barche colorate ondeggianosullo specchio segretovelato d'azzurro mentre la luna volta pagina nella quiete della notte.

 

Mura, rocche e sponde del lago conoscono il dramma delle legioni romane di Flaminio distrutte dalle armi di Annibale, il tormento della ninfa Agilla per il principe Trasimeno, medievali intrighi di corte, ottocenteschi amori.

 

Passioni aristocratiche e fatalità storiche a Monte del Lago, a picco sulla sponda occidentale del Trasimeno. Un quadro appeso all’anima, un borgo rosseggiante come se fosse sempre baciato dal sole al tramonto.

 

L’incedere delle nuvole s’increspano sulle morbide onde mosse dal lento remare d’un pescatore. Basta allungare una mano per sfiorare l’acqua del lago. Seduti lassù nel borgo antico ad ascoltare la brezza che fa frusciare le foglie negli orti a strapiombo.

 

Riccioli d'onda s'inseguono sotto il bianco pontile cullando germani reali. Uno stormo di gabbiani ha scelto la deriva a pelo d'acqua.Nibbi bruni e pendolini vagheggiano come aquiloni. Un falco pescatore passa in volo planato, poi si tuffa perforando l’acqua.

 

Appartato e aggrappato al promontorio, Monte del Lago è il vero gioiello del Trasimeno. Sotto la veranda di Santino ammantellata d’edera,sembra d’essere all'interno di un quadro del Perugino. Boschetti di querce, lecci, pini e un grappolo di case coi balconi fioriti.

 

Tra canne gialle e rosse d’autunno qualche terrazza con cascate di buganvillea che s'alternano a oleandri variopinti. Giù l’orizzonte azzurro del lago si sforza di competere col cielo accogliendo nuvole aggrovigliate.

 

Un torrione medievale e le mura esterne, tutte nella tradizionale pietra locale, segnano l’accesso al piccolo borgo che s’allarga a ventaglio per precipitare nel lago. Poche anime tra le viuzze che s’intrecciano fino alla chiesa di Sant’Andrea, patrono dei pescatori.

 

Un largo portale in pietra arenaria del 1608, un’unica navata e l’affresco della grande crocifissione risalente al XIV sec. opera del “Maestro di Monte del Lago”, i cui richiami a Giotto appaiono evidenti.

 

 

Tra le strette viuzze medievali del borgo il tempo sembra essersi fermato, i ritmi sono lenti, il paesaggio e le vedute sull'isola Maggiore, la Pavese e la Minore, simili a battelli alla deriva, sono indimenticabili.

 

Monte del Lago incantò il principe ereditario di Baviera, Ludovico I, che vi trascorse le sue vacanze nel 1823 appassionato di caccia e di quiete lacustre. Molti altri illustri personaggi scelsero il borgo per trovar pace e ispirazione.

 

Liberty austriaco e Belle Epoque nella bianca Villa Schnabl a picco sul lago che ospitò gelosi habitué come Mascagni e Puccini.Tra battute di caccia e piacevoli compagnie femminili, Giacomo Puccini catturò la musica del lago rendendola immortale.

 

Via della Strage, l’antica scalinata si getta su splendidi tramonti e scivola giù fino al pontile. Parte dalla villa Aganoor-Pompilj ottocentesca residenza di Vittoria, poetessa armena e di Guido “Paladino del Trasimeno”. Romantico e tragico amore d’inizio Novecento.

 

“Dopo la pioggia…Laggiù non più livido e fosco/color di melmose maremme/ma fra le radure del bosco/il Lago sfavilla di gemme”. Dalla terrazza della sua villa a Monte del Lago, Vittoria Aganoor così ritraeva il Trasimeno dopo un temporale. Ma questa è un’altra storia.

 

 

 

Tags Umbria, Monte del Lago, Lago Trasimeno, Villa Aganoor- Pompilj, villa Schnabl

 

 

 



Castello di Brolio Oksana Lardani

 

MEMORIE DI PIETRA NEL GIARDINO DELL’UVA

di Marta Forzan

 

“Case da Signore”, castelli e fortezze. Incontro tra arte e storia nel paesaggio chiantigiano. Querceto, Volpaia, Brolio. Tra Firenze e Siena, i testimoni di pietra di antiche rivalità. Il Chianti medievale conteso tra guelfi e ghibellini. Terra di poeti e pittori.

 

“L'erba voglio non nasce neanche nel giardino del re”, ma nel “giardino dell'uva” si!

La voglia è di lasciare i fragori delle “bande” di turisti, spintoni e odori di fast-food della mia città, Firenze. C’è sempre la notte per passeggiare sul Lungarno e riscoprire quella sottile armonia che lega piazze, chiese, vicoli, ponti e palazzi.

 

Non lontano dalla “Regina del Rinascimento”, tra siepi di bosso e un filare di cipressi c’è il mio rifugio, Santa Lucia a Bisticci, aggrappata sulla collina a cavallo tra il Valdarno e il Chianti. Da qui parte un sentiero, un’antica mulattiera che porta a San Polo. E poi a Greve, al centro dell’antica via che collega Firenze a Siena.

 

Tra le due città, un passato scandito da grida di assalti, dallo scintillare di spade e dalle insolenze tra guelfi e ghibellini. Firenze difese il Chianti dai senesi costruendo molte fortificazioni aspramente contese fino a quando, nell'anno Mille, la potente famiglia dei Medici sistemò le cose nel segno di una unità apparente fatta in realtà di scrupolose spartizioni.

 

“A veder pien di tante ville i colli par che il terren ve le germogli” scriveva l’Ariosto descrivendo castelli e borghi, già allora ricchi e suggestivi, immersi nelle grandi macchie di bosco, campi di girasoli, saliscendi di strade fino alle crete che cambiano il paesaggio, alle porte di Siena.

 

Antico feudo dei Cavalcanti e dei Guidi, Dudda è oggi priva di fortificazioni ma il borgo che circonda la caratteristica piazza conserva tutto il suo fascino medievale. Si pensa che il nome Dudda derivi da “ducere”( passare), dato che vi transitava la Cassia Imperiale.

 

Nei pressi di Grevesi trova il castello di Querceto, del Quattrocento, sul quale svetta la torre dell'orologio. Appartenne alla nobile famiglia dei Canigiani che, per evitare scorrerie, lo cinsero di mura, distrutte nel 1480 dalle milizie napoletane al comando del duca di Calabria.

 

Un castello dal fascino particolare sia per i suggestivi scorci segnati dalle ruote di pavoni damascati e pavoni bianchi, sia per le cantine dove padrone è il Chianti Classico affiancato dai vini cosiddetti della “nuova era”come il rosso La Corte e il Querciaiolo.

 

Poeti e artisti hanno “dipinto” volti e colori di un paesaggio dolcissimo dove storia e arte s'incontrano in un magico accordo. Da Greve s'imbocca, sulla sinistra, la provinciale che sale fino alla fattoria di Vignamaggio. Qui, la tradizione vuole sia vissuta Monna Lisa del Giocondo, quella donna di cui tutti conoscono l'enigmatico sorriso.

 

Una splendida galleria di castagni annuncia il piccolo abitato di Lamole su di uno sperone emergente tra due piccole valli. La strada prosegue tagliando i crinali e in 6 km porta a Volpaia o Golpaia, il borgo-castello aggrappato ad uno dei poggi più alti di tutto il Chianti.

 

Assai difficile risalire alla sua origine, sicuramente anteriore al 1172, data in cui fu menzionato per la prima volta. Certo è che per la sua posizione di confine seguì le dispute tra guelfi e ghibellini. All'interno del borgo, il gioiello del Rinascimento: la “commenda di S. Eufrosino”.

 

Le sinuose colline chiantigiane si sfumano nelle spigolose linee delle crete senesi, quasi alle porte di Siena. Armonia che crea una simbiosi unica nel suo genere. La Berardenga, terra da fiaba, porta il nome della famiglia ( Berardo di Ardenga) che tra il 1000 e 1200 ne deteneva il predominio assoluto.

 

Perenne spina nel fianco senese, la “sentinella di pietra” sin dal 1141 fu un avamposto fiorentino fino a diventare la fiabesca residenza del “Barone di ferro”. Si racconta che nelle notti di tempesta un bellissimo destriero e il suo cavaliere nero si aggirino nei pressi del castello protetto da una muraglia bianca che s'innalza per quindici metri sulla cima di un poggio isolato.

 

Il castello è quello di Brolio, il cavaliere è Bettino Ricasoli. Ministro del governo toscano, il successore di Cavour, ne ordina la ristrutturazione all'architetto Marchetti secondo il gusto neo-gotico in voga nel tempo. Bifore, portali, scalinate e 365 stanze.

 

Ogni percorso meriterebbe una sosta, un andar su per viottoli, entrare nei borghi, in antichi poderi. Parlare con la gente, assaporare i mutamenti delle stagioni e del paesaggio. Linee, colori, profumi, luci.

La fretta non appartiene a questa terra.

 

Tag: Italia-Toscana Bettino Ricasoli Brolio Chianti Querceto Volpaia

 

 

                                                   Gallery

 

                                 ANTICHE FINESTRE SUL CHIANTI

                                                    di OKSANA LARDANI

 

Fortezze e castelli superbamente restaurati, legati a nobili casati come Cavalcanti, Guidi, Canigiani, Ardenga fino ai Ricasoli. “Le case da Signore” di origine medievale e rinascimentale. Geometriche armonie del Settecento e Ottocento disegnano il paesaggio chiantigiano fino alle creti senesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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